Articoli Medicina Legale - P&R Scientific
Volume 4, Numero 2
30.06.2014
PROFILI MEDICO-LEGALI IN TEMA DI DANNO DA MORTE
 
 
Maiese A, Dell’Aquila M, Maiese A, Bolino G

Autori   [Indice]

Maiese A1, Dell’Aquila M2, Maiese A2, Bolino G2

1Dottore in Giurisprudenza
2Università di Roma “Sapienza” – Dipartimento di Scienze Anatomiche, Istologiche, Medico-Legali e dell’Apparato Locomotore, Viale Regina Elena, 336 – 00161 Roma.





Abstract   [Indice]

L’articolo riporta diverse sentenze della cassazione ed è incentrato su quelle che sono le numerose problematiche, non solo in ambito medico ma soprattutto in quello squisitamente giuridico, che sorgono a seguito della morte di un individuo, provocata da un fatto illecito prodotto da un terzo. Il fine ultimo è quello di analizzare e chiarire quelle che sono le voci di risarcimento che spetterebbero alle vittime secondarie dell’illecito sia per quanto concerne i danni dovuti allo sconvolgimento che l’evento ha causato nella loro vita, sia per quanto concerne i danni patrimoniali e non patrimoniali iure proprio, sia per quelli subiti direttamente dalla persona ormai morta; definendo inoltre la distinzione tra danno biologico terminale, catastrofico e tanatologico trasferibile ai congiunti iure hereditatis.
Nello specifico, per quanto inerente il profilo jure proprio, emerge chiaramente come al prossimo congiunto di una persona che abbia subito delle lesioni mortali spetti, in aggiunta al risarcimento di un comprovato eventuale danno patrimoniale, anche il risarcimento del danno non patrimoniale sofferto in conseguenza di tale evento, dovendo, ai fini della liquidazione del relativo ristoro, tenersi in considerazione lo stato di sofferenza (o stato di patema d'animo) anche per quanto riguarda il profilo della sua degenerazione in obiettivi profili relazionali.
Tuttavia, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, poiché ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento bensì quale pena privata per un comportamento lesivo, ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.
Per quanto riguarda invece l’altro profilo (jure hereditatis), assume rilevanza nel caso in cui nel tempo che intercorre tra la lesione e la morte, il de cuius abbia incamerato un autonomo diritto al risarcimento del danno nel proprio patrimonio, al quale gli eredi potranno agire nei limiti della propria quota.
Pertanto appare chiaro come occorra andare a verificare quali danni sofferti dalla vittima siano rivendicabili in via ereditaria dai parenti senza prescindere da quella che è l’analisi del danno biologico terminale, del danno catastrofico e del danno tanatologico. A tal proposito la giurisprudenza sostiene che “in caso di lesione dell'integrità fisica con“ esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un'effettiva compromissione dell'integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall'evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita.

Parole Chiave: danno biologico terminale, danno catastrofico, danno tanatologico


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Testo   [Indice]

La morte di un individuo quale conseguenza di un fatto illecito prodotto da un terzo, apre molteplici problematiche non solo in ambito medico ma soprattutto in quello squisitamente giuridico. Infatti, non è sempre facile districarsi nel labirinto dei danni risarcibili e dei soggetti legittimati ad agire in giudizio per conseguire il ristoro dei medesimi (1-2).
Soffermandoci sull’aspetto giuridico (3), ci s’imbatte nel problema di chiarire quali somme spettino alle vittime secondarie dell’illecito sia per i danni dovuti allo sconvolgimento che l’evento ha causato nella loro vita, sia per quelli subiti direttamente dalla persona ormai morta (4).
È necessario precisare che anche di fronte ad ipotesi di successione testamentaria o legittima, in cui vi sia coincidenza, come spesso accade, parziale o totale, tra i legittimati ad agire jure proprio e quelli legittimati a far valere la pretesa risarcitoria jure hereditatis, bisogna comunque tenerne debitamente distinti i due profili, giacché vengono in rilievo differenti voci di danno (5).
Analizzando il primo profilo (jure proprio), emerge chiaramente come al prossimo congiunto di persona che abbia subito lesioni mortali spetti, oltre al risarcimento di un comprovato eventuale danno patrimoniale, il risarcimento del danno non patrimoniale sofferto in conseguenza di tale evento, dovendo, ai fini della liquidazione del relativo ristoro, tenersi in considerazione la sofferenza (o patema d'animo) anche sotto il profilo della sua degenerazione in obiettivi profili relazionali.
Tuttavia, il danno, anche in caso di lesione di valori della persona, non può considerarsi in re ipsa, poiché ne risulterebbe snaturata la funzione del risarcimento che verrebbe ad essere concesso non in conseguenza dell'effettivo accertamento bensì quale pena privata per un comportamento lesivo (così Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26972; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26973; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26974; Cass., Sez. Un., 11/11/2008, n. 26975), ma va provato dal danneggiato secondo la regola generale ex art. 2697 c.c.
A tale stregua, (pure) il danno non patrimoniale va dunque sempre allegato e provato, in quanto, come osservato anche in dottrina, l'onere della prova non dipende invero dalla relativa qualificazione in termini di "danno-conseguenza", tutti i danni extracontrattuali dovendo essere provati da chi ne pretende il risarcimento, e pertanto anche il danno non patrimoniale, nei suoi vari aspetti, e la prova può essere data con ogni mezzo (v., in particolare, successivamente alle pronunzie delle Sezioni Unite del 2008, Cass., 5/10/2009, n. 21223; Cass., 22/7/2009, n. 17101; Cass., 1/7/2009, n. 15405) (6).
Di conseguenza, “la prova del danno non patrimoniale da uccisione o da lesione (v. oltre) dello stretto congiunto può essere dunque data anche a mezzo di presunzioni” (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828; Cass., 19/08/2003, n. 12124; Cass., 15/07/2005, n. 15022) (7).
Il che vale per ogni componente del danno non patrimoniale, compresa quella relativa all’eventuale insorgenza e stabilizzazione di un danno biologico.
È evidente che a seguito di un evento mortale occorso ad un congiunto possano realmente verificarsi disturbi psichici tali da alterare la validità dell’individuo o, meglio, il suo equilibrio psichico e per tale motivo può a ragione essere risarcito un danno biologico iure proprio ai familiari del defunto i quali, tuttavia, non sfuggono all’onere di comprovare la natura ed entità della menomazione psichica patita, nonché il suo carattere di infermità permanente, mediante accertamenti psichiatrici eventualmente supportati da tests psicometrici e da idonei reattivi mentali (8).
Grazie ad un competente ed indispensabile supporto specialistico psichiatrico, il medico legale, dovrà, pertanto, procedere al non agevole compito di:
· valutare lo stato psichico anteriore del soggetto;
· rilevare una condizione psicopatologica successiva al decesso del familiare e, soprattutto, rapportare tale infermità con l’evento mortale in esame;
· esprimere un giudizio prognostico sull’evoluzione dell’infermità psichica riscontrata.
In tal senso l’intervento medico legale sarà utile a chi è chiamato alla liquidazione del danno per portare elementi di chiarezza nella determinazione e nella ammissibilità dei danni conseguenza: sia come incidenza del danno biologico sul patrimonio economico (congruità delle spese mediche affrontate, quantificazione delle prevedibili spese mediche future, giudizio qualitativo in tema di riduzione della capacità lavorativa specifica), sia come ausilio tecnico nella valutazione equitativa delle sofferenze e dei patimenti configuranti il danno morale (natura ed entità delle lesioni, durata dell’invalidità temporanea, necessità di ricovero in ambiente ospedaliero, esecuzione di periodici controlli clinici, ecc.).
L’altro profilo (jure hereditatis), assume rilevanza qualora nel tempo intercorrente tra la lesione e la morte, il de cuius abbia incamerato un autonomo diritto al risarcimento del danno nel proprio patrimonio, al quale gli eredi potranno agire nei limiti della propria quota.
Pertanto, giunti a questo punto, occorrerà verificare quali danni sofferti dalla vittima siano rivendicabili in via ereditaria dai parenti senza prescindere dall’analisi del danno biologico terminale, del danno catastrofico e del danno tanatologico.
La prima fattispecie del danno biologico terminale consiste nel pregiudizio alla salute subito dalla vittima dell’illecito, nel tempo che parte dalla lesione e termina con la morte. Le problematiche sottese alla fattispecie in esame si concentrano tutte su quando tale pregiudizio possa considerarsi maturato, giacché la nozione di danno biologico presume l’esistenza di una patologia medica accertabile, che per essere considerata apprezzabile deve svilupparsi in un lasso temporalmente adeguato.
La giurisprudenza ha, infatti, sostenuto che “in caso di lesione dell'integrità fisica con esito letale, un danno biologico risarcibile in capo al danneggiato, trasmissibile agli eredi, è configurabile solo se la morte sia intervenuta dopo un apprezzabile lasso di tempo, sì da potersi concretamente configurare un'effettiva compromissione dell'integrità psicofisica del soggetto leso, non già quando la morte sia sopraggiunta immediatamente o comunque a breve distanza dall'evento, giacché essa non costituisce la massima lesione possibile del diritto alla salute, ma lesione di un bene giuridico diverso, e cioè del bene della vita“ (confr. Cass. civ. 17 gennaio 2008, n. 870; Cass. civ. 28 agosto 2007, n. 18163; Corte cost. n. 372 del 1994).
Di conseguenza, per potersi attribuire il danno sopra descritto, rilevante è il lasso temporale intercorso tra la lesione e la morte. Sulla questione, la giurisprudenza ha spesso individuato caso per caso il numero di giorni o di ore necessari per il cristallizzarsi del danno biologico. Difatti, si è ritenuto sufficiente a fondare una richiesta risarcitoria di ristoro del danno subito dal defunto alla sua integrità psicofisica un arco di tempo di tre giorni, ma non di poche ore o soltanto mezz’ora, perché ritenuto non idoneo a consentire una scissione tra il momento della lesione alla salute e quello del pregiudizio inferto alla vita.
Le altre due fattispecie del danno catastrofico e del danno tanatologico vengono in rilievo ove sussista una differente componente di danno non patrimoniale del quale gli eredi possono chiedere il ristoro con un’azione risarcitoria jure hereditatis.
Il danno catastrofico si sostanzia nella percezione della morte incombente. In altre parole, la presenza della lesione mortale, seguendo l’insegnamento della scienza medico-legale e psichiatrica, definita catastrofica, si pone a carico della psiche del soggetto che aspetta lucidamente la fine della propria esistenza, ed è nella condizione di comprendere appieno l’evento che sta per verificarsi pur nel breve intervallo temporale.
La Cassazione l’ha ritenuto risarcibile, chiarendo però che “può essere fatto valere iure hereditatis unicamente allorché essa (la psiche del soggetto morente) sia stata in condizione di percepire il proprio stato, abbia cioè avuto l'angosciosa consapevolezza della fine imminente, mentre va esclusa quando all'evento lesivo sia conseguito immediatamente il coma e il danneggiato non sia rimasto lucido nella fase che precede il decesso” (confr. Cass. civ. 28 novembre 2008, n. 28423; Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754).
Il danno tanatologico riguarda il vulnus al diritto alla vita sofferto dalla persona deceduta, a causa dell’uccisione da parte di un terzo (9-11). A tal proposito risulta evidente che in senso naturalistico, non si può mai affermare in senso assoluto l’istantaneità dell’evento morte, sussistendo sempre un rapporto di discendenza cronologica fra il momento della lesione e quello del decesso. Se così non fosse si potrebbe arrivare all’assurdo di non ammettere la sussistenza del rapporto causale fra i due eventi giacché è implicito che per poter parlare di consequenzialità, la causa deve precedere l’effetto, anche se per un tempuscolo minimo, altrimenti si dovrebbe rilevare la concomitanza di due eventi fra loro non correlati: di qui il basilare criterio cronologico del post hoc ergo propter hoc in tema di accertamento del nesso causale, criterio che deve necessariamente precedere tutti gli altri poiché, in caso di una sua riconosciuta insussistenza, viene meno ipso facto ogni possibile ulteriore approfondimento medico legale e giuridico.
Tuttavia, pur non potendo condividere l’istantaneità tra il momento della lesione con la morte, deve comunque considerarsi l’immediatezza tra i due momenti, che non ne esclude la consequenzialità, ma che può pregiudicare l’esistenza del danno risarcibile iure hereditatis (12).
Infatti, la Cassazione ha ritenuto “non risarcibile il danno tanatologico, da perdita del diritto alla vita, fatto valere iure successionis dagli eredi del de cuius, per l'impossibilità tecnica di configurare l'acquisizione di un diritto risarcitorio derivante dalla lesione di un bene intrinsecamente connesso alla persona del titolare, e da questo fruibile solo in natura: e invero, posto che finché il soggetto è in vita, non vi è lesione del suo diritto alla vita, mentre, sopravvenuto il decesso, il morto, in quanto privo di capacità giuridica, non è in condizione di acquistare alcun diritto, il risarcimento finirebbe per assumere, in casi siffatti, un'anomala funzione punitiva, particolarmente percepibile laddove il risarcimento dovesse essere erogato a eredi diversi dai congiunti o, in mancanza di successibili, addirittura allo Stato” (confr. Cass. civ. 24 marzo 2011, n. 6754; Cass. civ. 16 maggio 2003, n. 7632).
Pertanto, alla luce delle considerazioni poc’anzi esposte, è di assoluta evidenza l’importanza di una attenta valutazione medico legale volta ad accertare e quantificare il tempo di sopravvivenza alla lesione, ponendovi a base solidi presupposti anatomo e fisiopatologici oltre che di ordine clinico. 

Bibliografia   [Indice]

1. Giusto G. Trattato di Medicina Legale e Scienze Affini, CEDAM, Padova, 2 edizione, Vol 1, 2009.
2. Arbarello P, Di Luca NM, Feola T. Medicina Legale, Edizioni Minerva, Torino, 2 edizione, 2005
3. Papi L. Linee di tendenza della Giurisprudenza di merito ed aspetti medico-legali in tema di risarcibilità del danno da morte. Danno e Responsabilità 2002; 11: 1075-1080.
4. Bona M. Il danno biologico nel 'Codice delle assicurazioni': questioni di costituzionalità della nuova disciplina Riv. It. Med. Leg. 2006: 1; 103-126.
5. Di Luca NM, Montanari Vergallo G, Frati P. La giurisprudenza delle sezioni unite sul danno alla persone: et lux fuit? Riv. It. Med. Leg. 2009:2; 277-297.
6. Sardella F, Zanchetti M. Il danno esistenziale: la richiesta di risarcimento in sede penale. Riv. It. Med. Leg. 2007: 2; 341- 361.
7. Frati P, Montanari Vergallo G, Di Luca NM. La riforma del danno alla persona nelle sentenze 8827 e 8828/2003 della Suprema Corte (Nota a Cass., sez. III civ., 31 maggio 2003, nn. 8827 e 8828). Riv. It. Med. Leg. 2004:1;196-223.
8. Corte F, Buzzi F. Il danno biologico da lutto: metodologia psico-diagnostica medico-legale. Riv. It. Med. Leg. 2000; 22: 37-69.
9. Tomaselli A. Sul danno tanatologico:riflessioni e prospettive. Dir. Fam Pers. 2008; 2129.
10. Umani Ronchi G, De Luca NM, Bolino G. Alcune puntualizzaioni circa la valutazione del danno biologico e del danno biologico da morte. Jura Medica 1999: 2; 167-209.
11. Scalzini S. I punti fermi della Cassazione sul risarcimento del danno tanatologico. Danno e responsabilità 2011:11; 1042- 1049.
12. Caputi M. Chi muore giace e chi vive (non) si da’ pace: la (quasi irrisarcibilita’ iure hereditatis del danno tanatologico” (Commento a Cass., sez. III, 23 febbraio 2004, n. 3549 e a Trib. Venezia, sez. III, 15 marzo 2004). Danno e responsabilità 2000:12; 1215-1220. 

Autore di riferimento   [Indice]

Maiese Aniello
Dottore in Giurisprudenza


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