Articoli Medicina del Lavoro - P&R Scientific
Volume 4, Numero 2
30.06.2014
MOBBING: CASISTICA CLINICA, DIFFERENZE DI GENERE, ASPETTI MEDICO-LEGALI
 
 
Candura SM, Dondi E, Tonini S, Lettini G, Boeri R, Giorgi I, Mazzacane F, Gentile E, Scovazzi G, Petracca M, Scafa F

Autori   [Indice]

Candura SM1, Dondi E1, Tonini S1, Lettini G1, Boeri R1, Giorgi I2, Mazzacane F3, Gentile E1, Scovazzi G1, Petracca M1, Scafa F1  

1Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro, Università degli Studi di Pavia & Unità Operativa di Medicina del Lavoro, IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri, Istituto Scientifico di Pavia
2Servizio di Psicologia, IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri,Istituto Scientifico di Pavia 
3Consulente Psichiatra, IRCCS Fondazione Salvatore Maugeri,Istituto Scientifico di Pavia

Abstract   [Indice]

Introduzione: La patologia da mobbing, conseguente a vessazioni reiterate in ambito occupazionale, richiede un accurato inquadramento diagnostico, con finalità clinicaemedico-legale.

Obiettivi: Valutarecon approccio multidisciplinare la frequenza e le differenze di genere della patologia da mobbingnella pratica clinica.

Metodi: Tra il 2001 e il 2011, sono state esaminate 474 persone (273 donne e 201 uomini), di età compresa tra 21 e 61 anni, che riferivano problemi di salute connessia situazioni di disagio psicologico in ambito lavorativo.Il percorso diagnostico prevedeva visita specialistica di medicina del lavoro, colloquio clinico-psicologico conintervista strutturata e test di personalità, visita psichiatrica, accertamenti laboratoristici e strumentali ove indicati.

Risultati: Un disturbo psichiatrico correlato al lavoro è stato diagnosticato in 152 soggetti (32%della casistica totale): 37 casi (8%) erano verosimilmente dovuti a mobbing. Negli altri pazienti sono state riscontrate condizioni psichiatriche non rapportabili al lavoro (28% dei casi) oppure non è stata formulata diagnosi psichiatrica. Tra i lavoratori con patologiada mobbing o altre forme di stress è stata riscontrata prevalenza femminile (62%), con grado di scolarità medio-elevato; la fascia d’età più colpita era tra i 34 e i 45 anni; le professioni rappresentate sono molteplici, con preponderanza di quelle impiegatizie.

Discussione: Con un rigoroso inquadramento diagnostico, un quadro psicopatologico da mobbing è diagnosticato in un numero limitato di pazienti, in prevalenza donne. S’impone quindi prudenza nell’etichettare come “mobbing” situazioni cliniche che tali non sono, anche per prevenire immotivaticontenziosi con i datori di lavoro. Lo studio richiama la necessità di adeguate misure preventive, volte soprattutto a tutelare il lavoro femminile.

Parole chiave: fattori psicosociali, bullying, lavoro femminile, disturbo d’adattamento
 

Introduzione   [Indice]

Il “mobbing” (“bullying”, molestie morali, violenza psicologica) rientra tra i più temibili fattori di rischio psicosociali riscontrabili in ambitooccupazionale. Esso è definito come “qualunque condotta impropria che si manifesti, in particolare, attraverso comportamenti, parole, atti, gesti, scritti capaci di arrecare offesa alla personalità, alla dignità, o all’integrità fisica o psichica di una persona, ovvero di mettere in pericolo l’impiego o di degradare il clima lavorativo” (1). Affinché si possa propriamente parlare di mobbing, è necessario che le azioni vessatorie siano reiterate (secondo alcuni, almeno una volta alla settimana per almeno sei mesi) (2).
In funzione dei rapporti tra vittime (“mobbizzati”) e persecutori (“mobbers”), si distinguono diverse tipologie di mobbing: “verticale dall’alto” (per opera dei datori di lavoro o di superiori gerarchici), “verticale dal basso” (raro, esercitato da una posizione gerarchica inferiore), “orizzontale o tra pari” (tra lavoratori che ricoprono le stesse posizioni gerarchiche), “pianificato” o “strategico” (nell’ambito di una precisa strategia aziendale finalizzata all’esclusione di un dipendente), “doppio mobbing” (lavorativo e familiare). Le modalità d’attacco possono coinvolgere la comunicazione, la reputazione e/o le prestazioni del soggetto. Non devono essere confuse con il mobbing altre frequenti forme di stress lavorativo: l’antagonismo e la competitività; le liti, le incompatibilità caratteriali, i conflitti interpersonali; i cambiamenti per esigenze aziendali; i provvedimenti disciplinari motivati (3-6).
Come tutte le situazioni di stress reiterato, il mobbing può esaurire le capacità di adattamento individuale e causare una serie di manifestazioni psicopatologiche più o meno gravi, talora irreversibili, con ripercussioni sulla sfera somatica. Tale sindrome può comprendere manifestazioni psicosomatiche (insonnia, cefalea, disturbi cardiovascolari, disturbi gastrointestinali, depressione immunitaria), turbe emozionali (ansia, rabbia, crisi di pianto, attacchi di panico, deflessione del tono dell’umore, disinteresse affettivo, depersonalizzazione), turbe comportamentali (alterazioni dell’appetito, abuso di farmaci e veleni voluttuari, auto- o eteroaggressività, apatia, modificazioni del comportamento sessuale fino alla scomparsa della libido) (4, 7).
La “sindrome da mobbing” non è chiaramente identificata dal punto di vista nosologico. Infatti, nonostante in letteratura siano descritti diversi quadri psicopatologici mobbing-correlati (5-7), sia l’ICD-10 (International Classification of Diseases), sia il DSM-IV (Diagnostical and Statistical Manual of MentalDisorders) concordano nell’individuare solo due condizioni correlate allo stress (non solo lavorativo), ossia il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) e i disturbi da mancato adattamento (DA).
Il problema del mobbing -e della conseguente patologia- presenta complesse implicazioni medico-legali, in ambito penale, civile e assicurativo. Negli ultimi anni, l’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) ha riconosciuto alcuni casi come professionali e ha incluso le “malattie psichiche e psicosomatiche da disfunzioni dell’organizzazione del lavoro (costrittività organizzative)” nella lista II, gruppo 7, del nuovo elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia (Decreto 27 aprile 2004 del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Un accurato inquadramento diagnostico è pertanto fondamentale non solo ai fini clinici (prognostici e terapeutico-riabilitativi) ma anche per l’eventuale dimostrazione del nesso di causa tra le vessazioni subite in ambito lavorativo e il danno patito (8, 9).
La Risoluzione del Parlamento Europeo del 20 settembre 2001 individua il lavoro femminile fra le aeree a rischio mobbing.L’EASHW (European Agency for Safety and Healthat Work) ha da tempo stimolato i singoli Paesi a esaminare le proprie criticità inerenti il genere e la salute e sicurezza sul lavoro, al fine di programmare interventi adeguati. Un documento della stessa agenzia sottolinea come i rischi legati al lavoro femminile siano sottovalutati e trascurati rispetto a quelli maschili, sia a livello di ricerca, sia di prevenzione e sensibilizzazione (10). In Italia, l’art. 28 del d.lgs. 81/2008 sancisce che le differenze di genere devono essere adeguatamente considerate nel processo di valutazione dei rischi professionali, compresi “quelli collegati allo stress lavoro-correlato”. A fronte di ciò, nella letteratura scientifica esiste un numero esiguo di studi sulle diversità di genere tra le vittime di mobbing o di altre fonti di stress occupazionale.

Obiettivi   [Indice]

Il presente studio valuta la frequenza della patologia da mobbing, e di altri disordini psichiatrici legati a cause differenti dal mobbing,in pazienti con disagio lavorativo, sottoposti a procedura diagnosticamultidisciplinare (medico del lavoro, psicologo, psichiatra). Sono quindi analizzate le differenze di genere e le implicazioni medico-legali delle diagnosi così formulate.

Materiali e metodi   [Indice]

La casistica si compone di 474 pazienti che, dal 2001 al 2011, hanno richiesto una visita specialistica presso l’Unità Operativa di Medicina del Lavoro delnostroIstituto,per problemi di salute connessi, a giudizio dei pazienti stessi, a situazioni di mobbing (o comunque di disagio psicologico) in ambito lavorativo. Il campione è costituito da 273 individui di sesso femminile (58%) e da 201 individui di sesso maschile (42%), di età compresa tra i 21 e i 61 anni (media: 41,8). Dal punto di vista della scolarità, 5 soggetti (1%) avevano la licenza elementare, 166 la licenza media inferiore (35%), 227 il diploma superiore (48%), 76 la laurea (16%). Per quanto riguarda il settore d’impiego, 343 pazienti (72%) prestavano servizio in aziende private, mentre i rimanenti 131 (28%) lavoravano presso enti pubblici (36 dipendenti comunali, 21 scolastici, 30 all’ASL, gli altri presso consorzi e agenzie tributarie). I soggetti erano per il 12% dirigenti, 15% quadri direttivi, 39% impiegati, 22% operai; i rimanenti 12% avevano altre qualifiche professionali.
Il percorso diagnostico,perfezionato nel corso degli anni (11), inizia con visita specialistica di medicina del lavoro: per ciascuno dei pazienti è raccolta un’accurata anamnesi lavorativa, oltre a quella familiare, sociale, fisiologica e patologica; in seguito siesegue esame obiettivo al fine di individuare eventuali patologie d’organo associate ai disturbi lamentati dal paziente. Occorre precisare che le valutazioni sono in massima parte basate su quanto riferito dai pazienti: al nostro servizio ambulatoriale manca, infatti, la possibilità di verificare direttamente l’eventuale esistenza di un clima vessatorio nell’ambiente di lavoro, compito tra l’altro assai arduo e per il quale tuttora non esistono metodiche sufficientemente validate. Le diagnosi di patologia da mobbing da noi formulateassumono quindi un carattere probabilistico.
Il protocollo prevede quindi:colloquio clinico-psicologico;intervista strutturata per il DSM-IV: SCID (StructuredClinicalInterview for DSM-IV) asse I e II; test di personalità MMPI-2 (Minnesota MultiphasicPersonality Inventory-2) in forma intera; visita psichiatrica; accertamenti laboratoristici e strumentali ove indicati.
L’intervista strutturata è una metodologia che, basandosi sull’introduzione di uno schema o protocollo specifico, attribuisce alle differenti patologie indagabili una sintomatologia precisa, sulla quale si concentra l’attenzione dell’esaminatore. Grazie all’attribuzione di punteggi di gravità, si ottengono risultati soddisfacenti. Per l’asse I si segue un percorso che, partendo dall’anamnesi del paziente, giunge alla valutazione di disturbi psichiatrici quali ansia e depressione. La parte inerente l’asse II consiste in un questionario autosomministrato seguito da un’intervista relativa agli item critici del questionario, al fine di individuare disturbi della personalità e ritardo mentale.
L’MMPI-2, ovvero la versione aggiornata del test MMPI, costituisce un test ad ampio spettro costruito per valutare le più importanti caratteristiche strutturali della personalità e i disturbi emozionali. Esso comprende 567 domande su svariati argomenti: la salute generale, le condizioni neurologiche, i nervi cranici, la motilità e il coordinamento motorio, la sensibilità, le funzioni vasomotorie, il trofismo, la parola, la funzione secretiva, gli apparati cardiovascolare, respiratorio, gastroenterico, genitourinario, le abitudini, la situazione familiare e coniugale, l’attività professionale, l’istruzione, il comportamento sessuale, religioso, l’atteggiamento verso la politica, la legge e l’ordine, il comportamento sociale, la morale, la mascolinità, la femminilità, la presenza di stati affettivi depressivi, maniacali, ossessivi, coatti, la presenza di deliri, allucinazioni, illusioni, fobie, tendenze sadiche e masochistiche. Il paziente deve rispondere agli item con “Vero” o “Falso”, mentre tutte le omissioni e gli item con doppia risposta devono essere considerati come risposte “Non so”. L’utilità delle informazioni ottenute attraverso l’MMPI-2 dipende dall’abilità del soggetto testato a comprendere le istruzioni, svolgere il compito richiesto, capire e interpretare il contenuto degli item, registrare correttamente le proprie risposte. Per calcolare i punteggi sono disponibili un programma computerizzato e uno scoring manuale. L’interpretazione dei risultati richiede un alto livello di competenza psicometrica, clinica, personologica e professionale.
Il protocollo di studio è approvato dal Comitato Etico del nostro Istituto, in accordo ai criteri della Dichiarazione di Helsinki.

Risultati   [Indice]

La figura 1 riporta il prospetto delle diagnosi formulate al termine dell’iter diagnostico sopra descritto (non completato da 16 pazienti: 3%). In 176 soggetti (37%) non è stata formulata alcuna diagnosi psichiatrica (secondo i criteri del DSM-IV), pur riscontrando alterate dinamiche nelle relazioni interpersonali e altre condizioni stressogene (non necessariamente lavoro-correlate). In 130 pazienti (28%) è stato diagnosticato un disordine psichiatrico non correlato al lavoro (disturbo depressivo, d’ansia, di personalità come cluster A e B, distimia).
Solo152 pazienti (32%) sono risultati affetti da disordini psichiatrici lavoro-correlati: in questo sottogruppo 37 casi (8% della casistica totale; 14 uomini e 23 donne) erano verosimilmente dovuti a mobbing, comprendenti 2 casi di DPTS (entrambi donne) e 35 di DA (14 uomini, 21 donne),segnalati alle Autorità Competenti (Magistratura, Organo di Vigilanza, Ispettorato del Lavoro, INAIL) come probabili malattie professionali. Altri 105 soggetti (40 uomini, 65 donne)presentavano un disturbo d’ansia con somatizzazioni correlato a problematiche lavorative. Infine, in 10 pazienti (3 uomini, 7 donne) è stato diagnosticato un DA non dovuto a mobbing.
L’età media dei 152 pazienti in cui è stato riscontrato un quadro riconducibile a stress lavoro-correlato è 40,8 anni: 45,7 per gli uomini, 39,5 per le donne. Queste ultime sono presenti in proporzione superiore (63%) rispetto agli uomini (37%). Si tratta di soggetti con scolarità prevalentemente medio-elevata: il titolo di studio è rappresentato per 23 pazienti dalla laurea (15%), per 76 daldiploma superiore (50%), per i restanti 52 dalla licenza media inferiore (34%), per 1 (1%) dalla licenza elementare.Per quanto concerne il settore d’impiego, 126 soggetti (83%) lavorano nel settore privato, i rimanenti 26 (17%) nel settore pubblico; le mansioni e le qualifiche lavorative interessate sono assai varie, con prevalenza dell’attività a carattere impiegatizio, in cui i rapporti interpersonali e la comunicazione sono parte integrante del lavoro. Molto variabile è risultata la durata delle vessazioni, da un minimo di 6 mesi a un massimo di 15 anni.

Fig. 1 - Distribuzione delle conclusioni diagnostiche

 

Discussione   [Indice]

In pazienti giunti all’osservazione con riferite vessazioni (o altre situazioni di disagio) in ambito lavorativo, l’indagine specialistica multidisciplinare ha identificato, con ragionevole grado di probabilità, un disturbo psichiatrico (DPTS o DA) correlabile a mobbing in meno del 10% dei casi. Tale proporzione è inferiore a quella descritta in altre casistiche italiane (12, 13). La discrepanza potrebbe dipendere da differenze metodologiche nell’approccio diagnostico o, più verosimilmente, dai criteri di preselezione dei pazienti che accedono al servizio ambulatoriale. Nel nostro caso i soggetti sono inviati direttamente dal medico di base; nella casistica di Monacoet al. (13), ad esempio, la popolazione (152 pazienti) che accedeva al servizio era stata oggetto di preventiva selezione da parte di un gruppo di psicologi: in tali soggetti la percentuale di diagnosi compatibili con una situazione di mobbing è risultata del 49%.
In ogni caso, la nostra casistica è sicuramente un richiamo alla prudenza nell’etichettare come “sindrome da mobbing” situazioni cliniche che tali non sono; in proposito, è sicuramente rilevante l’elevato riscontro(circa un terzo dei casi) di patologie psichiatriche indipendenti dall’attività lavorativa. Come richiamato anche nella letteratura scientifica internazionale (14), tali condizioni, se valutate superficialmente senza i necessari approfondimenti diagnostici, possono facilmente generare contenziosi con i datori di lavoro sulla base di accuse infondate. Questi contenziosi, peraltro, possono a loro volta causare aggravamenti del quadro clinico preesistente.
Pur con lalimitazione della mancanza di una verifica diretta di quanto riferito dai pazienti, i nostri dati confermano come un approccio razionale nell’inquadramento diagnostico (necessariamente interdisciplinare) della patologia da mobbing sia di fondamentale importanza per una corretta stima della reale incidenza del fenomeno (spesso sopravalutata a livello mediatico) e per consentire un adeguato riconoscimento in ambito medico-legale e assicurativo.
Tra i lavoratori con disordini psichiatrici lavoro-correlatiabbiamo riscontrato una preponderanza del sesso femminile (63%). Tale differenza di genere permane nel ristretto gruppo di pazienti in cui la psicopatologia (DPTS o DA) è risultata correlabile a mobbing: entrambi i casi di DPTS, e 21 dei 35 casi di DA, erano donne.
La maggioranza delle donne con disturbi correlati a stress occupazionale (mobbing compreso) rientra nell’intervallo tra i 34 e i 45 anni: ciò può essere spiegato dall’incremento degli impegni legati all’ambito famigliare durante questa fascia d’età, con conseguente aumento delle condizioni stressanti e maggiori difficoltà lavorative (10, 12).
Precedenti indagini su violenze morali e differenze di genere non sono univoche. Gli agenti penitenziari, ad esempio, sembrano essere esposti a mobbing in egual misura ma con prevalenza di determinatemodalità di attacconei confronti degli uomini,quali mancata assegnazione di compiti lavorativi ed esclusione dalle riunioni (15). Ricerche su altri professionistisono giunte adanaloghe conclusioni, indicando che questaforma di mobbing è più frequente per i ruoli manageriali maschili (2). In Turchia, un questionario distribuito a un’ampia popolazione lavorativa ha rilevato che, in diversi ed eterogenei settori occupazionali, gli uomini sono a maggior rischio di aggressione fisica, mentre le donne sono più esposte a violenze verbali, psicologiche e sessuali (16).
Bjorkqvist et al. riportano che, tra le vittime di mobbing in ambito universitario, circa due terzi sono donne (17), in accordo con i nostri dati. Evidenti differenze di genere sono descritteanche nel settore finanziario, dove le donnesi sentono “mobbizzate” con frequenza doppia rispetto agli uomini (18). Questa condizione potrebbe derivare dall’effettiva maggiore esposizione ad azioni negative, da una minore percezione della possibilità di difendersi e da una maggior facilità nel definire la propriaesperienza come mobbing. Il genere femminile risulta più frequentemente vittima di mobbinganche nella casistica della Clinica del Lavoro di Milano, dove è utilizzato un protocollo diagnostico simile al nostro (19).
Quando s’indaga circa la percezione di mobbing, le donne tendono a focalizzarsi su critiche riguardanti la vita privata e dicerie, mentre gli uomini sono maggiormente coinvolti in azioni di screditamento inerenti il lavoro. E' anche stata evidenziata una possibile correlazione tra le diverse tipologie di mobbing e il genere delle vittime: tra le donne sarebbe più frequente il mobbing di tipo emozionale, verso gli uomini il mobbing strategico (4). Il mobbing nei confronti di una donna spesso inizia quando ella è appena rientrata dal periodo di maternità e/o necessita di allontanarsi con una certa frequenza dal lavoro per provvedere alle cure familiari. In tali casi può accadere che, dopo averle creato un senso di colpa per i disagi (veri o presunti) creatisi a causa delle sue assenze, la lavoratrice sia isolata. Si può evincere che il maggior accanimento verso il sesso femminile sia dovuto al fatto che esso rappresenta la categoria che più frequentemente ricorre a particolari agevolazioni contrattuali come orari, maternità e aspettative, creando così i presupposti per innescare le vessazioni. Inoltre le donne esternano e denunciano più facilmente i problemi lavorativi, a differenza dell’uomo che, secondo vecchi stereotipi, ha il compito di provvedere alla famiglia principalmente attraverso il lavoro, mediante il quale raggiunge una piena realizzazione. Per tali motivi gli uomini sono più restii a rivelare i problemi connessi alla realtà lavorativa.
La maggior rappresentanza femminilenella nostra e in altrecasistichepuò avere anche altre ipotesi esplicative: secondo alcuni stereotipi culturali, le donne avrebbero un atteggiamento più passivo e quindi più facilmente attaccabile e, dal momento che meno frequentemente ricoprono incarichi dirigenziali, sarebbero più a rischio di vessazioni in quanto il mobbing è un fenomeno esercitato prevalentemente dai superiori nei confronti dei subalterni.
Il presente studio richiamala necessità d’interventi preventivi. La prevenzione del mobbing e della patologia da stress lavoro-correlato inizia dalla corretta valutazione del rischio(come previsto dall’art. 28 del d.lgs. 81/2008) e deve coinvolgere i singoli lavoratori e le figure professionali istituzionalmente deputate alla tutela della loro salute: Datore di Lavoro, Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), Medico Competente, Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS).Occorre principalmente la promozione di comportamenti etici atti a creare un clima di fiducia, tolleranza e rispetto nei luoghi di lavoro (5). Il contenimento della violenza morale si basa sulla possibilità di attuare un cambiamento culturale nelle relazioni interpersonali, nei valori e negli atteggiamenti (in particolare nei confronti delle donne).



Ringraziamenti
Ringraziamo Christine Broughton per la revisionelinguistica del testo in inglese, e Paola Baiardi perla discussione degli aspetti statistici dello studio.

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Autore di riferimento   [Indice]

Stefano M Candura
Unità di Medicina del Lavoro, Fondazione Maugeri, Via Maugeri 10 – 27100 Pavia


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Fig. 1 - Distribuzione delle conclusioni diagnosti
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