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02.06.2013
MALATTIE, INFORTUNI & ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO
Cari Lettori abbiamo deciso di creare questo NUOVO FORUM, dove potrete inviare le vostre richieste, esprimere le vostre opinioni, porre quesiti ad esperti riguardanti le Malattie Professionali, gli Infortuni sul Lavoro e l'Organizzazione del lavoro.
Utilizzando il modulo che trovate nel riquadro sottostante.

Aspettiamo le Vostre Richieste e i Vostri Commenti.

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La Redazione

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Commento/Richiesta di admin
29/8/2012 09:04
Salve,

sono un operaio di un' industria che produce plastica. Vi scrivo in quanto da qualche tempo ho notato che le dita della mia mano sinistra diventano bianche dopo esposizione al freddo.
Mi è stata fatta diagnosi di Sindrome di Raynaud.
A causa del mio lavoro so di essere esposto a cloruro di vinile, dove posso trovare la tabella delle malattie professionali?

Grazie
Commento/Richiesta di La Redazione
31/8/2012 14:13
Gent.mo Lettore,

nell'elenco delle malattie professionali di cui le forniamo il link tratto dal sito dell'INAIL potrà trovare anche quelle correlate all'esposizione da cloruro di vinile.

Link:

http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_MEDICINA&nextPage=MEDICINA/Tabelle_malattie_professionali/info1177812736.jsp

Restiamo a disposizione per qualsiasi altra informazione.

Cordiali saluti

La Redazione
Commento/Richiesta di alepacchia
18/9/2012 13:57
Salve, sono il Datore di Lavoro di un’azienda che conta circa 6 dipendenti che svolgono mansione di impiegati amministrativi. Vi scrivo perché ho alcuni dubbi su un caso di infortunio sul lavoro recentemente accaduto nella mia struttura. Durante la normale e quotidiana attività lavorativa, una mia dipendente salendo le scale che dall’entrata del palazzo arrivano all’ufficio e trasportando in mano una risma di carta, è caduta faccia in avanti provocandosi una frattura della mandibola. Trasportata in ospedale ha ricevuto una prognosi di 30 giorni e un’indicazione all’intervento chirurgico. Questo probabilmente la terrà lontana dal posto di lavoro per parecchio tempo.
Ovviamente ho aperto subito la pratica di infortunio scaricando dal sito INAIL tutti i moduli che devono essere trasmessi. Le mie domande però sono le seguenti:
1) Essendo l’infortunio avvenuto sulle scale del palazzo e non all’interno dell’ufficio si può parlare di infortunio sul lavoro oppure di infortunio in itinere?
2) Ci sono delle misure che il datore di lavoro in questo caso deve prendere per non incorrere in sanzioni (ad es. strisce antiscivolo sulle scale) pur non essendo le scale proprietà dell’ azienda?
Ringraziandovi in anticipo per la cortese attenzione, porgo cordiali saluti.
Commento/Richiesta di luigiante
18/9/2012 14:32
Salve sono un medico specializzando, approfondendo lo studio sulla legislazione
mi è sorto il dubbio circa le condizioni necessarie affinchè si debba procedere ad una denuncia per sospetta tecnopatia da rumore.
Nello specifico, mi piacerebbe sapere se esistono dei parametri accertati o delle linee guida che stabiliscono di quanto debba essere la perdita uditiva oppure se ci si attiene all'esperienza e alle comuni norme di buon senso.
Ringrazio anticipatamente coloro che vorranno rispondere e confrontarsi.
Commento/Richiesta di pierago
18/9/2012 15:22
Buongiorno, vorrei porre una domanda circa la buona prassi da seguire in ambito di rientro delle lavoratrici madri successivo alla maternità.
Nello specifico, nel caso di una donna in gravidanza che rientri al lavoro dopo la maternità, nel caso in cui non ci sia stato alcun cambio di mansione, le si deve fare una visita di sorveglianza sanitaria prima della ripresa del lavoro?
In merito, il Dlgs 81/08 all’art 41, comma 2, lettera e-ter cita: “..la visita medica di sorveglianza sanitaria è effettuata dal medico competente prima della ripresa del lavoro a seguito di assenza (del lavoratore/lavoratrice) per motivi di salute di durata superiore a 60 giorni continuativi, al fine di verificare l’idoneità alla mansione.”
A mio parere è quanto meno discutibile se la dizione di "assenza per motivi di salute" possa effettivamente applicarsi o meno al congedo di maternita' come concepito dal D. Lgs. 151/01. E’ infatti vero che la gravidanza resta un periodo para-fisiologico e certamente non un periodo di malattia, ma è anche vero che:

1) La dizione “assenza per motivi di salute” è ambigua e non cita esplicitamente la malattia, e quindi vi potrebbe rientrare anche il periodo para-fisiologico della gravidanza.
2) Non tutte le gravidanze sono per forza para-fisiologiche.

Se non si fa una visita medica al rientro, come fa il Medico Competente a sapere se durante i mesi di assenza la persona ha avuto problemi di salute (dipendenti o indipendenti dalla gravidanza) che non la rendono più idonea alla mansione?
Commento/Richiesta di ilasam
18/9/2012 15:32
Buongiorno,
sono il medico competente di un’impresa di pulizie. Due giorni fa una dipendente della ditta in questione si è accidentalmente punta con una siringa durante il turno di lavoro svolto presso una struttura alberghiera.
Vi contatto perché vorrei sapere in che modo si devono porre i datori di lavoro delle due strutture interessate: chi si deve assumere la responsabilità dell’infortunio?
Inoltre vorrei sapere come dovrei pormi in merito al monitoraggio della suddetta dipendente.

Ringraziando anticipatamente,
si porgono cordiali saluti.
Commento/Richiesta di Dott.ssa Corbosiero
27/9/2012 11:59
In riferimento al commento di alepacchia:

Se l'infortunio della sua dipendente e' avvenuto in occasione di lavoro si parla di infortunio sul lavoro. Ai fini dell'indennizzo INAIL non cambia nulla tra infortunio sul lavoro ed infortunio in itinere. Per quanto riguarda le norme di sicurezza delle scale, bisogna prima di tutto valutare le condizioni delle stesse, e poi adottare le eventuali misure di sicurezza di cui si deve occupare il Datore di lavoro, previa autorizzazione del Responsabile del condominio ed in accordo con gli altri condomini.

Dott.ssa Corbosiero
Commento/Richiesta di Dott. De Angelis
27/9/2012 12:01
Gentile dottore luigiante,
la tecnopatia da rumore o meglio l’ipoacusia da rumore è una patologia professionale molto frequente, stimata intorno al 50% delle patologie lavorative riscontrate attualmente. Per la valutazione da tecnopatia da rumore vengono utilizzate le Linee Guida disponibili. Le Linee Guida della Società Italiana di Medicina del Lavoro e degli Igienisti Industriali vengono comunemente utilizzate per questo tipo di malattia professionale.Secondo le Linee Guida il danno da rumore di tipo professionale dipende da: livello di rumore, durata dell’esposizione, suscettibilità individuale e tipologia di rumore ( che puo’ essere costante, continuo, impulsivo e interrotto).
Per fare diagnosi di ipoacusia da rumore si devono considerare i seguenti parametri:
Anamnesi negativa per esposizioni extra professionali al rumore, farmaci ototossici e patologie uditive pregresse;
Anamnesi lavorativa positiva per esposizioni a livelli di Leq (Livello sonoro equivalente) >80 dB;
Presenza di Recruitment, cioè la perdita di udito neurosensoriale;
Deficit bilaterale percettivo;
Perdita uditiva >25 dB per frequenze acute (3-4-6 Hz);
Classificazione di malattia professionale di gruppo 2 o superiore.
Ci puo’ essere un’aggravamento rispetto ad un precedente controllo e se c’è una differenza di almeno 15 dB anche per un solo orecchio e per una sola frequenza (0,5-1-2-4-6 Hz).
È necessario eseguire un confronto tra soglia misurata e soglia attesa (ISO/FDIS 7029 del 2000), allo scopo di definire in termini precisi la influenza della presbiacusia e formulare una diagnosi audiologica.
Inoltre, si ritiene che l’aspetto più qualificante del processo diagnostico è rappresentato dal confronto tra l’audiogramma di base e gli audiogrammi di controllo.
Solamente dopo aver eseguito tali procedimenti si può fare diagnosi di ipoacusia da rumore.

Dott. De Angelis
Commento/Richiesta di Dott.ssa Giorgia
27/9/2012 17:44
In risposta al quesito di Pierago

La sorveglianza sanitaria si applica solo dove presenti rischi per la salute, iscritti allÂ'interno del documento di valutazione dei rischi. La possibilita' di visita da parte del Medico Competente e' prevista solo per i lavoratori esposti ai rischi o qualora il lavoratore ne faccia richiesta e il medico competente la ritenga congrua. Il D.lgs 81/08 allÂ'art 41, comma 2, lettera e-ter cita :Â" La sorveglianza sanitaria comprende la visita medica precedente alla ripresa del lavoro, a seguito di assenza per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi, al fine di verificare lÂ'idoneita' alla mansione. La dizione Â"assenza per motivi di saluteÂ" e' dubbia e non cita esplicitamente la malattia, e quindi vi potrebbe rientrare anche il periodo para-fisiologico della gravidanza. DÂ'altro canto e' sicuramente giusto, come concetto generale di tutela e prevenzione, valutare le condizioni fisiche di una lavoratrice quando riprende l\'attivita' dopo il conged
o di maternita' in caso di patologia insorta durante il periodo di gravidanza, il Medico Competente dovrebbe considerare l\'eventualita' che durante il periodo di allontanamento del lavoro la situazione fisica del soggetto possa essere mutata e potrebbe essere insorta durante il periodo di gravidanza qualche patologia che non la rendono piu' idonea alla mansione.
Commento/Richiesta di dimitri
5/10/2012 16:39
Le ultime ricerche sullo Stress e le possibili strategie da adottare per attenuarlo aprono un interessante orizzonte sull'utilizzo sia di discipline prettamente psicologiche come il coping ed il counseling, che su altre fino ad oggi relegate alle discipline orientali come la meditazione, lo yoga e la più recente mindfullness, una pratica meditativa che utilizza tecniche orientali mediante protocolli mutuati dalle attuali conoscenze neurofisiologiche e già utilizzata in molti ospedali americani.
Quest'anno Paul Ekman ha dimostrato che la pratica meditativa rende possibile il controllo volontario di un meccanismo come quello dello "Startle" (il sobbalzo) che fino ad oggi era ritenuto incontrollabile e mediato solo dal SNC. Una scoperta che inevitabilmente ci pone dei quesiti fisiologici e ci stimola ad una migliore comprensione di ciò che il cervello possa fare mediante un "allenamento" come la meditazione. Già lo studio delle strategie di coping avevano messo in luce di come sia l'interpretazione dell'evento che attua il soggetto, e non l'evento stesso in se', a generare lo stress e le sue conseguenze.
Già alcune aziende italiane hanno iniziato ad adottare da qualche anno programmi di yoga settimanali per i propri dipendenti al fine di ridurne lo stress, cosa che le grandi multinazionali straniere già attuano da molti anni.
Così come la medicina dello sport ha attenuto da parte del Ministero della salute il riconoscimento della prescrizione dell'attività fisica come strumento di prevenzione e cura, potremmo sperare in una direttiva simile per quanto riguarda il ruolo del Medico Competente riguardo alla gestione dello stress lavoro-correlato?
Commento/Richiesta di andrea chighine
5/10/2012 17:43
Salve,
sono un medico specializzando in Medicina del Lavoro e sto svolgendo uno stage di medico competente presso un Dipartimento di Prevenzione dell'ASL ROMA C.
Qualche tempo fa ho studiato il caso di un operaio edile che svolgendo attività di costruzione/ ristrutturazione di edifici, lavorazioni in cemento armato, taglio di marmi e interventi di demolizione, ha sviluppato asma bronchiale a causa della esposizione a polveri in ambiente di lavoro. Il medico competente dell'impresa edile presso cui lavora ha riconosciuto il nesso di causalità tra luogo di lavoro e la patologia respiratoria in questione, stabilendo in base alle tabelle INAIL una indennità del 18%.
E' stata chiesta la consulenza del Dipartimento di Prevenzione dell' ASL per verificare il nesso di causalità, ed essi non hanno confermato tale relazione eziologica, affermando che le mansioni svolte dall'operaio edile in questione non sono comprese nella tabella delle malattie professionali INAIL, e che il periodo di esposizione a polveri era breve. In questo modo hanno asserito inceve la causa extraprofessionale di questa asma bronchiale, ma consultando la sua cartellla clinica si evidenzia che non è tabagista, non è allergico, non ha intolleraze alimentari.
Vi pongo le seguenti domande:
1) Esistono nuove tabelle di valutazione delle malattie professionali che comprendano le mansioni svolte dall'operaio in questione e con un periodo di esposizione pari a un anno per lo sviluppo di patologie respiratorie ?
2) Quale sarebbe stato a vostro avviso il giudizio di idoineità lavorativo più corretto ?
Commento/Richiesta di Gloria
6/10/2012 09:54
Buongiorno sono un impiegata di una piccola società vorrei sottoporre
alla vostra attenzione il mio caso. Ho iniziato ad avvertire, in
particolare durante l’estate e dopo qualche ora che ero al lavoro alla
mia scrivania, sintomi come difficoltà respiratoria, tosse, dolore
muscolare e brividi che precedevano la febbre. Tale sintomatologia si
alleviava nel week end e nei miei giorni di riposo. Essendo questi
sintomi sempre più ricorrenti nei mesi estivi e costringendomi ad
assentarmi dal lavoro mi sono rivolta ad uno specialista e sottoposta
ad accertamenti diagnostici dei quali vi riporto il referto: l’RX del
torace ha evidenziato presenza di opacità nodulari sui campi
polmonari; la spirometria ha rilevato un deficit respiratorio di tipo
restrittivo e al lavaggio bronco alveolare si è riscontrata presenza
di linfociti. L’anamnesi accompagnata dalla diagnosticata ha condotto
alla diagnosi di alveolite allergica estrinseca che potrebbe essere
collegata all’impianto di condizionamento.
Essendo nel mio ufficio presente un sistema di condizionamento
dell’aria con umidificatore che è utilizzato durante tutta la giornata
lavorativa nei mesi estivi, posso definirla malattia professionale?
Nel caso avrei diritto ad un risarcimento? Ed il datore di lavoro ne è
responsabile?
Grazie
Commento/Richiesta di Petru
6/10/2012 11:14
Salve,
Sono un muratore di 43 anni e vengo dalla Romania.
Il mio capo non intende mettermi in regola, né mi fa fare le visite.
Inoltre non uso casco né altri mezzi di protezione.
Come posso far valere i miei diritti? Chi può tutelarmi?
Commento/Richiesta di BLore
6/10/2012 11:41
Buongiorno,

lavoro come panettiere da circa 20 anni, presso una piccola azienda artigianale. Da circa 3 anni, ho iniziato a manifestare disturbi respiratori, quali respiro sibilante e tosse, associati a dolore toracico. Dopo aver effettuato vari accertamenti, mi è stata fatta diagnosi di asma bronchiale. Non ho mai fumato e, in passato, non ho mai presentato fenomeni simili. Premesso che i sintomi suddetti si presentavano e continuano a presentarsi sempre sull'ambiente di lavoro, con netto miglioramento a seguito dell'allontanamento dal posto di lavoro (week-end e periodi di ferie), vorrei sapere:
- se esiste un nesso di causalità e, se sì, cosa fare per dimostrarlo, tra l'asma (che mi è stato diagnosticato) e le farine dei cereali a cui sono esposto per tutta la durata della mia attività lavorativa;
- se ho diritto a qualche tipo di indennità, qualora si dovesse dimostrare l'origine professionale dell'asma;
- quali accorgimenti adottare, da parte mia e del datore di lavoro, per permettermi la prosecuzione dell'attività lavorativa.

Grazie

Cordiali saluti
Commento/Richiesta di fedes
9/10/2012 16:12
(Risposta al panettiere)
Gentile signore, cercherò di essere più esaustiva possibile.
Probabilmente la sintomatologia da lei accusata è indice di una malattia professionale, per la precisione un asma allergico dovuto al contatto con le farine. Le risponderò per punti, seguendo le sue domande:
1) Le farine cereali (costituite da un complesso di polipeptidi e polisaccaridi) e le lavorazioni che ne comportano l’uso e che provocano l’esposizione alle relative polveri costituiscono una delle principali cause di allergia respiratoria professionale. Le farine di grano e di segala sono la principale causa di rinite e asma, ma anche quelle di orzo, avena, mais, granturco e riso sono spesso all’origine di patologie allergiche, della sindrome da iperreattività bronchiale e/o della bronchite cronica. Le alte concentrazioni di polvere di farina nell’ambiente di lavoro hanno una grande influenza quale causa di maggiore sensibilizzazione (il primo contatto con l’allergene, che scatena la produzione di IgE specifiche). Il tenore delle concentrazioni di polvere di farina in aria nello scatenamento della reazione allergica (il contatto successivo, che scatna invece l’attacco asmatico) è invece di minore importanza.
La sintomatologia, almeno inizialmente, presenta sovente una attenuazione nei week-ends e nei periodi di congedo. Le esposizioni a farina sono più pericolose che non quelle al grano intero.
Alla farina sono aggiunti frequentemente additivi: ac. Ascorbico, alfa-amilasi, farina di soia e di fave, ma anche lecitina e malto il cui scopo è soprattutto quello di migliorare la qualità del prodotto della panificazione.
Deiezioni e residui somatici di acari e microrganismi (alcuni dei quali produttori di tossine), muffe (Alternaria e Aspergillus) e infestanti (Ephestia kuehniella) o deiezioni e resti di insetti infestanti (strobilus granarius) ne sono i principali inquinanti. A questi occorre fare una particolare attenzione: infatti, soprattutto nei soggetti affetti da bronco pneumopatia cronica ostruttiva (causata anche dall’asma bronchiale), essi possono causare una sovra infezione che richiede una diagnosi particolarmente delicata.
Gas irritanti possono essere usati nei processi di fermentazione e nella cottura.
L’alfa-amilasi, di origine fungina (Aspergillus oryzae), viene aggiunta per accrescere il quantitativo naturale di amilasi presente nella farina: l’enzima catalizza la fermentazione degli idrati di carbonio da parte dei lieviti (Saccaromyces cerevisiae). E’ dotata di un forte potere allergizzante, essendo in grado di sensibilizzare anche fino ad un terzo degli esposti. L’attività allergenica della alfa-amilasi persiste anche dopo la cottura, e interessa particolarmente la crosta del pane.
Lecitina di soia (usata per le sue proprietà emulsionante), farina di soia (usata per rendere più bianca la mollica), malto, grani di sesamo e uova in polvere sono aggiunti spesso alla farina per la preparazione di particolari prodotti. Anche queste sostanze possono di per sé provocare reazioni allergiche.
Le piccole molecole proteiche del frumento (soprattutto albumine) a basso peso molecolare sono considerate allergeni maggiori.
Sembra che una fase di iperreattività bronchiale aspecifica preceda l’insorgenza dell’asma da frumento. L’insorgenza della congiuntivite e della rinite è in media leggermente più precoce rispetto all’insorgenza delle manifestazioni asmatiche. La sensibilizazione attraverso la via digerente è possibile ed può essere una delle cause della notevole diffusione, anche ai non esposti, della presenza di reagine (IgE) verso gli antigeni del frumento. Per tale motivo la presenza di cutireazione positiva per il dermatophagoides farinae (l’acaro della farina) non è patognomonico per una allergia alla farina di frumento. Per di più tale acaro è presente anche nelle polveri di casa, in misura talora anche superiore a quella del dermatophagoides pteronyssimus (l’acaro della polvere).
Inoltre non esiste una relazione univoca tra la positività della cutireazione e le manifestazioni asmatiche. Sensibilizzazione ed asma possono regredire pur continuando il lavoro.
Le polveri di cereali (piante erbacee quasi tutte della famiglia delle graminacee: frumento o grano, segala, avena, granturco, mais, orzo e riso; -il grano saraceno appartiene invece alle Poligonacee-) possono determinare patologie dell’apparato respiratorio dovute a meccanismi differenti:
-immunologico (immunoreazioni di tipo I e III; queste ultime responsabili anche delle alveoliti allergiche estrinseche – “farmer’s lung”, polmone del contadino, o “thresher’s lung”, polmone del trebbiatore);
-paraimmunologico (attivazione del complemento);
-farmacologico (azione similistaminica)
-di ordine fisico-chimico (irritanti)
-tossico (la febbre da cereali “grain fever”, aspecifica e non immunologica, è stata attribuita all’azione di endotossine batteriche).

Le consiglio di richiedere una visita al medico competente dell’azienda, che sicuramente la sottoporrà ad una spirometria (che in caso di asma rivela un quadro di tipo ostruttivo), con test di bronco reversione (che in caso di asma allergico dovrebbe risultare positivo), ed i test cutanei, o prick test, con dosaggio di PRIST e RAST, ossia di IgE totali e specifiche verso l’allergene sospetto, nel suo caso le polveri di farina. Il rilievo anamnestico e/o segni di atopia e la presenza di sindrome da iperreattività bronchiale (positività al test alla acetilcolina) sono indicativi di suscettibilità all’asma da farina, mentre la cutireazione positiva non sempre depone per una sensibilizzazione specifica, né si accompagna necessariamente ad asma.

2) Nel caso venisse confermata la diagnosi di asma professionale, lei avrebbe diritto ad un indennizzo, come decretato dal DPR n.336, 13 aprile 1994 "Regolamento recante le nuove tabelle delle malattie professionali nell'industria e nell'agricoltura", più precisamente nel n.40 lettera g (Asma bronchiale primario estrinseco con le sue conseguenze dirette causato da polveri e/o farine di cereali, caffè verde, cacao, carrube e soia. Qualora venga diagnosticato un asma professionale, se si lavora in un'industria, spetta al lavoratore informare della malattia il proprio datore di lavoro, che dovrà provvedere alla denuncia all'Istituto Assicuratore (INAIL); nel settore agricolo e artigiano, invece il lavoratore è esente da ogni compito in quanto spetta al medico che ha formulato la diagnosi redigere direttamente all'Istituto Assicuratore il certificato-denuncia. Richieda quindi, come è suo diritto, una visita al medico competente della sua azienda, in modo da dare inizio all’iter diagnostico.

3) Sempre nel caso venisse confermata la diagnosi, dovrà certamente seguire alcune precauzioni. Innanzitutto le verrà prescritta una mascherina, che dovrà indossare sempre mentre lavora. Dal momento che lavora in un’azienda, dovrà chiedere l’aiuto dei suoi colleghi, nel senso che, per mantenere l’ambiente più “pulito”, dovranno collaborare mantenendo dei piccoli accorgimenti.

• Vuotare il sacco di farina senza scuoterlo;
• Versare la farina nell’acqua (e non l’inverso);
• Spargere la farina a mano o con il setaccio, senza lanciarla;
• Pulire il piano di lavoro con il raschietto usato per tagliare l’impasto e non con l’uso di strumenti soffianti (mantici o soffietti);
• Tenere separati gli abiti da lavoro da quelli civili;
• Non scuotere, nè spazzolare gli abiti da lavoro, ma lavarli;
• Evitare correnti d’aria.

La ventilazione dei locali, l’adozione di schermi chiusi sulle impastatrici, le aspirazioni localizzate, l’uso industriale di tramogge a vite perpetua e ad avanzamento lento per movimentare le farine sono le tappe ulteriori, ma di maggior costo, della prevenzione primaria in tale comparto produttivo, e sono un compito del suo datore di lavoro.

Il farinaio (locale ove viene immagazzinata la farina), le fasi di trasporto e di pesata di farina e ingredienti, il caricamento della impastatrice e la fase di impastatura, il setacciamento, l’infarinatura dei piani di lavoro e di cottura e le operazioni di pulizia rappresentano le fasi più delicate per la diffusione delle polveri.

Rompere il fondo del sacco per evitare vuoti d’aria sembrava un buon sistema per diminuire il rilascio di polveri durante lo svuotamento dei sacchi: in realtà si è visto che la manovra del taglio del fondo del sacco e la caduta più rapida del contenuto potevano permettere il sollevamento di significative quantità di polvere in prossimità delle vie aeree del lavoratore; per tale motivo tale manovra è stata ritenuta troppo critica per essere raccomandata.

Utilizzare sacchi di 25 kg piuttosto che quelli da 50 kg e vuotare i sacchi in più volte è consigliato; un buon sistema è anche quello di appoggiare la estremità aperta del sacco sul fondo della vasca dell’impastatrice e sollevarlo con delicatezza tirandolo dall’altra estremità: è importante limitare quanto più possibile l’altezza di caduta della farina. E’ consigliato non scuotere fortemente il sacco vuoto e chiuderlo, quindi piegarlo dolcemente o arrotolarlo. L’uso di maniche di tessuto tra la tramoggia di pesata ed il fondo dell’impastatrice permettono il trasporto della farina con scarso rilascio di polvere se la manica è di sufficiente lunghezza.

Durante la impastatura possono aversi rilasci di polveri sia nelle prime fasi di impastatura, sia nei momenti di aggiunta di farine e/o additivi. Questa procedura di correzione dell’impasto durante la impastatura è molto seguita, così come molto importante è, per il panettiere, controllare a vista e anche al tatto la qualità dell’impasto. Ciò crea qualche resistenza all’uso di schermature piene. La sostituzione alla griglia di sicurezza con uno schermo pieno consente una riduzione della esposizione in questa fase. Tuttavia le schermature opache non sono tali da permettere un soddisfacente controllo a vista dell’impasto: schermature grigliate solo parzialmente sembrano una soluzione di compromesso consigliabile.

E’ molto importante ridurre la velocità d’azione dell’impastatrice, soprattutto nelle prime fasi (primi 5 minuti), quando farina e acqua non sono ancora sufficientemente amalgamate e parte della farina non è ancora bagnata; utile ridurre la velocità anche dopo ogni aggiunta di farina. E’ stato proposto anche un metodo opposto, consistente nel rendere più rapido il movimento della impastatrice nel primo minuto, per accelerare il processo di bagnatura.
Vengono sollevate polveri di frumento soprattutto nei primi momenti, con rapido decremento entro i primi due minuti. La normativa europea EN 453 prescrive schermo pieno (ma sono consentite aperture per aggiungere ingredienti, prelevare campioni, vedere e toccare l’impasto), basse velocità iniziali (nei primi 2 minuti) e aspirazione localizzata.

I macchinari utilizzati per dividere in pezzature e dare forma all’impasto dovrebbero essere dotati di sistemi anti proiezione, in grado di aspirare verso la parte posteriore della macchina la farina, raccogliendola in una vaschetta di raccolta, onde evitare che la sovrappressione nella fase di stampaggio delle forme proietti farina dal fronte della macchina verso l’operatore.

Per diminuire l’aderenza dell’impasto sul piano di lavoro, in alternativa alla farina può essere usato anche olio, ma in tal caso occorre far in modo che la pressione con cui l’olio viene spruzzato non crei aerosol nell’ambiente lavorativo.
Le operazioni di spolvero della farina sul piano di lavoro possono essere effettuate con farine a scarso rilascio di polvere. A tale scopo si utilizzano farine trattate con olio vegetale; farine di grossa taglia appositamente separate in mulino (c.d. farina “rotonda” o "di passaggio"); farina “incapsulata”, trattata con grassi; farina biscottiera, a minore contenuto proteico; farina di riso; amido.

L’uso del setaccio permette una distribuzione omogenea della farina con poca produzione di polvere se il setaccio è tenuto più vicino possibile al piano o alla sfoglia.
Lo spolvero di farina sui piani di lavoro è una operazione delicata, che può rilasciare polvere; durante la giornata lavorativa tale operazione è ripetuta numerosissime volte.

Le operazioni di pulizia possono provocare rilevanti sollevamenti di polvere: l’uso di aspirapolvere con filtro ad alta aspirazione e le operazioni eseguite ad umido con l’uso di raschietto sono da preferire all’uso di scopette o di strofinacci.

Mi auguro che da questi accorgimenti possa trarre un beneficio.
Commento/Richiesta di lazio
9/10/2012 17:00
In riferimento a Petru

Salve, per prima cosa bisogna sempre ricordare che la legge tutela tutti i lavoratori anche chi non e' in regola o presenta un\'assunzione illegale. Se si lavora in una azienda senza contratto, per la legge, e' il padrone ad essere illegale e a commettere una serie di illeciti come: elusione delle norme sull\'assunzione; evasione fiscale e dei contributi sociali; il non rispetto delle norme sulla sicurezza e sulla prevenzione degli infortuni. Anche se il contratto non e' stato scritto nero su bianco, esiste e ha lo stesso validita' giuridica. Prima di ricorrere al giudice del lavoro si puo' tentare la conciliazione, con o senza l\'intervento dell\'avvocato, presso unÂ'apposita commissione, presente presso la Direzione Provinciale del Lavoro o presso una sede detta di Â"conciliazione sindacaleÂ", una sede cioe' costituita per disposizione dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl), proprio al fine di ridurre il contenzioso giuridico. La conciliazione conviene quasi se
mpre perche' i tempi sono piu' rapidi, altrimenti si deve ricorrere al giudice (e' preferibile comunque consigliarsi sempre con un sindacalista). Se fallisce la conciliazione, l\'avvocato deve presentare un ricorso al giudice del lavoro che contiene una dettagliata esposizione dei fatti, elenca le prove ed i testimoni a tuo favore. Seguono le udienze, al termine delle quali, il giudice, sentite le parti in causa, emette la sentenza. Per il processo sono importantissime le prove che puoi portare, quindi e' il caso che tu ne raccolga il piu' possibile.
Cordiali Saluti
Commento/Richiesta di Dott. Alessandro P.
9/10/2012 18:07
In risposta al quesito del dott. Chighine.

Gentile lettore, con decreto ministeriale 9 aprile 2008 (G.U. n. 169 del 21 luglio 2008) sono state pubblicate le "Nuove tabelle delle malattie professionali nell'industria e nell'agricoltura", di cui agli articoli 3 e 211 del T.U. approvato con D.P.R. 30 giugno 1965 n. 1124.
La rimando al link specifico dell’inail per una rapida consultazione delle suddette tabelle: http://www.inail.it/Portale/appmanager/portale/desktop?_nfpb=true&_pageLabel=PAGE_MEDICINA&nextPage=MEDICINA/Tabelle_malattie_professionali/info1177812736.jsp

Per quanto riguarda il giudizio di idoneità del lavoratore, bisognerebbe effettuare un approfondimento clinico della patologia in questione (asma bronchiale).
In quanto, se la ventilazione risultasse adeguata, si potrebbe effettuare un giudizio di idoneità con obbligo di protezione dell’apparato respiratorio in presenza di polveri, vapori, fumi e nebbie fintanto che la Funzionalità Respiratoria ne consenta l’ uso. Il dispositivo di protezione individuale che potrebbe essere utilizzato è di tipo maschera antipolvere FFP 2.
Se, in caso contrario, la Funzionalità Respiratoria risultasse compromessa in modo permanente, si potrebbe pensare ad una inidoneità parziale, allontanando il lavoratore da lavorazioni che comportino l’ esposizione a polveri, vapori, fumi e nebbie.
Commento/Richiesta di gerardo
10/10/2012 11:48
In risposta alla impiegata affetta da alveolite allergica estrinseca.
L’alveolite allergica estrinseca è il risultato di una reazione allergica a sostanze esogene presenti
in ambiente lavorativo, costituite da particelle di diametro inferiore ai 5 micron in grado di
penetrare a livello dell’alveolo.
Uno dei maggiori problemi per un medico del lavoro è rappresentato dal saper distinguere le
patologie allergiche da quelle non allergiche. L’identificazione del tipo di sostanza implicata nel
processo, non è così semplice perché spesso un lavoratore è esposto a molte sostanze contemporaneamente. Diventa però fondamentale distinguere tra allergia e irritazione perché gli
approcci terapeutici saranno differenti a seconda che siano dovuti a un meccanismo di tipo irritativo
o a un meccanismo di tipo allergico.
Se è un fenomeno irritativo, sarà sufficiente ridurre l’esposizione, se invece si tratta di un fenomeno allergico, come nel caso dell’alveolite allergica estrinseca occorrerà togliere totalmente l’agente causale.
Se persiste la sintomatologia il lavoratore dovrà cambiare mansione. Si procederà quindi con la denuncia di malattia professionale.
Nel caso dell‘alveolite allergica estrinseca così come per il mesotelioma e la pneumoconiosi possiamo dire che sono malattie esclusivamente, o prevalentemente, di origine professionale.
Il primo certificato di malattia professionale, redatto dal medico accertatore, deve essere consegnato al lavoratore che entro 15 giorni dall‘accertamento della malattia deve trasmetterlo al datore di lavoro che, a sua volta, deve inviarlo all‘INAIL entro i cinque giorni dalla data di ricezione insieme alla denuncia amministrativa di malattia professionale, redatta dallo stesso datore di lavoro.
Il lavoratore può richiedere anche al datore di lavoro il risarcimento di quanto non indennizzato dall’Inail
(cosiddetto danno differenziale).
Commento/Richiesta di pierago
10/10/2012 12:11
In verità l’argomento è alquanto complesso.
Facendo un breve preambolo, il progetto “L’attività fisica come farmaco. Il movimento come strumento di prevenzione e cura”, coordinato dal Prof. Francesco Conconi e illustrato in conferenza stampa alla presenza del Sottosegretario al Ministero del Welfare con delega al Ministero della Salute fu ampiamente criticato dal Presidente della Federazione Medico Sportiva Italiana (FMSI) a causa del mancato coinvolgimento dei Medici Specialisti in Medicina dello Sport, che da anni e con specifica competenza operano sul territorio nella prescrizione dell’attività fisica. I Medici Specialisti in Medicina dello Sport hanno quindi di fatto rivendicato il diritto/dovere di operare secondo la loro formazione accademico universitaria, riaffermando di essere gli unici competenti alla prescrizione dell’esercizio fisico ed alla tutela sanitaria delle attività sportive.
A conferma basta ricordare come anche recentemente, nel 2005, la FMSI abbia prodotto e pubblicato un documento su la “Prescrizione dell’Esercizio Fisico in ambito cardiologico” e allo stesso modo abbia in atto protocolli di cooperazione con altre Società Scientifiche, quali la Società Italiana di Diabetologia e la Società Italiana di Pneumologia dello sport, finalizzati alla prescrizione dell’esercizio fisico nelle specifiche patologie.
Sulla base di quanto illustrato, mi sembra alquanto inverosimile che la Medicina del Lavoro possa sperare in una direttiva del Ministero della Salute volta alla prescrizione dell' attività fisica come strumento di prevenzione e cura, perchè in tal modo, nuovamente, si creerebbero problemi già avuti e già risolti per il mancato coinvolgerebbero dei medici dello sport. Questo senza contare tutte le problematiche relative a come queste prescrizioni andrebbero eventualmente a rapportarsi con la cartella sanitaria e di rischio, con il giudizio di idoneità, con l’aggiunto onere economico per i datori di lavoro, ecc..
Concludendo, riterrei, in caso, molto più semplice e scevro da qualsiasi critica consigliare (riportando il consiglio in cartella sanitaria) ai dipendenti che, a giudizio del medico competente, ne possano giovare, di farsi visitare da un medico dello sport per tutte le eventuali prescrizioni in materia.

Cordiali saluti.
Commento/Richiesta di Lettore
29/10/2012 16:52
Salve,
sono un medico del lavoro, ho da poco preso in carico un'azienda di pulizie,
ho scoperto che una delle impiegate ha contratto recentemente l'HCV (l'ultima
verifica anticorpale risalente a sei mesi fa era negativa), e discorrendo mi ha
riferito che si è punta quattro mesi fa, ma il precedente medico competente non
le ha fatto eseguire gli esami del caso. Penso di dover denunciare la malattia
professionale, ma posso denunciare anche il mio predecessore alla ASL?
Commento/Richiesta di Carmine Goglia
29/10/2012 16:53
Caro collega, Le rispondo citando le leggi

Il sanitario che effettua la diagnosi di una malattia la cui origine professionale è quantomeno sospetta ha l’obbligo di segnalare la patologia a diversi enti.

1) Deve innanzitutto inviare il “referto all’autorità giudiziaria”, in sostanza alla Procura della Repubblica (ai sensi dell’ art. 365 C.P. e 334 C.P.P.) e la denuncia di Malattia Professionale all’Asl ( ai sensi dell’art 139 del D.P.R. 1124/1965 e L. 833/2000).

2) Deve inviare la denuncia alla Direzione Provinciale del Lavoro ( ai sensi dell’art. 139 D.P.R. 1124/1965)

3) Deve inoltre inviare la denuncia all’Inail (ai sensi dell’art. 10 D.L. 38/2000).

4) Infine deve compilare il Primo certificato di Malattia Professionale e consegnarlo al Lavoratore il quale potrà decidere se consegnarlo al Datore di Lavoro o meno. In caso di consegna, l’azienda dovrà inviarlo all’Inail congiuntamente al modulo di Denuncia di Malattia Professionale (reperibile sul sito dell’Inail).
L’Inail, dopo le valutazioni, riconoscerà o meno la malattia professionale e, in caso positivo, la indennizzerà al lavoratore

L’asl effettuerà le valutazioni di rilevanza penale, valutando se ci sono stati comportamenti omissivi da parte del datore di lavoro e/o del medico competente nei confronti della normativa a tutela della salute e sicurezza.
Ricordo che la denuncia di malattia professionale che il medico invia direttamente all’Inail non apre la pratica di indennizzo; essa è aperta solo dall’invio del primo certificato da parte del datore di lavoro/lavoratore.

Ricordiamo inoltre che il medico che, in presenza di una malattia di sospetta origine professionale, non procede ad effettuare il referto alla autorità giudiziaria è sanzionabile penalmente.

cordiali saluti,

Carmine Goglia
Commento/Richiesta di Medico Competente
29/10/2012 16:54
Buongiorno sono un medico competente nominato da poco per una azienda
in cui lavorano operai addetti alle macchine.
Durante il sopralluogo mi sono reso conto che un macchinario non era
conferme alle norme di legge e mi è stato comunicato che l’addetto a
quella macchina ha subito un infortunio per il malfunzionamento della
stessa proprio due giorni precedenti al mio sopralluogo.
In caso di infortunio per macchina non conforme alle norme di legge è
responsabile il venditore o l’RSPP se ha esaminato la macchina?
Il risarcimento per infortunio è da richiedere al datore di lavoro o
al costruttore della macchina non essendo conforme alle norme legge?
Grazie
Commento/Richiesta di Andrea Chighine
29/10/2012 16:55
1) In base a:
a) Titolo I, Capo III, Sez. III, art. 33, lett.a del Dlgs 81/2008, il Servizio di Prevenzione e Protezione, quindi il RSPP, si deve occupare della individuazione dei fattori di rischio, della valutazione dei rischi, e delle misure di sicurezza e della salubrità dell’ambiente di lavoro;
b) Titolo III, Capo I, art. 70, comma 1 del Dlgs 81/2008, le attrezzature di lavoro messe a disposizione dei lavoratori devono essere conformi alle specifiche disposizioni legislative e regolamenti di recepimento delle direttive comunitarie di prodotto.
Si deduce che:
In questo caso, il RSPP, che ha esaminato l’ambiente e le attrezzature di lavoro è imputabile di negligenza o di incompetenza nello svolgimento della sua mansione.
Il distributore delle attrezzature di lavoro è invece imputabile di non essersi accertato della conformità legislativa e dei requisiti essenziali di sicurezza della macchina fornita all’azienda.



2) In base a:
a) Titolo I, Capo III, Sez. I, art. 18 comma 2, lett. c del Dlgs 81/2008, il datore di lavoro fornisce al servizio di prevenzione e al medico competente informazioni sulla descrizione degli impianti e dei processi produttivi;
b) Titolo III, Capo I, art. 71, comma 2, lett. c del Dlgs 81/2008, il datore di lavoro all’atto della scelta delle attrezzature deve prendere in considerazione i rischi presenti dall’impiego delle attrezzature stesse;
c) Titolo III, Capo I, art. 71, comma 8, lett. a del Dlgs 81/2008, le attrezzature di lavoro la cui sicurezza dipende dalle condizioni di installazione devono essere sottoposte ad un controllo iniziale ( dopo l’installazione e prima della messa in esercizio ) e ad un controllo dopo ogni montaggio in un nuovo cantiere, al fine di assicurarne l’installazione corretta e il buon funzionamento;
d) Titolo I, Capo I, art. 3, comma 10 del Dlgs 81/2008, nell’ipotesi in cui il datore di lavoro fornisca attrezzature proprie o per tramite di terzi, tali attrezzature devono essere conformi alle disposizioni di cui al Titolo III;
e) Titolo III, Sanzioni, art. 87, comma 2, lettere a,c.
Si deduce che:
Il datore di lavoro è imputabile di negligenza o di inadempimento dei suddetti articoli del Dlgs 81/2008, per cui deve essere sanzionato e risarcire il lavoratore soggetto ad infortunio.

Cordiaòi saluti
Commento/Richiesta di torre
6/12/2012 15:55
Salve sono lavoratore di una fabbrica del nord Italia adibito a movimentazione di carichi. Qualche mese fa mi hanno diagnosticato, attraverso risonanza magnetica, due piccole ernie alla colonna lombare. Secondo me la causa di questa patologia è sicuramente legata al lavoro da me svolto.
Secondo il vostro parere questa può essere considerata una malattia professionale? E se sì qual è la prassi per essere risarcito?
Commento/Richiesta di marialuisa
7/12/2012 09:00
Buongiorno, molto spesso nei lavoratori addetti all’uso del videoterminale vengono riscontrate patologie muscolo-scheletriche abbastanza invalidanti come per es. la sindrome cervicotensiva, la sindrome di De Quervain e l’epicondilite. Quali sono nella maggioranza dei casi i fattori scatenanti di tali patologie e quali sono le precauzioni da osservare per i lavoratori.
Infine vorrei sapere se tali patologie possono costringere alcuni lavoratori a non poter continuare l’ attività lavorativa al videoterminale e per cio’ costretti a cambiare la propria mansione?


Cordiali Saluti

Adriano De Angelis
Commento/Richiesta di Gerardo
10/12/2012 13:13
In risposta al lavoratore della fabbrica del nord Italia.
Gentile Signore, la malattia professionale e' un evento dannoso alla persona che si manifesta in modo lento, graduale e progressivo, involontario e in occasione del lavoro. Nella malattia professionale, lÂ'influenza del lavoro nellÂ'origine del danno lavorativo e' specifica, poiche' la malattia viene contratta proprio nellÂ'esercizio ed a causa di quellÂ'attivita' lavorativa o per lÂ'esposizione a quella determinata noxa patogena che nel suo caso e' la movimentazione manuale del carico.
Probabilmente il suo caso puo' essere considerato malattia professionale, dal momento che la patologia lombare le e' stata riscontrata a causa della movimentazione manuale dei carichi che lei mi riferisce e mediante esame strumentale di risonanza magnetica.
Lei puo' fare denuncia di malattia professionale con certificato medico riferito alla malattia stessa, presentandolo al suo datore di lavoro, il quale dovra' presentarla alla sede INAIL competente, indipendentemente da ogni valutazione personale sul caso, entro cinque giorni dalla data di ricevimento del referto clinico.
Commento/Richiesta di fante
12/1/2013 08:32
Salve, sono un infermiere di 55 anni e lavoro in un reparto di medicina con pazienti non autosufficienti che richiedono frequenti manovre di mobilizzazione. Da alcuni mesi ho dolori alla schiena per cui ho eseguito una radiografia e a livello cervicale sono stati riscontrati segni di artrosi con lieve riduzione degli spazi discali C4-C5;C5-C6. A livello lombo sacrale è stato riscontrato un ridotto spazio discale L5-S1.
Posso chiedere il riconoscimento di una malattia professionale per un eventuale cambio di reparto?
Commento/Richiesta di Adriano De Angelis
14/1/2013 08:31
Buongiorno, dal momento che nel nostro Paese l’Agricoltura è una delle principali risorse economiche dove sono impiegati molti lavoratori sia in maniera definitiva che in maniera stagionale, vorrei sapere quali sono i tipi di infortuni connessi con l’utilizzo di macchine agricole o di altro genere più frequenti in Agricoltura e come si possono prevenire. Inoltre vorrei sapere cosa indica la normativa vigente riguardo questo importante comparto di lavoro?


Cordiali Saluti


Adriano De Angelis
Commento/Richiesta di gerardo
15/1/2013 14:10
In risposta all’infermiere di 55 anni, Le dico che per malattia professionale si intende un evento dannoso alla persona che si manifesta in modo lento, graduale e progressivo, involontario e in occasione del lavoro. Nella malattia professionale, l’influenza del lavoro nella genesi del danno è specifica, poiché la malattia viene contratta proprio nell’esercizio ed a causa di quell’attività lavorativa o per l’esposizione a quella determinata noxa patogena.
Nel suo caso specifico, direi che al momento non sussistono gli estremi clinici per il riconoscimento di una malattia professionale, dal momento che gli stessi sanitari o il suo medico curante, avrebbero dovuto compilare ed inviare il referto all'ASL, così come il medico competente una volta accertato il caso lo avrebbe dovuto segnalare al datore di lavoro e assegnarle l’inidoneità alla mansione.
Per il cambio di mansione, questo è un atto che rientra nel potere organizzativo del datore di lavoro che si può avvalere del giudizio del medico competente.
Commento/Richiesta di PierAG
21/1/2013 09:49
Secondo i dati pubblicati dalla World Health Organization (WHO) e dall’ International Labour Organization (ILO) ogni anno vengono registrati 268 milioni di infortuni sul lavoro e 160 milioni di nuovi casi di malattie professionali. Di questi, secondo l’European Agency for Safety and Health at Work (EU-OSHA) l’incidenza di infortuni mortali in agricoltura, negli Stati membri dell’Unione Europea, è di 12,6 ogni 100.000 lavoratori e di 6000 casi ogni 100.000 per quanto riguarda gli infortuni che determinano un’assenza dal lavoro superiore ai tre giorni.
La valutazione della sicurezza nelle aziende e gli interventi di prevenzione insieme con l’informazione e la formazione sono ad oggi le metodologie più utili e necessarie al fine prevenire gli infortuni sul lavoro.
Inoltre nel dicembre del 2012 è stato inoltre siglato a Roma da Inail e FederUnacoma un protocollo d'intesa per l'incremento della prevenzione nel comparto dell’agricoltura: da metodologie più efficaci per l`analisi degli infortuni sul lavoro e delle loro cause all`avvio di progetti che migliorino i livelli di sicurezza nel settore dell`industria della meccanizzazione agricola.
Riguardo alla normativa vigente, per tutti coloro che operano in agricoltura è estremamente importante essere a conoscenza delle regole e degli adempimenti da seguire in caso di infortunio sul lavoro.
Nel settore agricolo, oltre ai coltivatori diretti, coloni e mezzadri sono obbligatoriamente assicurati all’Inail anche gli operai agricoli. Sono, invece, esclusi da tale assicurazione gli imprenditori agricoli professionali (IAP), in quanto non versano la contribuzione INAIL, e gli impiegati agricoli che sono assicurati all’Enpaia.
Di conseguenza, il coltivatore diretto titolare ha l’obbligo di denunciare l’infortunio sul lavoro occorso a se stesso, ai familiari coadiuvanti e ai propri operai agricoli, che comporti una prognosi superiore a tre giorni. Per gli imprenditori agricoli tale obbligo si applica in caso di infortunio che coinvolga gli operai agricoli assunti alle proprie dipendenze.
La mancata, ritardata o incompleta denuncia, sia nei confronti dell’Inail che nei confronti dell’autorità di pubblica sicurezza, comporta l’applicazione di una sanzione da un minimo di 1.290 euro ad un massimo di 7.745 euro.
Commento/Richiesta di Enrico
12/4/2013 13:52
Salve vorrei sottoporre alla vostra attenzione il seguente caso: un impiegato con mansione amministativa da più di 15 anni, che lavora davanti al video terminale per più di 20 ore settimanali, da qualche tempo accusa problemi di pressione alta, difficolta' visive, mal di testa, forti dolori alla spalla dx ed al collo. Potrebbe essergli riconosciuta la malattia professionale?
Commento/Richiesta di Adriano De Angelis
16/4/2013 10:07
Gentile signore,

la malattia professionale è indennizzabile a condizione che:

- sia contratta nell'esercizio dell’ attività lavorativa;

- sia determinata dalla cosiddetta causa protratta nel tempo;

- esista un nesso causale diretto con l'attività professionale.
-siano escluse tutte quelle condizioni circa lo scorretto uso del Videoterminale e delle condizioni ambientali lavorative sfavorevoli.

La denuncia deve essere fatta alla Direzione Provinciale del Lavoro, alla U.S.L. e all’INAIL competenti per territorio. L’INAIL iscrive la malattia nel registro nazionale delle malattie causate da lavoro o ad esse correlate ma non attiva automaticamente il percorso per il riconoscimento della malattia come professionale in quanto ciò avviene solo dopo che il datore di lavoro fa pervenire la denuncia ai sensi dell’Art. 53 del D.P.R. 1124/65.


Dott. Adriano De Angelis
Commento/Richiesta di giacomo
7/5/2013 12:13
Buongiorno a Tutti,
vi scrivo in merito ad un dubbio per un infortunio sul lavoro.
L'infortunio in questione è già stato riconosciuto come infortunio in itinere (stavo andando a lavoro), liquidati i danni biologici e chiuso.

2 giorni fa, partecipo ad un corso di formazione per la sicurezza negli ambienti lavorativi.
Arrivati a parlare degli infortuni, il nostro istruttore (chiedo scusa se non è il termine corretto) ci dice che è un infortunio in itinere se percorro il tragitto da casa al luogo di lavoro.
Se, invece, mi reco da casa direttamente verso il cliente (quindi altro luogo diverso dal posto di lavoro) SENZA passare prima dal luogo di lavoro, quest'ultimo NON E' da considerarsi infortunio in itinere, ma infortunio a tutti gli effetti.

Mi confermate quanto affermato dall'istruttore?

Sulla pratica dell'inail c'è scritto che mi stavo recando dal cliente.

Credete che posso fare ricorso ed ottenere l'assistenza e il premio assicurativo che mi spetta?

Grazie a priori
Giacomo
Commento/Richiesta di gerardo
25/5/2013 08:49
Buongiorno mi chiamo Simone, ho 42 anni e lavoro presso un grosso vivaio da circa 10 anni, il mio lavoro consiste nello spostare vasi, piante, sacchi di terra di vario peso, utilizzo una pala per invasare piante ecc; non ho problemi di schiena ma da un po’ di tempo ho dolore ad entrambi i polsi, ho fatto degli accertamenti e mi hanno diagnosticato la sindrome del tunnel carpale, chiedo se tale sindrome può essere considerata una malattia professionale e come comportarmi di conseguenza.
Grazie, porgo i miei più cordiali saluti e ringrazio chi vorrà rispondermi.
Commento/Richiesta di chiara
28/5/2013 15:51
Buongiorno, mi chismo chiara, lavoro c/o una ditta da 6 anni, il mio problema è che da meno di un'anno nel mio ufficio è comparsa la muffa e i muri iniziano a rompersi, mi sono un pò informata sul web e ho letto che la muffa non solo da molti problemi a livello respiratrio ma anche di gastroiteriti, ecco i ho questi sintomi da circa un'anno, mi hanno diagnosticata una gastrite cronica e oltrettutto ho sempre del muco nasale che non si è mai sciolto provando vari medicinali, è possibile che la muffa e l'umidità mi abbia provocato questi problemi??

grazie mille
un saluto
Commento/Richiesta di gioandre
1/6/2013 12:25
Buongiorno Simone,
la sindrome del tunnel carpale è ad oggi considerata una malattia professionale, rientra tra le patologie comprese nell'elenco delle malattie professionali approvato con il decreto ministeriale del 9 aprile 2008. Tale decreto ha aggiornato le tabelle delle malattie professionali inserendovi anche quelle muscolo-scheletriche, tra le quali è ricompresa la sindrome del tunnel carpale. La circolare Inail n. 47 del 21 luglio 2008 afferma che la presunzione legale di origine delle malattie professionali (anche quelle muscolo-scheletriche) operi quando l'adibizione alle lavorazioni indicate avvenga in maniera non occasionale e/o prolungata Tra le attività lavorative più a rischio, ci sono quelle che richiedono lavori di precisione e movimenti ripetuti nel tempo, lavori che comportano movimenti ripetuti e prolungati dei muscoli estensori e flessori della mano, con flesso-estensione del polso o di presa della mano, lavori che comportano operazioni sia di appoggio prolungato sul polso, sia una pressione prolungata o ripetuta sulla parte inferiore del palmo della mano.
Il tuo lavoro nel vivaio implica frequenti e ripetute azioni oltre che posture scorrette.
Per procedere al riconoscimento delle malattie professionali, la legge impone precisi obblighi sia per l’impresa che per i lavoratori:
- è obbligo del lavoratore la presentazione del certificato medico al datore di lavoro da consegnare entro 15 giorni che deve indicare la presunta origine professionale della patologia;
- è obbligo del datore di lavoro, entro 5 giorni dal ricevimento del certificato medico, di denunciare la patologia all’Inail. Non è permesso al datore di lavoro di sindacare il giudizio del medico che ha rilasciato il certificato. La denuncia deve essere corredata da informazioni in merito alla lavorazione e/o sostanze che avrebbero determinato la malattia, le mansioni del lavoratore, gli accertamenti praticati in azienda (sorveglianza sanitaria ex D.Lgs 626 e oggi D.Lgs 81)e l’orario di lavoro.
Successivamente, l’Inail chiamerà a visita il lavoratore per ricostruire l’anamnesi lavorativa, in particolare in merito alla pericolosità cui è stato esposto e chiederà al datore di lavoro copia del documento aziendale di valutazione dei rischi
Commento/Richiesta di lamedica.luigi
7/9/2013 16:57
Salve vi chiedevo se potete dirmi in quanti anni si prescrive la malattia professionale, nel eventuale uno vorrebbe ricorrere in giudizio per il non riconoscimento della malattia professionale. Da parte dell'ENPAIA, grazie.
Commento/Richiesta di Dott. Di Giacobbe
3/10/2013 08:58
L’Enpaia è una Fondazione con personalità giuridica di diritto privato; è l’Ente di previdenza integrativa degli impiegati e dei dirigenti dell’agricoltura, e la sua attività è indipendente dall’INAIL.
E’ disciplinato dalla legge 29 novembre 1962 n. 1655, e trasformato in fondazione, senza scopo di lucro, con personalità di diritto privato ai sensi dell’art. 1 del D. Lgs 30 giugno 1994 N° 509 e dell’articolo 1 comma 33, lettera “a” n. 4 della legge 24 dicembre 1993 n. 537.
Ai sensi delle disposizioni di cui alla legge 29 novembre 1962 N° 1655 e successive modificazioni ed integrazioni, ha lo scopo di gestire, secondo le norme del suo Statuto, del Regolamento di attuazione e dei singoli Regolamenti delle gestioni, le seguenti forme di previdenza:

a) assicurazione contro gli infortuni professionali ed extra-professionali;
b) trattamento di previdenza;
c) accantonamento del trattamento di fine rapporto.

l’Ente gestisce le forme di previdenza obbligatoria nei confronti dei dirigenti e degli impiegati tecnici ed amministrativi, di concetto e d’ordine, con qualunque rapporto assunti, anche se in prova, che prestano opera retribuita alle dipendenze:

a) degli imprenditori, siano essi singoli o associati, delle società, dei consorzi e degli enti che esercitano attività agricola o attività comunque connesse e dei proprietari dei fondi affittati;
b) degli istituti, degli enti e delle associazioni che hanno il fine di attuare o di promuovere in qualsiasi modo la difesa, il miglioramento e l’incremento della produzione agricola ai quali non siano applicabili le disposizioni di cui all’articolo 7 del decreto legislativo del Capo dello Stato 31 ottobre 1947 n. 1304;
c) dei consorzi di miglioramento fondiario e dei consorzi di irrigazione;
d) dei consorzi di bonifica, limitatamente alla assicurazione contro gli infortuni professionali ed extra-professionali ed al trattamento di previdenza di cui al comma 1, lettere “a” e “b” dell’articolo 2;
e) delle aziende esercenti concessioni di tabacco e frantoi di olive, con esclusione dei dipendenti con mansioni di dirigenti;
f) degli enti di diritto pubblico, limitatamente ai dipendenti addetti alle imprese o alle aziende agricole dagli enti stessi esercitate.
Possono altresì essere iscritti alle forme volontarie di cui al comma 6 lettera “b” dell’articolo 2 altri soggetti operanti nel settore dell’agricoltura e delle attività connesse nonché dell’agroalimentare.

E’ dotata di un proprio regolamento per le prestazioni dell' assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali, approvato dal ministero del lavoro e della previdenza sociale in data 14 giugno 2000 ed in vigore dal 1° luglio 2001.

Agli effetti del suddetto regolamento il grado minimo indennizzabile è fissato per gli infortuni nella misura del 5% e per le malattie professionali nella misura del 16%.

In particolare, l’Art. 16 prevede che la denuncia dell'infortunio, redatta su apposito modulo predisposto dall'Ente e corredata da un certificato medico in originale, deve essere inviata all'Ente, a mezzo lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, dal datore di lavoro entro quindici giorni da quello in cui lo stesso ne ha avuto notizia. Il datore di lavoro deve trasmettere la denuncia delle malattie professionali nello stesso termine di cui al primo comma, corredandola del certificato medico in originale e di una relazione nella quale, sotto la propria personale responsabilità, risultino le mansioni di fatto esplicate dal lavoratore negli ultimi cinque anni.

L’art. 20 prevede che entro 180 giorni dalla ricezione della documentazione l'Ente comunica all'assicurato o agli aventi diritto le proprie decisioni in merito alle prestazioni richieste.

In caso di contestazione si applica il procedimento di cui al successivo art. 22, che dispone che l'assicurato che non ritenga di accettare le decisioni dell'Ente ha facoltà di inoltrare ricorso all'Ente stesso con lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, da inviarsi entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento della relativa comunicazione, precisando i motivi della mancata accettazione.

Ove la mancata accettazione riguardi l'esistenza od il grado dell'invalidità permanente, l'assicurato deve allegare alla domanda un certificato medico nel quale siano precisati il grado percentuale dell'invalidità permanente che ritiene debba essergli riconosciuto e tutti gli elementi atti a comprovarlo, nonché la relativa documentazione.

L'Ente, dopo eventuali ulteriori accertamenti, sottopone gli atti alla Commissione di cui al successivo art. 23 per la relativa decisione che deve essere adottata entro 180 giorni dalla ricezione della comunicazione della mancata accettazione.

La Commissione per l'assicurazione contro gli infortuni (di cui all’art. 23) esamina e delibera sui ricorsi e sulle istanze in materia di infortuni e di malattie professionali, ed esprime pareri su ogni altra questione prevista dal presente Regolamento o ad essa sottoposta dal Direttore Generale.

L'assicurato entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento della comunicazione della decisione adottata dalla Commissione, o comunque decorso inutilmente il termine di cui al precedente comma, ha facoltà di chiedere la costituzione del Collegio Arbitrale di cui al successivo articolo 26.

Il Collegio arbitrale (di cui all’art. 26) è composto di tre esperti, due dei quali nominati uno da ciascuna delle parti, ed il terzo di comune accordo, o, in mancanza, dal Presidente del Tribunale che ha sede nel capoluogo del distretto di Corte di Appello in cui l'assicurato è residente.

L’art. 28 dispone infine che l'azione per conseguire le prestazioni previste dal presente regolamento si prescrive nel termine di tre anni dalla data dell'infortunio o da quella di manifestazione della malattia professionale indennizzabile.

In caso di morte dell'assicurato la prescrizione non decorre anteriormente al decesso quando la malattia professionale non sia accertabile se non mediante esame autoptico.

Il termine di prescrizione è interrotto a far tempo dalla data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio presso la cancelleria del giudice adito e a condizione che il ricorso con in calce il decreto di fissazione dell'udienza di discussione sia notificato nel termine di legge.

In conclusione, per quanto concerne i termini prescrizionali previsti dal regolamento ENPAIA, si può desumere quanto di seguito:

1) l'azione per conseguire le prestazioni previste dal regolamento ENPAIA appare prescriversi nel termine di tre anni dalla data dell'infortunio o da quella di manifestazione della malattia professionale indennizzabile.

2) Qualora l’assicurato ENPAIA non ritenga di accettare le decisioni dell'Ente ha facoltà di inoltrare ricorso all'Ente stesso entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento della relativa comunicazione, precisando i motivi della mancata accettazione.

3) L'assicurato, qualora abbia inoltrato ricorso, ha poi facoltà di chiedere la costituzione del Collegio Arbitrale, entro e non oltre 60 giorni dal ricevimento della comunicazione della decisione adottata dalla Commissione per l'assicurazione contro gli infortuni.

Dott. Di Giacobbe