Fatti e sentenze 15 Maggio 2014


Materiale a cura del Dott. Mariano Innocenzi

Giornata mondiale per la sicurezza: nel 2013 in Italia forte flessione degli infortuni
Le stime preliminari annunciate a Roma nel corso del convegno organizzato dall’Inail in collaborazione con l’Ilo: lo scorso anno pervenute all’Istituto 607mila denunce. I casi mortali scendono da 844 a 740. Il ministro Poletti: “Sulla prevenzione serve una collaborazione strutturale tra tutti i soggetti in campo”
ROMA – Flessione del 7/8% degli infortuni sul lavoro, in Italia, nel corso del 2013. Le denunce pervenute all’Inail sono state 607mila, a fronte delle 657mila dell’anno precedente. Contrazione non inferiore al 10% per quanto riguarda i casi mortali, che hanno riguardato circa 740 vittime (nel 2012 erano state 844). Sono queste alcune delle stime preliminari relative all’andamento infortunistico 2013 anticipate oggi, a Roma, nel corso del convegno presso il Parlamentino dell’Istituto di via IV Novembre, organizzato in collaborazione con l’Ilo in occasione della “Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro”.
All’evento rappresentanti delle istituzioni e delle parti sociali. All’incontro sono intervenuti il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, il direttore generale, Giuseppe Lucibello, e il direttore dell’Ilo per l’Italia e San Marino, Luigi Cal. Hanno partecipato, inoltre, i presidente delle commissioni Lavoro della Camera e del Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, e in rappresentanza delle realtà datoriali Salomone Gattegno, del Comitato tecnico per la sicurezza di Confindustria, e Giorgio Merletti, presidente di Confartigianato imprese. Dopo gli interventi di Rosario Strazzullo, coordinatore area Contrattazione della Cgil, e dei segretari confederali della Cisl e della Uil, Luigi Sbarra e Paolo Carcassi, le conclusioni della giornata sono state affidate al ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti.
Il ricordo di Rino Pavanello. Ad aprire i lavori il ricordo di Rino Pavanello, fondatore dell'associazione “Ambiente e lavoro” e presidente della Consulta interassociativa italiana per la prevenzione (CIIP), scomparso prematuramente sabato scorso. “Quasi 30 anni fa intuì, prima di ogni altro, che occorreva trovare una correlazione positiva tra ambiente, nella sua accezione più ampia, e lavoro – ha affermato il presidente del Civ Inail, Francesco Rampi – Ciò spronò a riflettere circa l’insufficienza delle lotte sindacali contro la monetizzazione delle condizioni di nocività nel lavoro e sulla necessità che il miglioramento delle condizioni negli ambienti di lavoro non potesse essere realizzato a scapito del contesto ambientale”. Proprio oggi, a Milano, Pavanello avrebbe dovuto presiedere il “Workersmemorial day-2014”. “Di lui, oltre alla sua genialità, occorre ricordare la generosità nel farsi carico dei problemi – ha sottolineato Rampi – il suo perenne attivismo per dare concretezza alle elaborazioni teoriche, attraverso la prassi e la formazione”.
De Felice: “Le questioni poste dall’Ilo al centro della nostra azione”. Nel suo intervento introduttivo, il presidente dell’Inail, Massimo De Felice, ha sottolineato che le questioni di grande rilevanza poste dall’Ilo in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro “sono tutte tematiche che l’Inail ha tra i suoi piani di azione: quando partecipa ai Comitati e alle Commissioni interistituzionali per l’indirizzo, il coordinamento e la valutazione delle politiche di prevenzione, quando contribuisce ai piani nazionali di prevenzione e all’attività di normazione per definire linee guida, buone prassi, norme tecniche, nell’attività di informazione sulle ‘best practice’, sugli andamenti delle variabili descrittive del fenomeno infortunistico e sugli esiti delle politiche, e nell’attività di formazione. Tutte azioni sostenute da accordi di collaborazione con associazioni, imprese e parti sociali”.
“Valutare l’effettiva esposizione al rischio”. Per De Felice, le politiche di prevenzione in Italia hanno raggiunto un buon livello, testimoniato anche dal “Goodpractice award 2013” conferito all’Inail dall’Associazione internazionale di sicurezza sociale (Issa), “ma resta da lavorare sul giudizio quantitativo, per riuscire a valutare l’andamento del numero degli infortuni in funzione dell’effettiva esposizione al rischio dei lavoratori”. Per ora, ha aggiunto, “si usano approssimazioni, ma avere un indice calcolato su dati originari sarebbe molto più rassicurante, per giudicare in modo adeguato l’efficacia delle politiche e individuare tempestivamente i settori su cui concentrare l’azione”.
“Il progetto sui dati tra le nuove attività per la prevenzione”. Il presidente dell’Inail ha ricordato inoltre “alcune nuove attività che l’Istituto sta svolgendo nell’ambito della prevenzione: la definizione e il coordinamento dei programmi di ricerca sugli strumenti di prevenzione per individuare i rischi nascosti, la definizione di una governance della ricerca, la collaborazione diretta con le imprese per definire la prassi dei sistemi premianti, e il grande progetto avviato sui dati che, per essere una base affidabile delle analisi a sostegno alle politiche, devono essere validati con protocolli finalizzati”.
Cal: “Il costo per la società pari al 4% del Pil annuale mondiale”. Come sottolineato dal direttore dell’ufficio Ilo per l’Italia e San Marino, Luigi Cal, si stima che “ogni anno nel mondo siano più di due milioni le persone che muoiono per malattie professionali e altre 321mila quelle che perdono la vita sul lavoro”. Una realtà drammatica, che comprende anche 317 milioni di incidenti non mortali e 160 milioni di persone che si ammalano per patologie lavoro-correlate, che si traduce anche in un ingente costo economico per la società “pari al 4% del Pil annuale mondiale”.
“L’Italia mandi un segnale durante la presidenza del semestre europeo”. Spostando l’attenzione sull’Italia, Cal ha precisato che il nostro Paese è al terzo posto per numero di convenzioni Ilo ratificate, ma all’appello ne mancano una decina che riguardano la salute e la sicurezza: “Le più importanti sono la Convenzione 155 del 1981, in cui si chiede di adottare una politica nazionale coerente per la salute e sicurezza sul lavoro e si definiscono le azioni che imprese e lavoratori devono assumere per migliorare le condizioni lavorative, e la Convenzione 187 del 2006, che riguarda il quadro promozionale per la salute e la sicurezza sul lavoro. Sarebbe un fatto molto significativo e auspicabile se l’Italia le ratificasse entrambe durante la sua presidenza del semestre europeo”.
“Per la gestione del rischio chimico necessario un approccio globale”. In un altro passaggio del suo intervento, il direttore dell’ufficio Ilo per l’Italia e San Marino ha spiegato anche la scelta di dedicare la Giornata mondiale di quest’anno ai rischi legati all’utilizzo dei prodotti chimici: “La produzione e l’utilizzo di questo tipo di prodotti rappresenta una delle sfide più impegnative per i programmi di protezione dell’ambiente di lavoro e deve essere affrontata in modo globale per stare al passo con il continuo progresso scientifico e tecnologico, con l’aumento della produzione mondiale di sostanze chimiche e con i cambiamenti nell’organizzazione del lavoro. I prodotti chimici sono fondamentali nella vita moderna, per questo è importante promuoverne una gestione razionale e sfruttarne i vantaggi riducendo, attraverso la prevenzione e il controllo, gli effetti indesiderati sui lavoratori, sulla popolazione e sull’ambiente”.
Lucibello: “Inail garante di un più ampio sistema di tutela globale e integrata”. “Nell’attuale scenario legislativo l’Inail rappresenta il principale supporto nelle politiche di informazione, formazione, assistenza, consulenza e promozione della cultura della prevenzione – ha ricordato, invece, il direttore generale, Giuseppe Lucibello – Da ente erogatore di prestazioni perlopiù di carattere economico oggi, anche in conseguenza dell’incorporazione nel 2010 dell’Ispesl e dell’Ipsema, l’Istituto è il soggetto pubblico, attore e garante di un più ampio sistema di tutela globale e integrata”. Lucibello ha riassunto, così, le strategie messe in atto dall’istituto in tutti i molteplici ambiti nei quali si declina la prevenzione, sottolineando – in particolare – l’impegno sul fronte degli interventi a favore delle aziende: dai 307 milioni di euro di incentivi relativi al bando Isi 2013 agli oltre 864 milioni riconosciuti come sconto alle imprese virtuose dal 2010 al 2013 (Ot24) al miliardo di euro di riduzione dei premi e contributi disposti nell’ultima legge di stabilità.
Stime preliminari 2013: “Punto di riferimento per le future politiche di prevenzione”. Lucibello ha anticipato, inoltre, le stime preliminari del 2013 relative all’andamento degli infortuni sul lavoro in Italia che, al 31 marzo 2014, hanno registrato dei dati decisamente positivi. L’Istituto, infatti, ha rilevato una contrazione del 7/8% del numero complessivo di denunce d’infortunio (da 657mila del 2012 a circa 607mila) e circa il 10% in meno dei casi mortali (da 844 vittime del 2012 a circa 740). La contrazione è ancora più sensibile se considerata in un arco temporale più ampio: nel 2008, infatti, gli infortuni denunciati erano oltre 875mila e gli episodi fatale 1.120. “Anche tenendo conto della negativa congiuntura economica, e al netto del rilevante calo occupazionale stimato dall’Istat intorno al 2,3%, questi dati confermano il trend decrescente e segnalano che molti passi importanti sono stati compiuti – ha analizzato Lucibello – Si tratta di risultati fortemente positivi che si qualificano come punto di riferimento essenziale per delineare, con ulteriore coraggio, le future politiche di prevenzione”.
Il ruolo strategico della ricerca. Fare prevenzione oggi – ha valutato Lucibello – significa approcciarsi a un fenomeno infortunistico fortemente condizionato dai cambiamenti demografici e dalle innovazioni introdotte nei modelli organizzativi della produzione e del lavoro: dal ricorso esteso alle esternalizzazione e agli appalti alla diffusione di tipologie di lavoro atipico e temporaneo, dall’ingresso massiccio di forza lavoro da altri paesi al persistere di un’ampia area di sommerso. “Tutti questi aspetti necessitano di un’attenzione mirata – ha detto Lucibello – e l’Inail ha messo in opera adeguate forme di intervento a livello centrale e territoriale”. In questo contesto un ruolo significativo può essere svolto anche dall’attività di ricerca, ‘terreno’ nel quale l’Istituto sta dispiegando le proprie forze ‘a tutto campo’, non solo in settori tradizionali (come l’amianto) ma anche in quelle a maggior tasso di innovazione o dove si manifestano rischi emergenti (come le nanotecnologie). Essenziale in tale contesto anche la promozione di una protesica all’avanguardia: a questo fine – ha concluso il diretto generale dell’Istituto – sono orientati i recenti accordi di partnership con l’Iit di Genova, l’Università Campus Bio-medico di Roma e la Scuola superiore Sant’Anna di Pisa.
Poletti: “Le buone regole condizione necessaria per agire con coerenza”. A conclusione della giornata l’intervento del ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Giuliano Poletti. “Lavorare sulla prevenzione presuppone una condizione chiara: la collaborazione strutturale e organizzata tra tutti i soggetti che possono intervenire su questo versante: dal legislatore – perché avere buone regole è la condizione necessaria per agire in modo coerente – all’Inail, alle parti sociali – ha affermato – Ciò significa promuovere un coinvolgimento ancora più forte e nostra intenzione, pertanto, è mantenere la più alta attenzione possibile su tale fronte”.
Il ministro: “Incentivi alle imprese un terreno di lavoro da perseguire ulteriormente”. Anche il rappresentante del governo ha convenuto sul ruolo strategico dell’incentivazione nei confronti delle imprese – in particolare quelle di piccole e medie dimensioni – e della ricerca. “Si tratta di terreni di lavoro che certamente non vogliamo abbandonare, ma che anzi dobbiamo perseguire ulteriormente”, ha sostenuto. In tale prospettiva generale, ha sottolineato Poletti, “bisogna anche continuare a promuovere il grande sforzo oggi in corso sul fronte della trasparenza, nella consapevolezza che questo valore è una condizione indispensabile per agire con coerenza”. “Non sono innamorato della ricerca del colpevole ma innamorato della ricerca della soluzione – ha sostenuto Poletti – Il che non vuol dire assolvere o non perseguire, ma avere una reale configurazione dei fenomeni che abbiamo davanti”.(PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 227 - 5 MAGGIO 2014)
Medici, assicurazioni ancora su. Si paga anche 16mila euro l'anno
Roma, 22 apr. - Continuano a crescere i prezzi delle polizze assicurative destinate ai medici, fino ad arrivare a 15 o 16mila euro all'anno per specializzazioni come chirurgia o ostetricia. Secondo i dati dell'Ania (Associazione fra le imprese assicuratrici) nel 2011, rispetto all'anno precedente, i premi sono cresciuti del 5,5% per i singoli e del 3,6% per le strutture sanitarie. L'aumento delle polizze è legato all'aumento dei sinistri denunciati dai pazienti, che nel 2011 hanno raggiunto i 31.500 casi, di cui quasi i due terzi relativi a polizze stipulate da ospedali. Le denunce da cosiddetta malpractice medica hanno registrato una riduzione del 6,7% rispetto al 2010 ma il numero rimane uno dei più elevati degli ultimi dieci anni. Secondo una ricerca dell'Ocse sulla malasanità, i cittadini europei più terrorizzati dagli errori medici sono proprio gli italiani: il 97% dei nostri concittadini si dice preoccupato, a fronte del 30% che afferma di aver realmente subito un errore medico.
Risarcimenti alle stelle. Nel 2000, in Italia, le cifre dei risarcimenti erano schizzate a 2 miliardi e 400 milioni di euro, una cifra molto alta in confronto a paesi come l'Austria, in cui gli assicuratori pagavano 29 milioni all'anno, Germania (250 mln), Francia (350 mln), e superiore anche ai 750 milioni del Regno Unito. Negli ultimi anni le cause civili si sono stabilizzate e gli errori sanitari denunciati alle assicurazioni sono diminuiti, ma allo stesso tempo i costi continuano a salire. Quello medio per sinistro è passato da 40mila a 66mila euro. In totale, in nove anni, sono stati pagati risarcimenti per 1,5 miliardi, di cui 300 milioni solo nel 2012. L'ultimo report, "Medmal Italia" di Marsh, ha analizzato i dati di 96 strutture pubbliche, prendendo in considerazione i casi denunciati dal 2004 al 2012, mostrando come anche il valore assicurativo medio per il personale medico sia aumentato, variando fra i 5 e i 6mila euro. Medicina difensiva. Insieme ai costi delle polizze e all'entità dei risarcimenti salgono i costi (per la sanità pubblica) della cosiddetta 'medicina difensiva', cioè quella serie di pratiche e di esami che vengono erogati dal Servizio sanitario anche in assenza di una reale necessità. Il costo della medicina difensiva, secondo una stima di Cergas-Università Bocconi, oscilla intorno ai 13 miliardi di euro all'anno, circa il 10% del fondo sanitario nazionale. Dunque i problemi sono diversi. Da una parte ci sono i medici, in difficoltà per i costi eccessivi delle polizze assicurative e spesso anche nell'impossibilità di trovare compagnie disposte a erogarle. Dall'altra c'è il sistema assicurativo, che soffre di perdite economiche dovute a rapporti sempre più difficili con gli assicurati. Attilio Steffano, amministratore delegato di Assimedici, società assicurativa per i medici, conferma: "È un problema che si sta verificando da qualche anno e c'è difficoltà nel mondo assicurativo a trovare soluzioni per coprire determinate professioni mediche. Il ministro della Salute Lorenzin sta cercando di coinvolgere in un tavolo le compagnie assicurative che non vogliono erogare polizze ai medici".
Problema centrale, per Steffano, è l'assenza di un chiaro panorama legislativo: "La legge Balduzzi è stata rinviata per due volte. Apparentemente può sembrare un successo il rinvio di un obbligo, ma non lo è perché così i medici hanno le stesse responsabilità, aggravate però dall'assenza di copertura assicurativa". Importante poi distinguere tra medico ospedaliero e libero professionista. "I dipendenti hanno la copertura assicurativa della struttura ospedaliera, anche se sempre più spesso gli ospedali ricorrono al fenomeno dell'autoassicurazione, che non è una copertura assicurativa". Bozza al vaglio delle Regioni Un problema a parte è quello dei giovani medici appena specializzati. "Dopo che si specializzano non sono più sotto la copertura dell'ospedale, ma, diventando liberi professionisti, devono pagare fino a 13/14mila euro per una polizza", dice Steffano. Assimedici chiede dunque "una legislazione che possa stabilire una norma assicurativa obbligatoria, come è successo per le rc auto" e di stabilire un massimale di riferimento, con tabelle che determinano il danno massimo risarcibile. Lo schema di decreto sulle assicurazioni ai professionisti sanitari, previsto dalla legge Balduzzi del 2012, è frutto di oltre un anno di lavoro con i contributi di esperti dell'Ania, delle Regioni, dell'Ordine dei medici e dei collegi delle professioni sanitarie. Ora dovrà essere approvato dalle Regioni. Le regole si articolano secondo sei principali direttrici: contratti di durata almeno triennale, massimale minimo di un milione a sinistro l'anno, bonus e malus calcolati a scadenza contrattuale, divieto di recesso da parte dell'assicuratore, possibilità di stipulare copertura assicurativa professionale anche tramite convenzioni collettive e non opponibilità della franchigia al terzo danneggiato. Il Fondo rischi sanitari Altro asse portante sarà il Fondo rischi sanitari, al quale potrà accedere chi esercita professioni sanitarie con il rischio di arrecare danni rilevanti a terzi e non è in grado di trovare una copertura sostenibile sul mercato. Il Fondo sarà gestito da Consap (Concessionaria servizi assicurativi pubblici) e opererà sotto la vigilanza dei Ministeri della Salute e dello Sviluppo, con l'assistenza di un comitato che avrà il compito di fissare condizioni e modalità d'accesso. Per quanto riguarda il finanziamento del Fondo, il decreto rinvia a un ulteriore provvedimento dello Sviluppo il compito di determinare il contributo che le compagnie di assicurazione dovranno versare, fino a un massimo del 4% dei premi incassati nel precedente esercizio. Il Fondo sarà alimentato anche dai professionisti che ne richiederanno il supporto: l'importo verrà stabilito dal comitato del Fondo e dovrà essere versato per almeno cinque anni. Dipendenti e liberi professionisti. Un altro problema è che l'esclusione della responsabilità penale lieve, all'interno del decreto, non fa venir meno l'obbligo di risarcire il danno. E dal 15 agosto tutti i medici saranno tenuti a sottoscrivere una polizza di responsabilità civile professionale. Il direttore centrale dell'Ania Roberto Manzato insiste sulla distinzione tra medici dipendenti e liberi professionisti. "Per i primi le polizze sono disponibilissime- sottolinea- e i costi sono bassi, anche per categorie rischiose come l'ortopedico, l'anestesista o il cardiochirurgo. Per polizze che hanno massimali fino a 5 milioni il prezzo varia da 690 a 840 euro all'anno". Diversa la situazione per i liberi professionisti: "Per le specializzazioni non rischiose, come la medicina generale, la disponibilità è molto alta e i costi sono relativamente contenuti. Critica invece la situazione per i liberi professionisti che esercitano specializzazioni molto rischiose come il chirurgo estetico, che per avere una polizza che abbia un massimale di 2 milioni annui deve pagare anche 20mila euro all'anno". (Newsletter Ordine Medici Roma del 22-04-2014)
Cassazione: la sola presenza in servizio non genera la colpa del medico
Roma, 22 apr. - Dopo la quarta sezione penale tocca alla terza sezione civile della Cassazione ammonire i giudici di merito: i medici non possono essere condannati per la mera presenza in servizio nel momento in cui si verifica un errore o un danno al paziente. La responsabilità va accertata e motivata. Con la sentenza n. 8284/2014, depositata il 9 aprile, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un ginecologo di una Asl siciliana, annullando con rinvio una pronuncia della Corte d'appello di Palermo.
Il camice bianco, assistente ospedaliero, era stato condannato prima dal tribunale di Sciacca e poi dai giudici di secondo grado a risarcire, in solido con il primario, i danni subiti da una bimba per il ritardo nell'esecuzione di un cesareo e l'omissione di accertamenti sullo stato del feto per le 16 ore intercorse tra il ricovero della madre e la nascita. In particolare la Corte di merito aveva riconosciuto che il primario, in quanto ginecologo di fiducia della donna, aveva seguito privatamente l'intera gravidanza e anche la visita iniziale della paziente subito dopo il suo arrivo in ospedale. Ma all'assistente ospedaliero i giudici d'appello avevano contestato di aver contribuito, con la sua condotta colposa, "alla causazione dell'evento dannoso". "Risulta infatti- recita la sentenza d'appello- che X era presente al momento del ricovero della Y e che lo stesso ha anche redatto, quantomeno parzialmente, la cartella clinica". Troppo poco, rileva ora la Cassazione, cui il medico si è rivolto, per affermare la sua responsabilità. "Queste circostanze- spiega la Suprema Corte- in difetto di un adeguato contributo motivazionale sulla loro rilevanza causale non possono deporre sic et simpliciter per un riconoscimento di responsabilità". Bando agli automatismi e alle deduzioni, insomma, come ha già fatto notare anche la quarta sezione penale. Nel caso del ginecologo siciliano i giudici di merito non spiegano "le ragioni per le quali queste circostanze abbiano integrato la negligenza addebitata, specie se si considera, come la Corte fa, che le scelte mediche furono effettuate dal primario". È vero che il fatto che la donna fosse paziente del primario- precisa la Cassazione- non avrebbe esonerato il medico dal dover esprimere il proprio motivato dissenso basato sulla necessaria diligenza e perizia, ma la sua sola presenza in ospedale al momento dell'arrivo della paziente "non è di per sé sufficiente a integrare il profilo di responsabilità addebitata". Anche perché la Corte d'appello non ha chiarito neppure le tempistiche adottate dal momento del ricovero e quali reali contatti abbia avuto la donna con l'assistente. È quindi ravvisabile "un gap motivazionale" sul contributo colposo del medico. Spetta ora al giudice del rinvio fare chiarezza. (Newsletter Ordine Medici Roma del 22-04-2014)
Cassazione: non si impugna ordinanza che dichiara inammissibile appello che non può essere accolto
Roma, 23 apr. - La Cassazione mette un freno ai ricorsi 'inutili', quelli cioé che non potrebbero essere comunque accolti. E lo fa con l'ordinanza 8940/2014 con cui stabilisce che non è impugnabile per Cassazione l'ordinanza che dichiara inammissibile l'appello che non abbia una ragionevole probabilità di essere accolto. L'ordinanza boccia il ricorso di una Asl condannata in primo grado, dal tribunale di Novara, a risarcire una bambina e i suoi genitori per i danni riportati in occasione del parto. I giudici hanno anche chiarito che la legge Balduzzi va interpretata nel senso di escludere l'irrilevanza della colpa lieve, prevista in ambito penale per chi si attiene alle linee guida, anche per quanto concerne la responsabilità extracontrattuale civilistica. La Cassazione ha affermato nell'ordinanza una serie di principi di diritto: a) L'ordinanza ai sensi dell'art. 348-ter c.p.c., sia quando è stata emessa in un caso consentito, sia quando è stata emessa al di fuori dei casi in cui l'ordinamento ne consente l'emissione (che si individuano in quelli esclusi dal secondo comma dell'art. 348-bis e in quello risultante a contrario dal secondo comma dell'art. 348-ter), non è impugnabile con il ricorso per cassazione, né in via ordinaria, né in via straordinaria; b) In entrambi i casi l'impugnazione possibile è solo quella della sentenza di primo grado; c) Tale impugnazione è soggetta al controllo della Corte di cassazione sia sotto il profilo dell'art. 329 c.p.c. in relazione all'appello a suo tempo esercitato, sia sotto quello dell'eventuale abbandono con lo stesso appello di questioni per difetto di riproposizione ai sensi dell'art. 346 c.p.c.; d) La Corte di cassazione, investita del ricorso contro la sentenza di primo grado non può esaminare la ritualità della decisione del giudice di appello dichiarativa della sua inammissibilità per ragioni inerenti la tecnica e lo svolgimento del giudizio di appello, ma può rilevare che, in ragione della tardività dell'appello o per essere ammesso contro la sentenza di primo grado un mezzo di impugnazione diverso da quello dell'appello, la sentenza di primo grado era passata in cosa giudicata e ciò anche quando lo stesso giudice d'appello con l'ordinanza ai sensi dell'art. 348-ter abbia detto inammissibile a sua volta l'appello per una di tali ragioni; e) L'ordinanza ex art. 348-bis c.p.c. non è impugnabile in Cassazione nemmeno quanto alla statuizione sulle spese. Passando poi al cuore del ricorso respinto, la Cassazione afferma un altro principio di diritto: "La norma dell'art. 3, comma 1, del Dl n. 158 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 189 del 2012, quando dispone nel primo inciso che "l'esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve" e, quindi, soggiunge che "in tali casi resta comunque fermo l'obbligo di cui all'articolo 2043 del codice civile", poiché omette di precisare in che termini si riferisca all'esercente la professione sanitaria e concerne nel suo primo inciso solo la responsabilità penale, comporta che la norma dell'inciso successivo, quando dice che resta comunque fermo l'obbligo di cui all'art 2043 c.c. dev'essere interpretata, conforme al principio per cui in legeaquilia et levissima culpa venit, nel senso che il legislatore si è soltanto preoccupato di escludere l'irrilevanza della colpa lieve anche in ambito di responsabilità extracontrattuale civilistica. Deve, viceversa, escludersi che con detto inciso il legislatore abbia inteso esprimere un'opzione a favore di una qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità extracontrattuale". (Newsletter Ordine Medici Roma del 23-04-2014)
 Primario che commette un falso in danno di un medico suo collaboratore
Pubblicato il 16/04/2014 da Sergio Fucci Un primario di una divisione ospedaliera viene chiamato ad esprimere un parere nell’ambito della procedura di valutazione nei confronti di un medico in servizio nella struttura da lui diretta. Il parere viene formulato con un giudizio negativo, attestando fatti non rispondenti al vero rispetto alla quasi totalità delle voci contenute nella scheda di valutazione, con particolare riferimento a quelle relative alla formazione e all’aggiornamento professionale del collaboratore. Il primario, sia in primo che in secondo grado, viene condannato alla pena di dieci mesi di reclusione, oltre al risarcimento dei danni provocati alla parte civile.
Nel ricorso in cassazione, la difesa del sanitario imputato deduce, tra l’altro, che la scheda di valutazione in questione non può essere considerata atto pubblico dopo l’intervenuta privatizzazione del rapporto di lavoro in base al D. Lgs. n. 165/2001. La Suprema Corte, quinta sezione penale, con la recente sentenza n. 9368/14, depositata il 26/02/14, conferma la sentenza impugnata, respingendo la tesi dell’imputato. La Cassazione osserva, in particolare che il giudizio espresso dal primario nella scheda aveva determinato la sospensione del procedimento valutativo del collaboratore, con conseguente ritardo nella progressione in carriera, così influendo anche sull’organizzazione del servizio medico-ospedaliero, di chiara rilevanza pubblica. Nella fattispecie, inoltre, correttamente è stato ritenuto sussistente il delitto di falso ideologico per l’inserimento nell’atto pubblico di dati falsi e giustamente è stato qualificato come pubblico ufficiale il primario che ha esercitato una potestà autoritativa-valutativa in grado di incidere sulla progressione in carriera del collaboratore. La privatizzazione del rapporto di pubblico impiego, infine, non può implicare il venir meno del carattere pubblicistico dell’atto compiuto, inerente pur sempre ad una pubblica funzione. (Giurisprudenza sanitaria n.4/14)
Rifiuto di sottoporsi ad accertamenti diretti a verificare la presenza di sostanze stupefacenti
Pubblicato il 22/04/2014 da Sergio Fucci Il conducente di un autoveicolo coinvolto in un sinistro stradale viene condannato, tra l’altro, ex artt. 186 e 187 del codice della strada, per essersi rifiutato di sottoporsi agli accertamenti diretti a verificare la presenza nel suo corpo di sostanze stupefacenti o psicotrope. La Corte di Cassazione, quarta sezione penale, con la recente sentenza n. 10136/14, depositata il 03/03/14, assolve l’imputato da questo reato osservando che, non risultando che il prelievo delle urine fosse necessario ai fini terapeutici, legittimamente l’interessato aveva rifiutato il prelievo che, peraltro, avrebbe dovuto eseguirsi con l’utilizzo di una catetere vescicale, cioè con un metodo invasivo e doloroso al quale egli aveva tutto il diritto di opporsi. Con l’occasione la Suprema Corte ha ribadito che se una persona coinvolta in un incidente stradale viene ricoverata al pronto soccorso ove viene sottoposta a prelievi ematici per fini terapeutici secondo i normali protocolli medici, i risultati di queste analisi possono essere utilizzati ai fini dell’accertamento della guida in stato di ebbrezza, anche se effettuati in assenza del consenso del diretto interessato. (Giurisprudenza sanitaria n.4/14)
Demansionamento illegittimo
Pubblicato il 22/04/2014 da Sergio Fucci Un medico, assumendo di essere stato demansionato in quanto, dopo avere svolto l’incarico di dirigente medico con titolarità di incarico di preposto a struttura semplice, era stato era stato adibito ad un semplice incarico professionale, cita in giudizio l’Azienda ospedaliera per ottenere il reintegro nel precedente incarico e il risarcimento dei danni subiti. La sua domanda viene rigettata in primo grado, ma accolta dalla Corte d’Appello che condanna l’Azienda ad assegnare il sanitario ad un incarico dello stesso livello di quello originario, oltre al risarcimento dei danni.
L’Azienda ricorre, quindi, in cassazione, sostenendo, tra l’altro, l’insussistenza della lesione dei diritti del sanitario che era stato adibito a mansioni equivalenti a quelle precedentemente svolte alla luce di quanto previsto dal relativo contratto collettivo. Il ricorso viene rigettato sul punto dalla Suprema Corte, sezione lavoro, che, nella recente sentenza n. 4979/14, depositata il 04.03.14, afferma che, pur non essendo configurabile in capo al medico un diritto soggettivo a conservare un determinato incarico dirigenziale, nel caso di specie l’operato dell’Azienda era stato illegittimo perché il sanitario era stato adibito ad un incarico di minor valore economico (perché peggio retribuito) e di contenuto professionale inferiore, senza che l’attività del dirigente fosse stata sottoposta alla valutazione prescritta dal contratto. In sostanza il controllo del giudice circa il mancato rinnovo o la revoca di un incarico può riguardare il rispetto delle garanzie procedimentali, nonché l’osservanza delle regole di buona fede e correttezza. D’altra parte l’Azienda non aveva provato che la revoca dell’incarico era stata la conseguenza di una riorganizzazione dei reparti, in quanto era stato accertato che l’incarico in questione non era stato soppresso. La Corte di Cassazione, infine, ha affermato che il danno risarcibile nella fattispecie deve essere rapportato al tempo residuo di durata dell’incarico revocato, di natura transitoria in base alla normativa contenuta nel contratto collettivo. (Giurisprudenza sanitaria n.4/14)
Assolto un anestesista perché il suo intervento è stato tempestivo e corretto
Pubblicato il 22/04/2014 da Sergio Fucci I genitori di una bimba sottoposta presso un policlinico ad un intervento cardiochirurgico finalizzato alla correzione di una malformazione congenita denominata “Tetralogia di Fallot” citano in giudizio l’anestesista presente in camera operatoria chiedendo che, accertata la sua grave colpa, venisse condannato al risarcimento di tutti i danni patiti in conseguenza delle lesioni neurologiche subite dalla piccola paziente (ritardo motorio e cecità corticale) a causa del suo comportamento imperito e negligente. La domanda dei genitori viene respinta sia in primo che in secondo grado, in quanto i giudici di merito non ritengono sussistente la dedotta colpa del sanitario e ricollegano il danno subito dalla bimba a prevedibili complicanze dell’originario quadro clinico, peraltro, non sempre evitabili. Anche il ricorso in cassazione dei genitori viene respinto dalla Suprema Corte, terza sezione civile, con la recentissima sentenza n.7770/14, depositata il 03/04/14.
La Corte di Cassazione osserva, in particolare, che i giudici di merito, dopo avere espletato una CTU medico-legale collegiale, hanno giustamente ritenuto che l’anestesista avesse soddisfatto l’onere probatorio posto a sua carico in relazione al comportamento diligente richiesto e attuato nell’occasione dell’insorgere della seconda crisi cardiaca, dando valore al contenuto della citata CTU, alle dichiarazioni rese dal chirurgo nella sua deposizione testimoniale e a quanto era desumibile dal quadro clinico generale della paziente e dalla documentazione inerente l’intervento chirurgico. I giudici d’appello, in particolare, hanno dato conto del fatto che l’anestesista era intervenuto correttamente in emergenza somministrando “Tiopentale Sodico, un curarico e neuroleptoanalgesia”, farmaci giustamente finalizzati allo scopo da perseguire.
Inoltre l’anestesista non si era allontanato dalla sala operatoria, come dichiarato dal chirurgo, intervenendo tempestivamente e con farmaci appropriati alla situazione da affrontare. La relazione della CTU, infine, aveva giustamente respinto la tesi dei consulenti tecnici di parte attrice secondo la quale occorreva somministrare dei beta-bloccanti in quanto questi farmaci non avrebbero risolto, ma aggravato “la situazione di bradicardia che è stata concausa dell’arresto cardiaco”. In definitiva dagli elementi emergenti dall’istruttoria svolta sono emersi, come correttamente affermato dai giudici d’appello, “convincenti elementi per affermare che il medico, ben presente sul posto, abbia fatto ricorso ai mezzi più idonei che la tecnica gli offriva per far fronte ad un evento che, per il suo improvviso insorgere e per la sua violenza, non ha potuto essere sedato in tempo per evitare le complicazioni neurologiche insorte per l’arresto circolatorio”. (Giurisprudenza sanitaria n.4/14)
Infarto per troppo lavoro? L'azienda è responsabile
Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che ha condannato una nota azienda di telecomunicazioni a risarcire con 850mila euro i familiari di un dirigente morto per un attacco cardiaco
ROMA - Il datore di lavoro è responsabile se il dipendente muore di infarto a causa dell'eccessivo carico di lavoro a cui è stato sottoposto. Lo ha sancito la Cassazione, confermando la responsabilità di una nota azienda di telecomunicazioni, che dovrà dunque risarcire con oltre 850mila euro i familiari - la vedova e una figlia minorenne - di un dirigente morto di infarto.
La sezione lavoro della Suprema Corte ha infatti rigettato il ricorso della società contro la sentenza con cui la Corte d'appello di Roma, ribaltando il verdetto emesso dal giudice di primo grado, aveva stabilito il risarcimento danni per i familiari dell'uomo. Egli svolgeva mansioni di quadro nella società e, negli ultimi mesi di lavoro si era trovato ad operare - aveva denunciato la famiglia - in "condizioni di straordinario aggravio fisico": l'attività lavorativa "si era intensificata fino a raggiungere ritmi insostenibili", con una media di "circa 11 ore giornaliere" e con il "protrarsi dell'attività a casa e fino a tarda sera".
 Il dipendente aveva avuto in gestione diretta "svariati e complessi progetti", senza "affiancamento di collaboratori". Una perizia tecnica aveva accertato che "l'infarto era correlabile, in via concausale, con indice di probabilità di alto grado, alle trascorse vicende lavorative". Il datore di lavoro si era invece difeso davanti alla Corte rilevando che tali ritmi "serratissimi" erano dovuti soltanto alla "attitudine" del dipendente "a sostenere e a lavorare con grande impegno" e al suo "coinvolgimento intellettuale ed emotivo nella realizzazione degli obiettivi". L'azienda si era detta ignara delle "modalità" con cui l'uomo "esplicava la sua attività lavorativa", dato che egli non aveva "mai espresso doglianze o manifestato disagi fisici".
I giudici di piazza Cavour non hanno affatto condiviso le tesi dell'azienda. "La responsabilità del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro - si legge nella sentenza depositata oggi - fa carico alla società, la quale non può sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi dell'integrità fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dall'inadeguatezza del modello adducendo l'assenza di doglianze mosse dai dipendenti o, addirittura, sostenendo di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengono in concreto svolte".
Infatti, scrive la sezione lavoro della Suprema Corte, "deve presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza, in capo all'azienda, delle modalità attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, in quanto espressione ed attuazione concreta dell'assetto organizzativo adottato dall'imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne". Dalla ricostruzione del giudice del merito, "congruamente motivata e immune da vizi logici", osserva la Cassazione, era emerso che il dipendente "per evadere il proprio lavoro era costretto, ancorchè non per sollecitazione diretta, a conformare i propri ritmi di lavoro all'esigenza di realizzare lo smaltimento nei tempi richiesti dalla natura e molteplicità degli incarichi affidatigli" dalla società. Inoltre è stato accertato che "l'oggettiva gravosità e l'esorbitanza dai limiti della normale tollerabilità non era in alcun modo riconducibile a iniziative volontarie" del lavoratore. I giudici di 'Palazzaccio', quindi, concludono ricordando che "sussiste per il datore di lavoro l'onere di provare di avere adottato tutte le cautele necessarie ad impedire il verificarsi del danno". (Repubblica.it 8/5/2104)
02.05.2014 Corte di Cassazione - Penale (Appropriazione di ricette in bianco: condanna per furto e ricettazione)
Il fatto
Un uomo è stato condannato per il delitto di ricettazione di nove ricette mediche in bianco, compendio di furto ai danni di una dott.ssa. Avverso la sentenza ha proposto ricorso per Cassazione, sostenendo di averle trovate all'interno di una rivista rinvenuta accanto ad un cassonetto dei rifiuti, per cui andavano considerate res derelictae delle quali poteva liberamente impossessarsi.
Profili giuridici
I giudici hanno respinto il ricorso precisando che, in tema di delitto di ricettazione spetta al giudice, sulla base dei concreti elementi fattuali emersi a seguito della svolta istruttoria accertare se la cosa sia smarrita o derelicta e lo stato psicologico dell'agente; solo nel caso di oggetti smarriti è configurabile il delitto di ricettazione e non nell'ipotesi in cui la cosa sia stata abbandonata. Nel caso in esame va rilevata la consapevolezza della illecita provenienza in capo al soggetto che riceva o si impossessi di ricette mediche in bianco, dal momento che si tratta di documenti che, per loro natura e destinazione, sono in possesso esclusivo del medico al quale sono state rilasciate e al quale si può risalire attraverso i dati su di esse impressi.[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
 Cassazione penale Sez. II, Sentenza del 19-12-2013, n. 51417
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE SECONDA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. PETTI Ciro - Presidente -
Dott. PRESTIPINO Antonio - Consigliere -
Dott. DAVIGO Piercamillo - Consigliere -
Dott. RAGO Geppino - rel. Consigliere -
Dott. VERGA Giovanna - Consigliere -
ha pronunciato la seguente:
sentenza
sul ricorso proposto da:
D.A. nato il (OMISSIS);
avverso la sentenza del 06/06/2012 della Corte di Appello di Roma;
Visti gli atti, la sentenza ed il ricorso;
udita la relazione fatta dal Consigliere dott. Geppino Rago;
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Luigi Riello che ha concluso per il rigetto.
Svolgimento del processo
1. Con sentenza del 06/06/2012, la Corte di Appello di Roma confermava la sentenza pronunciata in data 15/02/2007 dal Tribunale di Latina nella parte in cui aveva ritenuto D.A.G. colpevole del delitto di ricettazione di nove ricette mediche in bianco compendio di furto ai danni della dott.ssa I.A..
2. Avverso la suddetta sentenza, l'imputato, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione deducendo i seguenti motivi:
2.1. violazione dell'art. 161 cod. proc. pen. per essere stato il decreto di citazione a giudizio dinanzi al tribunale notificato al difensore. Il ricorrente sostiene che la suddetta notifica sarebbe nulla perchè l'imputato era solo temporaneamente assente e, quindi, la notifica non avrebbe potuto essere notificata al difensore ex art. 161 cod. proc. pen., comma 4 ma effettuata in una delle forme alternative ex art. 157 cod. proc. pen.: di conseguenza, anche la notifica compiuta presso il difensore a mezzo fax ex art. 157 c.p.p., comma 8 bis era irrituale;
2.2. violazione dell'art. 648 cod. pen. per carenza del reato presupposto e ciò "perchè il modulo della ricetta sanitaria, è un mezzo, che previa compilazione e sottoscrizione da parte del medico della mutua, realizza un'ipotesi di prestazione di un servizio, atteso che, senza di essa non è possibile usufruire di prestazioni sanitarie. Di talché è evidente che vertendosi in ambito di prestazione di servizi, questi non possono assurgere a quella cosa proveniente da delitto oggetto della ricettazione".
In ogni caso, l'imputato avrebbe dovuto essere assolto mancando la prova sia del reato presupposto sia dell'elemento psicologico avendole trovate accanto ad un cassonetto dei rifiuti.
Motivi della decisione
1. violazione dell'art. 161 cod. proc. pen.: la censura è infondata in quanto la notifica ex art. 161 cod. proc. pen., comma 4 fu eseguita presso il difensore una volta che l'imputato non venne trovato (perchè sconosciuto) al domicilio eletto, con verbale redatto ex art. 161 cod. proc. pen. dalla G.d.F. il 17/01/2004, in (OMISSIS).
La Corte, quindi, ha correttamente respinto l'eccezione rilevando che la notifica ex art. 157 c.p.p., comma 8 bis fu disposta all'udienza del 22/11/2005 per motivi relativi alla composizione dell'ufficio.
2. violazione dell'art. 648 cod. pen.: la doglianza è infondata in quanto il delitto presupposto deve ritenersi il furto avendo il primo giudice acquisito la denuncia di furto delle suddette ricette da parte della dott.ssa I..
Peraltro, anche nell'ipotesi più favorevole alla tesi difensiva, il reato presupposto sarebbe l'appropriazione di una cosa smarrita ex art. 647 cod. pen. che - sebbene punibile solo a querela - è pur sempre idoneo a fungere da valido reato presupposto.
Il ricorrente, sostiene, poi, che, avendo trovato le ricette all'interno di una rivista che aveva rinvenuto accanto ad un cassonetto dei rifiuti, le medesime dovevano ritenersi res derelictae delle quali poteva liberamente impossessarsi.
Al che va replicato che, per costante giurisprudenza, per cosa smarrita deve intendersi quella rispetto alla quale il precedente possessore non ha più alcun rapporto di fatto ossia alcun rapporto o potere materiale e psicologico sulla cosa.
Partendo dal suddetto elemento materiale del reato, si può, poi, affermare che, sotto il profilo psicologico, la norma prevede che l'agente, per essere ritenuto responsabile del reato, debba avere la coscienza e volontà che la cosa di cui si appropria, sia, appunto, stata smarrita da un terzo.
La precisazione è importante perchè, una cosa è lo smarrimento (che presuppone che l'originario possessore abbia sì perso il possesso ma non volontariamente) altro è l'abbandono ovvero la derelictio della cosa: in tale ultima ipotesi, infatti, la cosa diventa res nullius e, quindi, chi la trova e se ne appropria ne diventa proprietario senza, ovviamente, commettere alcun reato.
E' chiaro, pertanto, che spetta al giudice, sulla base dei concreti elementi fattuali emersi a seguito della svolta istruttoria dibattimentale accertare se la cosa di cui l'agente si è appropriato sia smarrita o derelicta e lo stato psicologico dell'agente.
Sennonché, nella fattispecie in esame, proprio a voler prendere per buona la tesi difensiva, deve ritenersi che, a tutto concedere, sarebbe pur sempre configurabile l'ipotesi di cui all'art. 647 cod. pen. posto che, come ammette lo stesso ricorrente, la dott.ssa I. non dichiarò affatto che buttò le ricette (il che non avrebbe potuto di certo farlo) ma, al più, che le perse.
D'altra pare, proprio la peculiarità degli oggetti (nove ricette mediche in bianco) fanno sì che l'imputato non potesse pensare che si trattasse di cose derelitte, non peraltro perchè, come gli assegni, sono beni dai cui dati si può risalire al possessore: Cass. 22120/2013 riv 255929.
Pertanto, la censura dev'essere respinta alla stregua del seguente principio di diritto: "In tema di delitto di ricettazione spetta al giudice, sulla base dei concreti elementi fattuali emersi a seguito della svolta istruttoria dibattimentale accertare se la cosa di cui l'agente si è appropriato sia smarrita o derelicta e lo stato psicologico dell'agente. Ed infatti solo ove si accerti che la cosa sia stata smarrita è configurabile il delitto di ricettazione e non nell'ipotesi in cui la cosa sia stata abbandonata. Peraltro, deve affermarsi la consapevolezza della illecita provenienza in capo al soggetto che riceva o si impossessi di ricette mediche in bianco dal momento che si tratta di documenti che, per loro natura e destinazione, sono in possesso esclusivo del medico al quale sono state rilasciate e al quale si può risalire attraverso i dati su di esse impressi".
Irrilevante e poco comprensibile è la deduzione sulla finalità della ricetta medica: infatti, ciò che s'imputa al ricorrente è solo di aver ricettato un bene (ricetta medica) provento da delitto: che poi la ricetta medica serva per ottenere una prestazione sanitaria, è cosa notoria ma ciò non significa che influisca sulla configurabilità del reato.
3. In conclusione, l'impugnazione deve rigettarsi con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
P.Q.M.
RIGETTA il ricorso e CONDANNA il ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Così deciso in Roma, il 4 dicembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 19 dicembre 2013
 06.05.2014 Cassazione Civile – (sulla tutela delle condizioni di lavoro)
Il fatto
La Corte di appello di L'Aquila, con sentenza del 25 giugno 2010, in riforma della decisione del Tribunale di Sulmona che l'aveva parzialmente accolta, rigettava la domanda proposta da un lavoratore nei confronti del proprio datore di lavoro intesa a sentirlo condannare al pagamento in suo favore della somma di Euro 200.000,00 a titolo di danni biologico, morale, esistenziale e professionale patiti per effetto della colpevole ed illegittima condotta del personale medico preposto ai periodici accertamenti di controllo della idoneità fisica del dipendente all'espletamento delle mansioni a lui affidate, in particolare di quello espletato nel 2004, in quanto esami più approfonditi avrebbero consentito, sempre secondo il lavoratore, di diagnosticare l'insorgenza di un glaucoma all'occhio destro - malattia accertata solo in seguito, nel giugno 2006 - e di apprestare le cure idonee a ritardarne il decorso.
Ad avviso della Corte d’appello la fattispecie non poteva essere inquadrata nell'ambito di applicazione della norma posta a tutela delle condizioni di lavoro (art. 2087 codice civile), ma dell'art. 2043 c.c., mancando qualsivoglia nesso tra il danno allegato dipendente e l'attività lavorativa dallo stesso svolta ed essendo pacifico tra le parti che la malattia insorta - il glaucoma - non era in alcun modo ricollegabile nè con le mansioni svolte, nè con l'ambiente lavorativo. Con la conseguenza che era a carico del lavoratore l'onere di provare la condotta, quantomeno colposa, delle società, l'evento dannoso ed il nesso di causalità tra quest'ultimo e la condotta.
Profili giuridici
con riferimento all'art. 2087 del codice civile, intitolato alla “tutela delle condizioni di lavoro”, vale ricordare che la Suprema Corte ha più volte affermato il principio secondo cui al fine dell'accertamento della responsabilità, di natura contrattuale, del datore di lavoro incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure la nocività dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro - una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze - l'onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
Cassazione Civile – Sez. Lav.; Sent. n. 9055 del 18.04.2014
FATTO
La Corte di appello di L'Aquila, con sentenza del 25 giugno 2010, in riforma della decisione del Tribunale di Sulmona che l'aveva parzialmente accolta, rigettava la domanda proposta da P. N.A. nei confronti di Rete Ferroviaria Italiana (RFI) s.p.a. e di Trenitalia s.p.a. intesa a sentirle condannare al pagamento in suo favore della somma di Euro 200.000,00 a titolo di danni biologico, morale, esistenziale e professionale patiti per effetto della colpevole ed illegittima condotta del personale medico dell'Unità Sanitaria Territoriale RFI di Ancona e consistita nel non aver effettuato, in occasione dei periodici accertamenti medici di controllo della idoneità fisica del dipendente all'espletamento delle mansioni a lui affidate, in particolare di quello in data 26.11.2004, esami più approfonditi che avrebbero consentito di diagnosticare l'insorgenza di un glaucoma all'occhio destro - malattia accertata solo in seguito, nel giugno 2006 - e di apprestare le cure idonee a ritardarne il decorso. Vale precisare che la sentenza di primo grado era stata oggetto di separati appelli da parte del P. e delle società.
Ad avviso della Corte la fattispecie in esame non poteva essere inquadrata nell'ambito di applicazione dell'art. 2087 c.c., ma dell'art. 2043 c.c., mancando qualsivoglia nesso tra il danno allegato dal P. e l'attività lavorativa dallo stesso svolta ed essendo pacifico tra le parti che la malattia insorta - il glaucoma - non era in alcun modo ricollegabile nè con le mansioni svolte (dapprima macchinista, quindi capo-deposito e, infine, professional B) nè con l'ambiente lavorativo. Con la conseguenza che era a carico del lavoratore l'onere di provare la condotta, quantomeno colposa, delle società, l'evento dannoso ed il nesso di causalità tra quest'ultimo e la condotta. Tanto chiarito, evidenziava che il P. non solo non aveva provato la sussistenza di una condotta negligente di parte datoriale ma neppure la ricorrenza dell'evento dannoso. In particolare, sottolineava che nel corso della visita oculistica cui il P. era stato sottoposto il 26.11.2004 e finalizzata ad accertare la ricorrenza e la permanenza dei requisiti necessari a svolgere determinate mansioni nell'ambito della organizzazione aziendale erano stati rispettati i protocolli degli esami da effettuare ed era stata espletato anche quello del fondo oculare senza che fosse stato rilevato alcunchè di patologico sicchè non era condivisibile l'assunto del CTU nominato in primo grado secondo cui nel protocollo predisposto da RFI vi era una omissione censurabile costituita dal mancato espletamento dell'esame tonometrico. Peraltro, lo stesso consulente aveva affermato che se anche fosse stato eseguito detto accertamento non sarebbe stato possibile scongiurare l'evoluzione del glaucoma ma, tutt'al più, rallentarla con non meglio specificate terapie.
Per la cassazione di tale decisione propone ricorso il P. affidato a tre motivi.
Resistono con controricorso RFI s.p.a. e Trenitalia s.p.a.
DIRITTO
Con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e/o falsa applicazione di norme di diritto per aver la Corte di appello erroneamente ritenuto il caso in esame ricadente nell'ambito di applicazione dell'art. 2043 c.c., piuttosto che in quello dell'art. 2087 c.c., ricollegando quest'ultima norma solo alle ipotesi di infortunio sul lavoro e negandole qualsiasi finalità preventiva.
Diversamente, la natura di norma in bianco dell'art. 2087 c.c., consente di individuare la responsabilità datoriale non solo quando siano state violate specifiche disposizioni di prevenzione ma anche quando non si siano poste in essere quelle misure imposte dal progresso tecnologico anche se non ancora recepite in fonti legali.
Nel caso in esame si assume che l'espletamento dell'esame tonometrico nel corso della visita oculistica del 26.11.2004, seppur non richiesto dai protocolli in uso presso RFI, era imposto dalle delicate mansioni cui era destinato il P. anche in considerazione della sua età (anni 56) ed era un accertamento di facile e rapida esecuzione.
Con il secondo motivo viene dedotta contraddittorietà della motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio in quanto dopo aver affermato che non vi era la prova che alla data della visita del 26.11.2004 il fondo oculare era alterato e che il referto medico fosse errato, poi, sostiene che se fossero stati eseguiti esami più approfonditi si sarebbero potute applicare terapie - non meglio specificate - che avrebbero potuto rallentare ma non scongiurare la progressione della malattia stessa. Con il terzo mezzo si denuncia omessa motivazione per non aver la Corte di appello tenuto conto di quanto sostenuto dal CTU nominato dal Tribunale che, in merito agli esami cui avrebbe dovuto essere sottoposto il P., aveva affermato la necessità, in considerazione delle mansioni allo stesso affidate, di una visita oculistica inclusiva anche della misurazione del tono oculare e la censurabilità, sul punto, del protocollo adottato da RFI per incompletezza dell'accertamento. Viene lamentato anche il vizio di motivazione laddove la Corte aveva rigettato l'appello proposto dal ricorrente in merito ai danni risarcibili.
Il primo motivo è infondato.
Si continua ad invocare l'applicazione dell'art. 2087 c.c., ad una fattispecie come quella in esame in cui, come correttamente ritenuto dalla Corte di appello, il danno allegato non è in alcun modo connesso con l'attività lavorativa posto che l'inadempimento addebitato alle società non concerne una omessa disposizione di misure di prevenzione o di sicurezza necessarie ad evitare che il lavoratore subisca un pregiudizio dalle mansioni espletate o dall'ambiente di lavoro. E', infatti, un dato pacifico che il glaucoma non diagnosticato al P. nella visita di controllo cui era stato sottoposto in data 26.11.2004 non era in alcun modo causalmente ricollegabile all'attività lavorativa svolta.
Peraltro, anche con riferimento all'art. 2087 c.c., vale ricordare che questa Corte ha più volte affermato il principio secondo cui al fine dell'accertamento della responsabilità, di natura contrattuale, del datore di lavoro incombe sul lavoratore che lamenti di aver subito, a causa dell'attività lavorativa svolta, un danno alla salute, l'onere di provare l'esistenza di tale danno, come pure la nocività dell'ambiente di lavoro, nonchè il nesso tra l'uno e l'altro elemento, mentre grava sul datore di lavoro - una volta che il lavoratore abbia provato le predette circostanze - l'onere di provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ovvero di aver adottato tutte le cautele necessarie per impedire il verificarsi del danno medesimo. (Cass. n. 3788 del 17/02/2009; Cass. n. 4840 del 07/03/2006).
Ebbene, la Corte di appello motivando ampiamente sulla adeguatezza della visita di controllo del 26.11.2004 cui era stato sottoposto il P. a verificarne la permanenza di quei requisiti necessari per proseguire nell'espletamento delle mansioni lavorative a lui affidate (visus di 10/10 in ambedue gli occhi ed integrità del fondo oculare) ha escluso anche l'esistenza di una condotta violativa degli obblighi di cui all'art. 2087 c.c.. Sul punto, ha chiarito che lo stesso CTU nominato dal Tribunale aveva affermato che l'esame del fondo oculare espletato non aveva evidenziato segni riconducibili ad una fase iniziale della malattia (glaucoma) nè il P. aveva lamentato disturbi di alcun tipo. Non ricorrevano, quindi, i presupposti per indirizzare ad esami diagnostici più approfonditi - e non previsti dal protocollo in quanto non funzionali allo scopo della visita - quali quello della tonometria.
Peraltro, nella impugnata sentenza viene anche sottolineato che neppure era stata dimostrata l'esistenza di un danno risarcibile in quanto nella stessa consulenza tecnica espletata si affermava che l'effettuazione dell'esame tonometrico non avrebbe potuto scongiurare l'evoluzione della malattia ma, tutt'al più, che si sarebbero potute applicare terapie - non meglio specificate - che ne avrebbero rallentato il decorso.
Infondato è anche il secondo motivo.
Non ricorre la denunciata contraddizione in quanto, come detto, la Corte evidenzia non solo che non vi è stata una condotta negligente ma esclude anche l'esistenza di un evento dannoso essendo rimasta una mera ipotesi che la malattia poteva essere diagnosticata in occasione della visita e, in caso positivo, che si sarebbe potuto rallentarne l'evoluzione in senso peggiorativo.
Quanto al terzo motivo ne va ravvisata la inammissibilità sollecitandosi un controllo sulla motivazione che si risolverebbe in una inammissibile duplicazione del giudizio di merito (cfr. Cass. n. 6288 del 18/03/2011; Cass. 10657/2010, Cass. 9908/2010, Cass. 27162/2009, Cass. 13157/2009, Cass. 6694/2009, Cass. 18885/2008, Cass. 6064/2008).
Come già detto la Corte di appello ha, con motivazione completa e esaustiva, spiegato le ragioni per le quali quella che era una mera opinione espressa dal consulente tecnico d'ufficio non era condivisibile.
Quanto alle altre doglianze contenute nel motivo le stesse rimangono del tutto assorbite dal rigetto degli altri motivi di ricorso (peraltro, correttamente la Corte di merito le aveva respinte non avendo ritenuto sussistente alcuna condotta illecita di RFI s.p.a. e di Trenitalia s.p.a.).
Il ricorso va, dunque, rigettato.
Le spese del presente giudizio stante l'alterno esito dei precedenti gradi di giudizio vanno interamente compensate tra le parti.
P.Q.M.
La Corte, rigetta il ricorso, compensa tra le parti le spese del presente giudizio.
Così deciso in Roma, il 7 gennaio 2014.
Depositato in Cancelleria il 18 aprile 2014
07.05.2014 Corte di Cassazione – Penale (quando il rifiuto delle cure mediche è realmente consapevole)
Il fatto
la Corte di Appello di Firenze ha parzialmente riformato la pronuncia di condanna emessa a seguito di rito abbreviato dal G.i.p. del Tribunale di Firenze nei confronti del medico che era stato tratto a giudizio per rispondere del reato di omicidio colposo in danno di una paziente. Il giudice di secondo grado, infatti, ha ritenuto eccessiva la pena inflitta, che ha ridotto da anni uno a mesi otto di reclusione, confermando ogni altra statuizione. Secondo l'accertamento condotto nei gradi di merito, la paziente era deceduta a causa di un linfoma di Hodgkin giunto ad uno stadio assai avanzato, che non era mai stato diagnosticato dall’imputato, medico curante della donna, nonostante le visite mediche da questi eseguite, nel corso delle quali la patologia era stata riconoscibile, sia in ragione dell'esito offerto dai mezzi diagnostici qualora attivati, sia per i presenti segni fisici esteriori della malattia, se correttamente rilevati. Per contro, solo in occasione della prima visita il  medico aveva prescritto una radiografia del torace, peraltro indicata come da compiersi successivamente; mentre nel complesso egli si era orientato per l'origine psicologica dei disturbi lamentati dalla paziente.
Profili giuridici
in tema di colpa medica, il rifiuto di cure mediche consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata ed informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità.[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net ]
 Cassazione Penale – Sez. IV; Sent. n. 17801 del 28.04.2014
omissis
Ritenuto in fatto
1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Firenze ha parzialmente riformato la pronuncia di condanna emessa a seguito di rito abbreviato dal G.i.p. del Tribunale di Firenze nei confronti di C.A., che era stato tratto a giudizio per rispondere del reato di omicidio colposo in danno di F.M.. Il giudice di secondo grado, infatti, ha ritenuto eccessiva la pena inflitta, che ha ridotto da anni uno a mesi otto di reclusione, confermando ogni altra statuizione.
2.1. Secondo l'accertamento condotto nei gradi di merito, la M. era deceduta a causa di un linfoma di Hodgkin giunto ad uno stadio assai avanzato, che non era mai stato diagnosticato dal C., medico curante della medesima, nonostante le visite mediche da questi eseguite il 28 maggio, il 15 novembre 2008 ed il 14 gennaio 2009, nel corso delle quali la patologia era stata riconoscibile, sia in ragione dell'esito offerto dai mezzi diagnostici qualora attivati, sia per i presenti segni fisici esteriori della malattia, se correttamente rilevati. Per contro, solo in occasione della prima visita il C. aveva prescritto una radiografia del torace, peraltro indicata come da compiersi successivamente; mentre nel complesso egli si era orientato per l'origine psicologica dei disturbi lamentati dalla paziente.
Pertanto, al C. era stato attribuito di non aver diagnosticato la malattia, che qualora tempestivamente accertata avrebbe potuto essere contrastata adeguatamente, sino alla sua risoluzione.
2.2. Una particolare attenzione è stata portata dai giudici territoriali alla tesi difensiva del rifiuto delle cure da parte della M.; tesi per la quale nelle ultime settimane di vita la donna avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia. La Corte di Appello ha ritenuto infondata la prospettazione, giudicando che dalle diverse testimonianze acquisite al processo, consonanti alla documentazione disponibile, emerge che la M. aveva appreso dal C. che le proprie condizioni di salute non avevano base organica e 'confidava nella sostanziale esattezza della valutazione del dr. C. e riteneva inutile andare da altri specialisti'. Di rifiuto di cure - ha continuato la Corte di Appello - può parlarsi quando il medico ha fatto una corretta ipotesi diagnostica e ciò nonostante il paziente si è sottratto alla prescrizione degli accertamenti e delle terapie. Nel caso di specie la patologia non era mai stata diagnosticata. La Corte distrettuale ha poi escluso che sulla base dei materiali di prova acquisiti potesse essere affermato che la M. si era rivolta ad ulteriori medici; mentre alcuna omissione a valenza interruttiva del nesso causale poteva essere attribuita ai familiari della donna, eventualmente profilandosi una mera colpa concorrente.
3. Avverso tale decisione ricorre per cassazione l'imputato a mezzo del difensore di fiducia, avv. V.V..
3.1. Con unico motivo deduce vizio motivazionale.
Rileva il ricorrente che la Corte di Appello ha omesso di valutare che dopo l'ultima visita eseguita dal C. il 14.1.2009 si instaurò un gravissimo quadro clinico ingravescente sino all'exitus, accompagnato da una persistente inattività della paziente. Gli elementi valorizzati dalla Corte distrettuale per affermare il rifiuto delle cure non sono stati confrontati con tale sviluppo; dal quale, al contrario, emerge il rifiuto delle cure e l'accettazione della morte.
Considerato in diritto
4. Il ricorso è infondato.
4.1. L'esponente enuncia un vizio di omessa motivazione, a suo avviso non avendo la Corte di Appello preso in considerazione - nell'escludere che la morte della M. fosse stata dovuta al rifiuto delle cure da parte della stessa, quale fattore di assorbente efficienza causale - il 'gravissimo quadro clinico che si instaura successivamente all'ultima visita cui la donna si sottopose, ed ingravescente sino all'exitus, accompagnato da una persistente inattività o areattività ...'. La lettura della sentenza impugnata - di contro - pone in evidenza l'attenzione che la Corte di Appello ha prestato all'intero periodo in considerazione, e pertanto anche alla fase conclusiva della tragica vicenda.
Dopo aver ricordato che la difesa sosteneva che 'soprattutto nelle ultime settimane prima del decesso F. avrebbe volontariamente evitato qualunque terapia, pur trovandosi in condizione fisica oramai estremamente debilitata...'; la Corte di Appello ha evidenziato che la M. era convinta che la sintomatologia che la affliggeva non avesse una 'base organica', reputando esatta la valutazione del caso fatto dal C., che ripetutamente le aveva dato indicazioni della derivazione psicologica delle sue condizioni; che la donna aveva manifestato di non voler assumere i farmaci antidepressivi prescrittigli dal C., ma anche di aver mantenuto ferma la fiducia nello stesso, motivo per il quale non si era rivolta ad altri medici. Pertanto, ha concluso il Collegio territoriale, nessun rifiuto di cure da parte della donna, che piuttosto, sulla scorta di quanto rappresentatole dal C., si era convinta che 'era ben possibile semplicemente attendere ovvero tutt'al più limitarsi ai farmaci indicati dal dr. C.'. Nel pervenire alle sue conclusioni, elaborate - lo si ripete - previa considerazione anche delle ultime settimane di vita della M., la Corte di Appello ha espresso il principio secondo il quale 'di un 'rifiuto' si potrebbe parlare se da parte del medico vi fosse stata una corretta ipotesi diagnostica e ciò nonostante la persona offesa avesse continuato a sottrarsi alla prescrizione di accertamenti e a non assumere le terapie prescritte' (18).
L'affermazione risulta corretta, dovendosi unicamente precisare che tra i presupposti in fatto del rifiuto di cure può esservi anche la formulazione di una ipotesi diagnostica errata ma ritenuta corretta.
La Cassazione civile, nel prendere in esame il diritto del paziente di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte, ha precisato che il dissenso alle cure mediche, per essere valido ed esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco ed attuale. Nella specie si è quindi giudicato non sufficiente una generica manifestazione di dissenso formulata 'ex ante' ed in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, essendo necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure (Sez. 3, Sentenza n. 23676 del 15/09/2008, Rv. 604907; nel senso che il rifiuto delle cure deve essere espresso, libero e consapevole anche Cass. pen. Sez. 1, n. 26446 del 29/05/2002 - dep. 11/07/2002, PG in proc. Volterrani, Rv. 222581).
Il principio così posto merita senz'altro di essere condiviso, ed anzi riformulato ai fini che qui occupano nel modo che segue: 'in tema di colpa medica, il 'rifiuto di cure mediche' consiste nel consapevole e volontario comportamento del paziente, il quale manifesti in forma espressa, senza possibilità di fraintendimenti, la deliberata ed informata scelta di sottrarsi al trattamento medico. Consapevolezza che può ritenersi sussistente solo ove le sue condizioni di salute gli siano state rappresentate per quel che effettivamente sono, quanto meno sotto il profilo della loro gravità'.
Nel caso che occupa, non è dubbio che il C. abbia formulato una diagnosi errata e che la M. abbia ritenuto di dover aderire alla stessa, solo rifiutando di assumere farmaci antidepressivi, che in nulla avrebbero modificato il decorso della grave patologia che l'affliggeva; che in nessun momento la paziente venne portata a conoscenza dal sanitario o da altri dell'effettiva natura e gravità di tale patologia. Pertanto, non vi è spazio alcuno per l'ipotizzato rifiuto di cure, del quale peraltro non dovrebbe affermarsi l'espressa formulazione, non potendosi intendere per tale un comportamento meramente passivo, che può trovare anche nelle scadute condizioni di salute la propria causa.
In conclusione, è certamente infondato l'assunto di una pretesa carenza motivazionale; allo stesso modo va rilevato che neppure è rinvenibile nella sentenza impugnata una manifesta illogicità o contraddittorietà. Occorre tener presente, al riguardo, che il vizio della manifesta illogicità deve risultare, per essere rilevante, dal testo del provvedimento impugnato, a nulla peraltro rilevando eventuali altre letture del materiale probatorio, pur egualmente corrette sul piano logico (ex multis, Sez. 6, n. 37270 dei 17/10/2006 - dep. 09/11/2006, Ouardass, Rv. 235506).
Nel caso che occupa - ribadito che non sussiste contestazione in ordine alla ricostruzione della condotta materiale del C. - la Corte di Appello ha tratto dalle premesse evidenziate conclusioni del tutto coerenti.
D'altro canto, la tesi difensiva non si nutre di alcun specifico elemento di prova, che sia stato pretermesso o malamente inteso dalla Corte territoriale, limitandosi l'esponente a proporre una diversa interpretazione delle circostanze già valutate dai giudici di merito.
5. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla costituita parte civile per questo giudizio di cassazione, spese che si liquidano in euro 3.000,00, oltre accessori secondo legge.
 P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché delle spese sostenute dalla costituita parte civile per questo giudizio di cassazione, spese liquidate in euro 3.000,00, oltre accessori secondo legge.