Fatti e Sentenze 08-05-2013


Materiale a cura del dott. Mariano Innocenzi

Semplificazione in materia di informazione, formazione e sorveglianza sanitaria dei lavoratori stagionali del settore agricolo
Pubblicato il Decreto Interministeriale del 27 marzo 2013
Con il Decreto Interministeriale del 27 marzo 2013 sono emanate, ai sensi dell’art.3, comma 13 del Decreto Legislativo 9 aprile 2008, n. 81, le disposizioni per la semplificazione degli adempimenti relativi all’informazione, formazione e sorveglianza sanitaria, previsti dal medesimo decreto, da applicare in relazione alla specificità dell’attività esercitata dalle imprese medie e piccole operanti nel settore agricolo e limitatamente alle imprese che impieghino lavoratori stagionali ciascuno dei quali non superi le cinquanta giornate lavorative e per un numero complessivo di lavoratori compatibile con gli ordinamenti colturali aziendali.
Se ne da avviso sulla Gazzetta Ufficiale n. 86 del 12 aprile 2013.

Sicurezza in ospedale, aggiornata la guida Inail per la prevenzione

Rispetto alla prima edizione, la pubblicazione curata dalla Contarp è stata integrata sul fronte normativo e dei rischi emergenti. I 10 fascicoli che la compongono possono essere scaricati online e sono accompagnati da un software che semplifica la procedura per individuare i pericoli a cui sono esposti personale, pazienti e visitatori.
ROMA – L’Inail mette a disposizione, in formato cartaceo e digitale, i 10 fascicoli della nuova edizione de “La sicurezza in ospedale”, la pubblicazione curata dalla Consulenza tecnica accertamento rischi e prevenzione (Contarp) che fornisce a datori di lavoro, servizi di prevenzione e protezione, medici competenti, uffici tecnici, esperti qualificati e manutentori gli strumenti per monitorare le condizioni di igiene e sicurezza sul lavoro e individuare i pericoli presenti.
Nel 2007 ha vinto il premio qualità del Com-Pa. La seconda edizione della guida – pubblicata la prima volta nel 2007 e vincitrice nello stesso anno del premio qualità del Com-Pa, il Salone europeo della comunicazione pubblica, dei servizi al cittadino e alle imprese – è stata presentata oggi nel corso di un convegno che si è svolto a Roma, presso la sede centrale dell’Istituto di piazzale Pastore. “La nuova edizione tiene conto delle novità intervenute nel frattempo sul piano normativo – spiega la responsabile del progetto, Clara Resconi – In particolare, l’emanazione del Testo unico sulla sicurezza sul lavoro del 2008, con le successive modifiche e integrazioni, e l’evoluzione delle norme tecniche Cei e Uni, come quelle che riguardano le apparecchiature elettromedicali e gli impianti elettrici e antincendio. Rispetto alla prima edizione, inoltre, abbiamo dato spazio anche ai rischi emergenti, come lo stress lavoro-correlato”.
Nel 2010 oltre 15mila infortuni. In Italia gli addetti del comparto sanità sono 800mila e circa la metà lavorano in oltre 1.300 tra ospedali, case di cura, istituti, cliniche e policlinici universitari pubblici e privati, di cui ogni anno usufruiscono 10 milioni di persone. Gli infortuni denunciati all’Inail nei servizi ospedalieri nel 2010 sono stati 15.417, in calo del 2,5% rispetto all’anno precedente. Le denunce relative agli infortuni in itinere, avvenuti cioè nel tragitto tra la casa e il lavoro, sono stati invece 2.873, il 18,6% del totale.
La maggioranza delle denunce per infermieri e portantini. Le professioni che hanno fatto registrare il maggior numero di denunce di infortunio sono quelle proprie del comparto: in primo luogo gli infermieri (46%), seguiti da portantini (22%), medici (poco meno del 6%), impiegati, operatori di riabilitazione, assistenti delle persone con disabilità e inservienti. Nello stesso anno le malattie professionali nel settore sono state 542, il 25% in più rispetto al 2009, e nel 40% dei casi si è trattato di patologie relative ad affezioni dei dischi intervertebrali.
Un ambiente complesso e vulnerabile. I rischi a cui sono esposti lavoratori, pazienti e visitatori in ambito ospedaliero sono molteplici. L’elevata complessità che caratterizza questi ambienti di lavoro, sia dal punto di vista strutturale, sia da quello impiantistico e funzionale, li rende infatti particolarmente vulnerabili nelle situazioni di emergenza, come nel caso di un incendio, un’esplosione o un terremoto, mentre l’elevata esposizione dovuta all’affollamento, alla presenza di pazienti non autonomi e ai contenuti tecnologici, aumenta molto i rischi.
Molte criticità da gestire. Le maggiori criticità, rilevate nel corso dei numerosi sopralluoghi effettuati dal gruppo di lavoro che ha curato la realizzazione della pubblicazione, sono legate a problemi di comunicazione tra i diversi servizi e infrastrutturali, derivanti dal fatto che alcuni ospedali hanno sede in vecchi edifici che comportano sforzi elevati per la messa in sicurezza e il mantenimento in efficienza. In altri casi, i lavori sono affidati a ditte esterne e non verificati, i controlli sono troppo generici o cadenzati con lunghi intervalli di tempo, e il servizio di prevenzione e protezione può contare su persone in numero insufficiente oppure non formate adeguatamente per affrontare i rischi presenti nella struttura.
Le liste di controllo suddivise per unità operative e rischi. Per aiutare i datori di lavoro nel monitoraggio dei livelli di sicurezza e nella valutazione dei rischi, i 10 fascicoli di cui si compone “La sicurezza in ospedale” forniscono una serie di liste di controllo suddivise per unità operative e rischi: antincendio, apparecchiature elettromedicali e rischio elettrico, luoghi di lavoro, rischio biologico, rischio chimico, chemioterapici e antiblastici, movimentazione dei carichi e dei pazienti, radiazioni, rumore e videoterminali, rifiuti e trasporti, sorveglianza sanitaria, informazione e formazione. Le liste si articolano in domande formulate tenendo conto dei requisiti di legge, di norme obbligatorie o facoltative, linee guida e buone prassi; e anche dei fattori di rischio emersi durante i sopralluoghi presso strutture ospedaliere e dai colloqui con il personale, oltre che dalla condivisione di procedure già implementate e dall’esperienza dei compilatori.
Domande ad hoc per identificare l’adempimento di leggi e buone prassi. “Tutti i quesiti – precisa Resconi – sono posti in modo tale da identificare, in caso di risposta affermativa, l’adempimento di legge, norma o buona prassi. Le risposte negative, invece, possono essere organizzate dal datore di lavoro in ordine di priorità, in modo da individuare le misure necessarie per risolvere il problema, definire i costi e programmare gli interventi nel tempo in base alle risorse finanziarie, strumentali e umane disponibili. Per ogni risposta negativa è possibile, inoltre, compilare il cosiddetto ‘rapporto di non conformità’, tipico dei sistemi di gestione della sicurezza, che raccoglie sistematicamente tutte queste informazioni”.
Con Sipo le operazioni sono automatizzate. La valutazione dei rischi può essere effettuata anche utilizzando il software Sipo, che a breve sarà scaricabile dal portale Inail. In questo caso, tutte le operazioni che spettano al datore di lavoro sono automatizzate dal programma, che lascia però alcuni margini di libertà per la persona responsabile della procedura, come l’associazione tra unità operative e rischi, l’inserimento di domande non contemplate, l’associazione con il rapporto di non conformità per le domande cui si è risposto negativamente, e il congelamento delle valutazioni a una certa data o in una determinata occasione, che può coincidere con una ristrutturazione, l’avvio di una nuova attività, la sostituzione del responsabile del servizio di prevenzione e protezione o l’avvicendamento del datore di lavoro. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 181 - NOTIZIE DAL 12 AL 18 APRILE 2013)

“Se solo i petali volassero”, la lotta all’amianto parte dai banchi di scuola

Un docu-film prodotto da alcuni studenti del liceo “Laura Bassi” di Bologna racconta in 73 minuti il dramma della fibra killer attraverso le testimonianze di esperti e parenti delle vittime, mettendo in luce l’importanza dell’informazione su questi temi anche negli anni della formazione scolastica.
BOLOGNA - Un numero verde per la segnalazione di discariche abusive di amianto, campagne di sensibilizzazione sulla fibra killer e il documentario “Se solo i petali volassero”. Queste alcune delle proposte e delle azioni messe in campo dagli studenti del liceo “Laura Bassi” di Bologna, che dall’anno scolastico 2011-2012 sono coinvolti nel progetto “Amianto mai più”, per conoscere e approfondire le tematiche legate all’amianto, con il quale la scuola ha partecipato al percorso conCittadini 2012-2013, promosso dall’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna.
Un lavoro di approfondimento e ricerca. Il docu-film “Se solo i petali volassero”, girato tra Bologna, Casale Monferrato e Roma, racconta in 73 minuti il dramma vissuto dai lavoratori e dai loro familiari, attraverso le testimonianze di esperti e parenti delle vittime. Una modalità originale – frutto di un meticoloso lavoro di ricerca e approfondimento sulla storia dell’amianto e le sue implicazioni sociali, economiche e ambientali – per parlare di ambiente, salute e malattie professionali, mettendo in luce l’importanza dell’informazione su questi temi anche negli anni della formazione scolastica. Il progetto, che i ragazzi hanno portato avanti finanziandosi attraverso l’organizzazione di cene e feste diventate un ulteriore momento di incontro e sensibilizzazione sull’argomento, ha ricevuto il premio Luca De Nigris nell’ambito dell’omonimo concorso per video realizzati nelle scuole dell'Emilia Romagna.
Da Torino a Casale per comprendere il dramma dei lavoratori. Insieme a Roberto Guglielmi, professore di filosofia e scienze sociali, 28 studenti della IV F dell’istituto bolognese si sono documentati sulle tematiche dell’amianto anche girando per l’Italia: da Casale Monferrato, la città simbolo della lotta all’amianto dove hanno incontrato l’associazione dei familiari delle vittime e cittadini, visitando i luoghi del dramma vissuto da tanti lavoratori, fino al tribunale di Torino, dove hanno assistito alla lettura della sentenza di primo grado del processo Eternit, confrontandosi con i loro coetanei di Casale Monferrato e parlando con i lavoratori superstiti e i rappresentanti delle associazioni internazionali.
Le altre proposte. Tra le iniziative portate avanti nell’ambito del progetto “Amianto mai più”, presente anche su Facebook con una pagina che raccoglie materiali, link e riflessioni, i ragazzi hanno realizzato un questionario da sottoporre a concittadini e coetanei di altre scuole di Bologna per verificare lo stato della conoscenza sull’amianto. In più hanno formulato una serie di proposte, come l’organizzazione di campagne di sensibilizzazione per promuovere una maggiore conoscenza della fibra killer e l’attivazione di un numero verde nazionale per la segnalazione delle discariche abusive di manufatti contenenti amianto. Una proposta, quest’ultima, già presentata dagli studenti al ministro della Salute durante la seconda conferenza nazionale governativa sull'amianto, tenutasi a Venezia lo scorso novembre, nel corso della quale i ragazzi avevano anche espresso a Balduzzi le loro preoccupazioni rispetto alla presenza della fibra killer negli edifici scolastici. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 181 - NOTIZIE DAL 12 AL 18 APRILE 2013)

Green economy, i nuovi rischi per i lavoratori in un rapporto dell’Eu-Osha

L’Agenzia di Bilbao dedica un approfondimento alle attività legate alla tutela ambientale con l'obiettivo di individuare le implicazioni che la loro rapida espansione, favorita dall’introduzione di misure per ridurre i rifiuti e le emissioni di Co2 e aumentare l’efficienza energetica, può avere per la salute e la sicurezza sul lavoro.
BILBAO - Con l’introduzione di misure più stringenti per ridurre i rifiuti e le emissioni di anidride carbonica e aumentare l’efficienza energetica e la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, nell’Unione europea è destinato ad aumentare il numero dei cosiddetti “green jobs”, le attività che puntano a ridurre l’impatto sull’ambiente e a tutelarlo. Ma quali sono le implicazioni delle nuove tecnologie e dei nuovi processi lavorativi introdotti dalla green economy per la salute e la sicurezza dei lavoratori? Alla domanda prova a rispondere l’Eu-Osha, l’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro, che ha appena pubblicato una relazione di previsione sui rischi dei nuovi “lavori verdi”.
 “Necessario garantire condizioni sicure e dignitose”. Il rapporto Green jobs and occupational safety and health: foresight on new and emerging risks associated with new technologies by 2020, cerca di individuare rischi nuovi o emergenti in questo settore, indicando alcuni scenari futuri. L’obiettivo, spiega il direttore dell’Eu-Osha, Christa Sedlatschek, è di “fornire agli attori politici dell’Ue un’idea di come plasmare l'economia verde del futuro, salvaguardando la salute e la sicurezza dei lavoratori europei. Per assicurare che siano realmente sostenibili e possano dare il loro contributo al raggiungimento degli obiettivi previsti dalla Strategia EU2020 per una crescita giusta, sostenibile e inclusiva, dobbiamo fare in modo che i green jobs possano garantire condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose. Oltre ad avere un impatto positivo sull’ambiente, quindi, dovranno averlo anche sui lavoratori”.
Il pericolo di un vuoto di competenze. L’Agenzia di Bilbao sottolinea come le nuove tecnologie e i nuovi processi di lavoro della green economy richiedano nuove capacità, ma la rapida espansione di questo settore, unita a pressioni politiche ed economiche, potrebbe condurre a un vuoto di competenze, con il risultato di ritrovarsi con lavoratori impreparati e inesperti rispetto all’attività professionale che sono chiamati a svolgere, con i rischi che ne conseguono rispetto alla loro sicurezza.
Assicurare una formazione specifica. Questi nuovi rischi si sommano a quelli già presenti nelle attività tradizionali, per affrontare le quali sono comunque necessarie competenze specifiche. È il caso dell’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti, che combina i rischi dei lavori nel settore delle costruzioni con quello elettrico, rendendo necessaria una formazione ad hoc. Alcune resine epossidiche utilizzate nella realizzazione delle turbine eoliche, inoltre, provocano allergie. Senza dimenticare che anche l’introduzione di nuove normative può generare effetti indesiderati: leggi che riducono la quantità di spazzatura destinata alle discariche, per esempio, hanno prodotto un tasso di infortuni sul lavoro e di malattie professionali più alto della media tra i lavoratori impiegati nel trattamento dei rifiuti. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 181 - NOTIZIE DAL 12 AL 18 APRILE 2013)

Lotta all’amianto, dal 28 aprile la campagna “Asbestus free” in 14 piazze italiane

Presentata l’iniziativa che a partire dalla Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro e le vittime dell’amianto coinvolgerà fino alla fine di maggio una serie di località, dal Piemonte alla Sicilia, in attività di sensibilizzazione e nella raccolta fondi per la prevenzione e la cura delle malattie correlate alla fibra killer.
ROMA - A partire dalla Giornata mondiale per la sicurezza sul lavoro e le vittime dell’amianto di domenica 28 aprile, la Fondazione Anmil “Sosteniamoli subito" onlus, insieme ai sindacati Cgil, Cisl, Uil, Ugl e alle associazioni Afeva (Associazione familiari e vittime amianto) e Aieva (Associazione italiana esposti all'amianto), fino alla fine del mese di maggio porterà in 14 piazze italiane la campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi "Asbestus free", lanciata lo scorso dicembre al Senato. L’iniziativa, presentata oggi a Roma con una conferenza stampa che si è svolta presso il parlamentino Inail di via IV Novembre, punta a diffondere nell’opinione pubblica una maggiore conoscenza rispetto alla pericolosità della fibra killer e a raccogliere fondi per la ricerca a favore della prevenzione e della cura delle malattie asbesto-correlate.
Una situazione ancora drammatica. A vent’anni dalla messa al bando dell’amianto in Italia la situazione resta più che mai drammatica. Nel nostro Paese, secondo uno studio condotto recentemente da Legambiente, sono ancora 75mila gli ettari di territorio contaminato dall’asbesto che non stati mai bonificati. Una realtà che si traduce in un numero insostenibile di vittime: come emerge dai dati del Renam, il Registro nazionale dei mesoteliomi presso l'Inail, i casi di mesotelioma, infatti, oscillano tra i 1.200 e 1.400 l'anno. Nel 2011 sono state denunciate 2.250 patologie correlate all'amianto, pari al 5% delle 46.558 malattie professionali denunciate complessivamente nell'anno. Dalle stesse statistiche Inail emerge che quello delle patologie da asbesto è un fenomeno in crescita: il dato del 2011, infatti, fa registrare un aumento pari al 18% nell'ultimo quinquennio (erano circa 1.900 nel 2006) e del 50% nell'ultimo decennio (nel 2001 erano circa 1.500).

Associazioni e sindacati "alleati" nella lotta alla fibra-killer. “Asbestus free” prende il via dal protocollo “Liberi dall’amianto” e si svolgerà nelle principali piazze di 14 città italiane che, più di altre, convivono con la “presenza” della fibra killer: Casale Monferrato, Broni, Monfalcone, La Spezia, Ravenna, Ferrara, Padova, Matera, Pisa, Civitavecchia, Bari, Taranto, Nuoro e Siracusa. Dal Piemonte alla Sicilia, dunque, la campagna coinvolgerà l’intero territorio nazionale e vede, per la prima volta, le associazioni delle vittime dell’amianto e i maggiori sindacati “alleati” in una lotta per la diffusione di un’informazione più capillare e per il sostegno delle strategie di contrasto. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 182 - NOTIZIE DAL 19 AL 25 APRILE 2013)

Patologie psichiche lavoro-correlate, studio comparativo sul riconoscimento in Europa

La ricerca, commissionata dal Forum europeo per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e coordinata dall’ente francese Eurogip, mette a confronto le modalità adottate dagli organismi di assicurazione di dieci Paesi: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera.
ROMA - Di fronte al crescente fenomeno delle patologie legate ai rischi psico-sociali nel lavoro, governi, parlamenti e organismi di assicurazione riflettono da anni sull’opportunità di un loro riconoscimento e indennizzo come malattie professionali. Uno studio appena pubblicato, commissionato dal Forum europeo per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali e coordinato dall’ente francese Eurogip, descrive le modalità di riconoscimento dei disturbi psichici da parte degli organismi nazionali di assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali di dieci Paesi europei: Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Spagna, Svezia e Svizzera.
Necessario il nesso causale tra malattia e professione. Dallo studio, realizzato anche con il contributo dell’Inail, emerge che sono sei i Paesi che riconoscono alcune patologie psichiche come malattie professionali. Il riconoscimento avviene nell’ambito del “sistema complementare” in Belgio, Danimarca, Spagna, Francia e Italia e del “sistema della prova” in Svezia. In tutti i casi, è necessario dimostrare il nesso causale tra la malattia e l’attività professionale della vittima. Soltanto la Danimarca ha iscritto una patologia mentale, il disturbo post-traumatico da stress, nella lista nazionale delle malattie professionali. Nel 2011 questi sistemi hanno riconosciuto come malattie professionali circa 200 casi di disturbi psichici in Danimarca e in Spagna, circa 100 casi in Francia, 70 in Svezia e 13 in Italia. Nessun riconoscimento, invece, è possibile in Finlandia, Germania e Svizzera, per ragioni giuridiche o di fatto.
In caso di eventi traumatizzanti sono considerate infortuni. In tutti i Paesi che hanno partecipato allo studio le patologie psichiche possono essere riconosciute anche come infortunio sul lavoro. Per tale riconoscimento è necessario che all’origine della patologia vi sia un evento inatteso, traumatizzante e di durata concentrata nel tempo, come atti di violenza (rapina a mano armata, aggressione sul luogo di lavoro…) o traumi causati dal coinvolgimento in un incidente stradale o nell’infortunio di un collega. Il disturbo psichico più comunemente riscontrato in queste circostanze è la sindrome da stress post-traumatico. Se le esigenze essenziali per il riconoscimento dei disturbi psichici come infortuni sul lavoro si ritrovano in tutti i Paesi, non sono però formulate in maniera identica. In Italia, per esempio, è necessario un evento materiale che si sia verificato al massimo entro un ciclo di lavoro, pari a circa otto ore.
Differenze sensibili nel caso dei suicidi. Una sezione specifica dello studio è dedicata al caso dei suicidi. Nella maggior parte dei Paesi, esiste la possibilità di prenderli in carico sulla base dell’assicurazione contro i rischi professionali, ma l’approccio e i ragionamenti giuridici che sostengono un eventuale riconoscimento variano in maniera sensibile a seconda del Paese. A parte la Francia, che dispone di una considerevole quantità di statistiche e conta un consistente numero di riconoscimenti di suicidi come malattia professionale o infortuno, in tutti gli altri Paesi tale riconoscimento appare eccezionale e interviene spesso attraverso una decisione giudiziaria che si impone all’organismo di assicurazione. in Italia il riconoscimento è possibile se l’atto è la conseguenza di un infortunio sul lavoro (rischio acuto) o di una malattia professionale (rischio prolungato). È necessario, inoltre, che vi sia uno stato patologico indotto dal lavoro, anche se l’assicurato non ha dichiarato in precedenza alcun infortunio. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 182 - NOTIZIE DAL 19 AL 25 APRILE 2013)

Piano nazionale amianto: “Rafforzare ulteriormente il ruolo del Renam”

Ampliare i compiti del Registro dei mesoteliomi presso l’Inail – estendendo la sorveglianza alle altre patologie correlate all’esposizione all’asbesto – e favorire la conoscenza dei fattori di rischio occupazionale anche nei casi di malattia che non hanno un’esclusiva causa professionale: ecco cosa prevede il documento attualmente all’esame della conferenza Stato-Regioni.
ROMA - Rafforzare il ruolo del Renam, il Registro nazionale mesoteliomi istituito presso l’Inail (Settore ricerca, certificazione e verifica), ampliando il suo raggio d’azione ed estendere l’attività di sorveglianza epidemiologica anche alle altre neoplasie amianto-correlate. Sono questi alcuni degli obiettivi principali previsti nel Piano nazionale amianto, elaborato dai ministeri della Salute, dell’Ambiente e del Lavoro, il documento che detta le linee di intervento per un’azione coordinata di lotta contro l’asbesto.

Tre macro-aree d’azione per combattere la fibra killer. Il piano, attualmente all’esame della conferenza Stato-Regioni, si suddivide in tre macro aree: tutela della salute, tutela dell’ambiente e aspetti di sicurezza del lavoro e previdenziali. I contenuti del documento sono il frutto dei lavori della II Conferenza governativa sulle patologie asbesto-correlate, svolta a Venezia dal 22 al 24 novembre scorso. Il ruolo del Renam – il registro che raccoglie i casi accertati di mesotelioma maligno, ovvero il tumore della pleura (la parete di rivestimento del polmone) – viene ribadito nell’ambito della sezione del Piano dedicata alla tutela della salute. Il registro è strutturato come un network ad articolazione regionale che poggia le fondamenta sull’attività dei Cor, i Centri operativi regionali con compiti d’identificazione di tutti i casi di mesotelioma nel proprio territorio di riferimento.

“Riconoscimento della qualità dei dati prodotti”. “Nel piano nazionale si riafferma il riconoscimento della rilevanza dell’esperienza del Renam e della qualità dei dati prodotti – spiega Alessandro Marinaccio, primo ricercatore presso il dipartimento di Medicina del lavoro (Dml) dell’Inail e responsabile del registro – E si fa un passo avanti: si considera prioritaria la necessità di estendere la sorveglianza alle altre neoplasie. In particolare alle neoplasie amianto-correlate secondo la classificazione Iarc, l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro: quelle a carico di polmone, laringe e ovaio”. Tra i 95 agenti “cancerogeni certi per l’uomo” classificati dall’agenzia, sono infatti ben 44 i cancerogeni presenti nei luoghi di lavoro.
Una priorità la sorveglianza sulle altre patologie. Per quanto riguarda il mesotelioma maligno, infatti, l’esposizione all’amianto è sempre una circostanza da approfondire, non essendo al momento conosciute altre cause che provocano questa patologia. Ma in altri casi, quali il tumore maligno del polmone, “che non hanno esclusivamente cause professionali – continua Marinaccio – l’individuazione della natura occupazionale da esposizione ad amianto è più difficile, proprio a causa della concomitanza di altri fattori. Da qui l’esigenza di estendere la ricerca e sorveglianza anche a questi tumori, dove le conoscenze epidemiologiche e la consapevolezza degli operatori sono certamente meno sviluppate rispetto al mesotelioma”.
Il contributo dell’Inail nella stesura del Piano. “Il settore ricerca certificazione e verifica dell’Inail attraverso il Dml ha dato il suo contributo al Piano nazionale soprattutto per quanto attiene la descrizione dell’epidemiologia delle malattie amianto-correlate e dei fattori di rischio occupazionale e ambientale – sottolinea, ancora, Marinaccio – “L’apporto dell’Istituto in questo ambito si è concretizzato nell’elaborazione delle analisi di previsione di decessi per mesotelioma nei prossimi anni in Italia. Previsioni che sono ampiamente citate nella letteratura internazionale”.
Necessario un metodo di linkage più articolato. Tra le altre azioni che il Piano ritiene necessario sviluppare, particolare rilievo assume “ la sorveglianza degli operatori addetti ad attività di smaltimento e bonifica dell’amianto – sottolinea Marinaccio. Inoltre, aggiunge il ricercatore – si punta a sviluppare un metodo di linkage, ovvero di collegamento, tra i dati disponibili di vari istituti, in materia di sorveglianza epidemiologica sia degli esposti (prima e dopo il bando) sia degli ammalati, allo scopo di disporre di un quadro epidemiologico il più completo possibile”. Altrettanto importante la previsione della costituzione di una bio-banca virtuale di materiali biologici relativi a casi di mesotelioma pleurico, con il fine di raccogliere materiale biologico per le attività di ricerca clinica e terapeutica previste dal piano. (PERIODICO MULTIMEDIALE A CURA DELL'UFFICIO STAMPA INAIL - NUMERO 183 - NOTIZIE DAL 26 APRILE AL 2 MAGGIO 2013)

NUOVE REGOLE PER I CERTIFICATI SPORTIVI


Comunicato Ministero della Salute del 26/04/2013 n°99

Il Ministro della Salute, Renato Balduzzi, di concerto con il Ministro per lo Sport, Piero Gnudi, ha firmato il decreto ministeriale "Disciplina della certificazione dell'attività sportiva non agonistica e amatoriale e linee guida sulla dotazione e l'utilizzo di defibrillatori semiautomatici e di eventuali altri salvavita". L'adozione del decreto era prevista dal'articolo 7 comma 11 del decreto Salute e sviluppo del 2012. Il testo raccoglie le indicazioni del gruppo di lavoro istituito dal Ministro Balduzzi nel febbraio scorso e del corrispondente gruppo di lavoro del Consiglio superiore di sanità.

CERTIFICATI PER L'ATTIVITÀ SPORTIVA AMATORIALE

I soggetti non tesserati alle Federazioni sportive nazionali, alle Discipline associate, agli Enti di promozione sportiva riconosciuti dal Coni, che praticano attività amatoriale (ovvero non regolamentata da organismi sportivi e non occasionale) devono sottoporsi a controlli medici periodici secondo indicazioni precise:

- gli uomini fino a 55 anni e le donne fino ai 65, senza evidenti patologie e fattori di rischio, potranno essere visitati da un qualunque medico abilitato alla professione e il certificato avrà valenza biennale;
- I soggetti che riportano almeno due delle seguenti condizioni (età superiore ai 55 anni per gli uomini e ai 65 per le donne, ipertensione arteriosa, elevata pressione arteriosa differenziale nell'anziano, l'essere fumatori, ipercolesteloremia, ipertrigliceridemia, glicemia alterata a digiuno o ridotta tolleranza ai carboidrati o diabete di tipo II compensato, obesità addominale, familiarità per patologie cardiovascolari, altri fattori di rischio a giudizio del medico) dovranno essere visitati necessariamente da un medico di medicina generale, un pediatra di libera scelta o un medico dello sport, che dovranno effettuale un elettrocardiogramma a riposo e eventualmente altri esami necessario secondo il giudizio clinico. Il certificato dovrà essere rinnovato ogni anno;

- I soggetti con patologie croniche conclamate diagnosticate dovranno ricorrere a un medico di medicina generale, un pediatra di libera scelta, un medico dello sport o allo specialista di branca, che effettuerà esami e consulenze specifiche e rilascerà a proprio giudizio un certificato annuale o a valenza anche inferiore all'anno.

Il certificato andrà esibito all'atto di iscrizione o di avvio delle attività all'incaricato della struttura o del luogo dove si svolge l'attività.

Non sono tenuti all'obbligo della certificazione le persone che svolgono attività amatoriale occasionale o saltuario, chi la svolge in forma autonoma e al di fuori di contesti organizzati, i praticanti di alcune attività con ridotto impegno cardiovascolare, come le bocce (escluse le bocce in volo), biliardo, golf, pesca sportiva di superficie, caccia sportiva, sport di tiro, ginnastica per anziani, "gruppi cammino", e chi pratica attività ricreative come ballo o giochi da tavolo. A tutte queste persone è comunque raccomandato un controllo medico prima dell'avvio dell'attività.

CERTIFICATI PER L'ATTIVITÀ SPORTIVA NON AGONISTICA

Gli alunni che svolgono attività fisico-sportive organizzate dalle scuole nell'ambito delle attività parascolastiche, i partecipanti ai giochi sportivi studenteschi nelle fasi precedenti a quella nazionale e le persone che svolgono attività organizzate dal Coni o da società affiliate alle Federazioni o agli Enti di promozione sportiva che non siano considerati atleti agonisti devono sottoporsi a un controllo medico annuale effettuato da un medico di medicina generale, un pediatra di libera scelta o un medico dello sport. La visita dovrà prevedere la misurazione della pressione arteriosa e un elettrocardiogramma a riposo.

Regole più stringenti sono previste per chi partecipa ad attività ad elevato impegno cardiovascolare come manifestazioni podistiche oltre i 20 km o le gran fondo di ciclismo, nuoto o sci: in questo caso verranno effettuati accertamenti supplementari.

OBBLIGO DI PRESENZA DEI DEFIBRILLATORI

Le società sportive dilettantistiche e quelle sportive professionistiche dovranno dotarsi di defibrillatori semiautomatici. Sono escluse le società dilettantistiche che svolgono attività a ridotto impegno cardiocircolatorio. Le società dilettantistiche hanno 30 mesi di tempo per adeguarsi, quelle professionistiche 6. Gli oneri sono a carico delle società, ma queste possono associarsi se operano nello stesso impianto sportivo, oppure possono accordarsi con i gestori degli impianti perché siano questi a farsene carico.

Il decreto ministeriale contiene linee guida dettagliate sulla dotazione e l'utilizzo dei defibrillatori. Dovrà essere presente personale formato e pronto a intervenire e il defibrillatore deve essere facilmente accessibile, adeguatamente segnalato e sempre perfettamente funzionante. I corsi di formazione sono effettuati dai Centri di formazione accreditati dalle singole Regioni.

CAMPAGNA EDUCATIVA PER LO SPORT IN SICUREZZA

Il decreto prevede anche una attenzione educativa sul tema: i Ministeri della Salute e dello Sport e il Coni promuoveranno annualmente una campagna di comunicazione sullo sport in sicurezza, alla quale potranno collaborare anche le società scientifiche di settore. (SMILAZIOCOMUNICAZIONI 30/4/2013)
Così si uccide la prevenzione". L'allarme dei direttori di dipartimento delle Asl italiane
I manager della prevenzione di tutte le aziende sanitarie italiane denunciano il progressivo abbandono della loro funzione da parte delle Regioni. Il 5% dei finanziamenti per legge destinati alla prevenzione non viene usato correttamente e continua la dispersione tra le varie fuzioni e discipline.
02 MAG - I dipartimenti di prevenzione sono sempre più “oggetto di ulteriori forti ridimensionamenti in alcune Regioni italiane che non comprendono come la prevenzione e la promozione della salute rappresentino oltre che un fattore di crescita sociale e culturale della società anche un elemento di sviluppo economico sia indirettamente in termini di eventi sanitari evitati, sia direttamente tramite gli investimenti in sicurezza negli ambienti di vita e di lavoro, nonché per la tutela della salute dei consumatori”. E’ l’allarme contenuto in un documento dei direttori dei Dipartimenti di prevenzione delle Aziende unità sanitarie locali d’Italia, riuniti in un una Convention a Bologna il 5 aprile scorso ma i cui esiti sono rimasti sotto traccia, complice anche il clima generale del Paese in quelle settimane di convulsa crisi politica. Abbiamo pensato di riproporvelo per il suo interesse.
 
Ecco i punti centrali dell'allarme lanciato dei manager della prevenzione italiani:

- I tentavi di smontarne le varie componenti facendole afferire ad altri livelli statali (i veterinari al Ministero delle politiche agricole, la sicurezza sui luoghi di lavoro ad una agenzia nazionale, anche se quest’ultimo progetto è stato superato dall’accordo su un forte e giusto coordinamento) costituiscono un elemento di forte indebolimento delle tutele e dei diritti per la salute dei cittadini. Al contrario è necessaria una maggiore integrazione funzionale tra le varie discipline della prevenzione e della sicurezza tramite l’adozione di percorsi assistenziali trasversali, focalizzati alla presa in carico globale dei problemi sanitari delle collettività, come la sicurezza alimentare, la prevenzione primaria e secondaria delle malattie cronico degenerative, la sicurezza degli ambienti di vita e di lavoro, il rapporto tra ambiente e salute, la gestione delle emergenze di sanità pubblica.

- Occorre perseguire sempre più nuove modalità di lavoro costruite sull’analisi epidemiologica dei problemi di salute, sull’ appropriatezza degli interventi basati sulle evidenze scientifiche, sull’utilizzo delle banche dati e dei sistemi informativi disponibili sulla categorizzazione e comunicazione del rischio, nonché sulla partecipazione dei cittadini.

- Il 5% della spesa sanitaria destinato alla prevenzione collettiva va interamente impiegato nel settore (primo LEA) per assicurare gli strumenti indispensabili ed il turnover necessario del personale.


- La politica dei limiti di emissione ambientali fini a se stessi è stata clamorosamente smentita e deve essere ripensata. Così come occorre garantire, all’interno dei Dipartimenti di Prevenzione, il ripristino operativo di vere strutture che si occupino di salute e ambiente.-Va ripresa l’iniziativa per appropriate semplificazioni e per l’abolizione delle attività di non dimostrata efficacia, a partire da quelle già individuate nella proposta del Disegno di Legge, d’iniziativa del Governo, approvato dal Senato della Repubblica il 12 dicembre 2007, ma non approvato dalla Camera dei Deputati per crisi di governo.

- Va migliorata la reportistica e la comunicazione delle attività dei Dipartimenti di Prevenzione.

Nel complesso “di fronte alla grave e perdurante crisi sociale ed economica del nostro Paese - sottolineano i direttori dei dipartimenti - è indispensabile che gli sforzi per l’occupazione e per il rilancio della produzione avvengano nel pieno rispetto delle regole e delle garanzie di prevenzione e di sicurezza nei luoghi di lavoro che vigono nella Unione Europea”. (Quotidianosanità 2/5/2013)
16.04.2013 Corte di Cassazione - Penale (il diritto alla salute prevale su quello dell’obiettore di coscienza)
Il fatto
Una ginecologa è stata condannata per il reato di omissione di atti d’ufficio in quanto, trovandosi  in servizio di guardia medica nel reparto di ostetricia e ginecologia, chiamata ad assistere una paziente che era stata sottoposta ad intervento di interruzione volontaria di gravidanza mediante somministrazione farmacologica, si è rifiutata di visitarla e di assisterla, in quanto obiettrice di coscienza, nonostante le richieste di intervento dell'ostetrica e i successivi ordini di servizio impartiti telefonicamente dal primario e dal direttore sanitario.
 
Profili giuridici
I giudici della Suprema Corte hanno confermato la sentenza di condanna emessa dal giudice d’appello, evidenziando come la legge tuteli il diritto di obiezione di coscienza entro lo stretto limite delle attività mediche dirette alla interruzione della gravidanza, esaurite le quali il medico non può opporre alcun rifiuto di prestare assistenza alla paziente.
La normativa esclude che l'obiezione possa riferirsi anche alle cure antecedenti e conseguenti all'intervento, riconoscendo al sanitario solo il diritto di rifiutare di determinare l'aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare l'assistenza nelle altre fasi. Il diritto dell'obiettore si affievolisce, fino a scomparire, di fronte al diritto della donna, che si trovi  in imminente pericolo di vita, a ricevere le cure.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
 
Cassazione Penale – Sez. VI; Sent. n. 14979 del 02.04.2013
 omissis
 
Ritenuto in fatto
 1. Con la decisione indicata in epigrafe la Corte d'appello di Trieste ha parzialmente riformato la sentenza del 6 novembre 2009 del Tribunale di Pordenone, revocando le statuizioni civili in favore dell'associazione C.  F.V.G., mentre ha confermato la condanna di P.F..M. ad un anno di reclusione per il reato di cui all'art. 328 c.p., con sospensione condizionale della pena e con l'interdizione per un anno dall'esercizio della professione medica, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile, D.N.P., liquidati in Euro 8.000,00.
 
Secondo l'accusa la M., in servizio di guardia medica nella notte tra il X.  nel reparto di ostetricia e ginecologia del presidio ospedaliero di X.  , chiamata ad assistere la paziente P..D.N. che era stata sottoposta ad intervento di interruzione volontaria di gravidanza mediante somministrazione farmacologica, si rifiutava di visitarla e di assisterla, in quanto obiettrice di coscienza, nonostante le richieste di intervento dell'ostetrica e i successivi ordini di servizio impartiti telefonicamente dal primario e dal direttore sanitario, costringendo il primario a recarsi in ospedale per intervenire d'urgenza.
 
2. Nell'interesse dell'imputata ha proposto ricorso per cassazione il difensore di fiducia, avvocato Angelo Pallara.
Con il primo motivo si deduce erronea applicazione degli artt. 328 c.p. e 9 legge n. 194 del 1978, nonché vizio di motivazione: in particolare, si sostiene che l'obiettore di coscienza sia esonerato dall'intervenire in tutto il procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, che comprende sia la fase di espulsione del feto, che quella relativa alla interruzione della placenta, fermo restando il limite della necessità di intervenire in caso di imminente pericolo di vita della donna, come prescrive l'art. 9 comma 5 della legge n. 194/1978, situazione questa che non si è mai verificata nel caso in esame. Sulla base di questa interpretazione della legge la difesa dell'imputata esclude che vi sia stata violazione dell'art. 328 c.p. sia in occasione della richiesta di intervenire in sala travaglio per l'espulsione del feto, sia successivamente, quando vi è stata la richiesta di intervento dopo l'espulsione del feto, ma non anche della placenta.
 
Inoltre, si assume che anche a voler ritenere che la fase dell'espulsione della placenta non rientri nel procedimento di interruzione della gravidanza, i giudici avrebbero dovuto comunque escludere la sussistenza del reato, dal momento che l'art. 328 c.p. da rilievo unicamente a condotte in cui sia ravvisabile non solo un rifiuto indebito, ma nelle quali l'atto debba essere compiuto senza ritardo: infatti, il rifiuto deve riguardare un atto che assunto in ritardo determina l'insorgenza di un pericolo concreto, situazione che nel caso di specie non si è mai verificata, essendo pacifico che la D.N. non si è mai trovata in una condizione di pericolo per la sua salute.
 
Sotto un distinto profilo, si sostiene la non configurabilità del reato neppure sotto l'aspetto psicologico, dovendo riconoscersi che l'eventuale errore sul fatto e sulla norma extrapenale, con riferimento proprio all'estensione del diritto di obiezione di coscienza, rilevi sulla volontà di porre in essere una condotta illecita. In altri termini, l'imputata sarebbe stata convinta di poter astenersi dall'intervenire nel procedimento di interruzione della gravidanza fino alla fase di espulsione della placenta, sicché dal punto di vista soggettivo il suo rifiuto non può essere ritenuto indebito, nella certezza che non vi fosse pericolo per la vita e la salute della paziente.
 
Con il secondo motivo la parte ricorrente ripropone l'eccezione sulla tardività della costituzione in giudizio della parte civile, avvenuta oltre il limite previsto dall'art. 491 c.p.p., censurando la sentenza che ha ritenuto tempestiva tale costituzione in quanto avvenuta prima della formale apertura del dibattimento.
 
Con l'ultimo motivo si deduce l'erronea applicazione degli artt. 62-bis e 133 c.p. e il connesso vizio di motivazione, per avere la sentenza escluso l'applicazione delle attenuanti generiche.
 
 
Considerato in diritto
 
3. Preliminarmente deve rilevarsi la manifesta infondatezza della eccezione sulla tardività della costituzione della parte civile, che risulta, invece, essere stata tempestiva, in quanto avvenuta prima delle formalità di apertura del dibattimento, ai sensi dell'art. 484 c.p.p., così come prevede l'art. 79 c.p.p..
 
4. Per il resto i motivi proposti sono tutti infondati.
 
4.1. Secondo la sentenza impugnata l'aborto farmacologico era stato eseguito da altro medico, non obiettore, e l'imputata si sarebbe rifiutata di assistere la paziente nel secondamento, cioè durante la fase espulsiva, già iniziata, che preoccupava l'ostetrica per possibili rischi di emorragia, situazione che aveva determinato la richiesta di intervento del medico di guardia. Su tali presupposti di fatto, la Corte d'appello, uniformandosi alla decisione del primo giudice, ha affermato la sussistenza del reato di cui all'art. 328 c.p., considerando che nella specie non potesse operare il diritto di obiezione di coscienza, in quanto l'art. 9 della legge n. 194 del 1978 esonera il medico obiettore dal partecipare alle attività 'specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza', ma non lo esime dal prestare la propria attività nelle fasi successive per evitare ogni possibile rischio per le condizioni cliniche e di salute della donna.
 
La decisione non merita alcuna censura, in quanto ha fatto una corretta applicazione della normativa in questione.
Infatti, l'art. 9 comma 3 legge n. 194/78 esclude che l'obiezione possa riferirsi anche all'assistenza antecedente e conseguente all'intervento, riconoscendo al medico obiettore il diritto di rifiutare di determinare l'aborto (chirurgicamente o farmacologicamente), ma non di omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza.
 
Nel caso in esame, il 'rifiuto' da parte dell'imputata ad intervenire per prestare assistenza alla D.N. ha riguardato la fase del c.d. secondamento, avvenuta successivamente all'aborto indotto per via farmacologica da altro sanitario, sicché deve escludersi che sia stata richiesta l'assistenza in una fase 'diretta a determinare l'interruzione della gravidanza', né può ritenersi, come sostiene la ricorrente, che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, in quanto si tratta di interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma. Invero, secondo la disciplina della legge n. 194 del 1978, l'obiezione esonera il medico esclusivamente dal 'compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione della gravidanza', diritto che peraltro trova il suo limite nella tutela della salute della donna, tanto è vero che il comma 5 dell'art. 9 della legge citata esclude ogni operatività all'obiezione di coscienza nei casi in cui l'intervento del medico obiettore sia 'indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo'. In questo caso, l'intervento del sanitario obiettore riguarda proprio quel segmento della procedura medica specificamente diretta a interrompere la gravidanza: il diritto dell'obiettore affievolisce, fino a scomparire di fronte al diritto della donna in imminente pericolo a ricevere le cure per tutelare la propria vita e la propria salute.
 
Quanto precede consente di respingere anche quelle tesi proposte dalla difesa della ricorrente e dirette a sostenere che non era tenuta ad intervenire dal momento che la D.N. non si è mai trovata in una situazione di imminente pericolo di vita. In questo modo si confonde la portata delle disposizioni contenute nei commi 3 e 5 dell'art. 9 citato: la circostanza che la D.N. non si trovasse in imminente pericolo di vita non giustifica il mancato intervento della imputata, in quanto il suo rifiuto acquista rilievo con riferimento alla fase di assistenza successiva all'intervento, che prescinde del tutto da una situazione di pericolo per la vita della paziente.
 
In sostanza, la legge tutela il diritto di obiezione entro lo stretto limite delle attività mediche dirette alla interruzione della gravidanza, esaurite le quali il medico obiettore non può opporre alcun rifiuto dal prestare assistenza alla donna. D'altra parte, il diritto all'aborto è stato riconosciuto come ricompreso nella sfera di autodeterminazione della donna e se l'obiettore di coscienza può legittimamente rifiutarsi di intervenire nel rendere concreto tale diritto, tuttavia non può rifiutarsi di intervenire per garantire il diritto alla salute della donna, non solo nella fase conseguente all'intervento di interruzione della gravidanza, ma come si è visto, in tutti i casi in cui vi sia un imminente pericolo di vita.
 
Nella specie, non vi è dubbio che la richiesta di assistenza ha riguardato una fase successiva all'intervento di interruzione della gravidanza, dovendosi considerare tale il c.d. secondamento; peraltro, si è trattato di un aborto indotto per via farmacologica e non chirurgica, sicché la fase rispetto alla quale opera l'esonero da obiezione di coscienza è limitata alle sole pratiche di predisposizione e somministrazione dei farmaci abortivi, coincidenti con quelle procedure e attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l'interruzione cui si riferisce l'art. 9 comma 3 legge n. 194/1978, per il resto l'imputata aveva l'obbligo di assicurare la cura e l'assistenza alla paziente.
 
Sulla base di tale lettura della normativa in materia, deve riconoscersi che l'imputata avrebbe dovuto prestare la propria assistenza a tutte le fasi 'conseguenti' all'intervento, sicché acquista rilievo il suo rifiuto di assistere la D.N. anche dopo l'espulsione del feto e in assenza di espulsione della placenta, sebbene fosse stata richiesta la sua presenza dall'infermiera, dall'ostetrica e, successivamente, dallo stesso primario.
 
4.2. Infondata è anche la tesi della ricorrente secondo cui, anche ammesso il rifiuto indebito, deve escludersi la sussistenza del reato di cui all'art. 328 c.p., in quanto nella specie non vi sarebbe stato alcun ritardo nell'intervento di assistenza, tale da determinare il rischio di un pericolo concreto per la paziente.
 
Dal punto di vista oggettivo deve ritenersi pienamente integrato il reato dal momento che il rifiuto ha riguardato un atto sanitario, peraltro richiesto con insistenza da personale infermieristico e medico, in una situazione di oggettivo rischio per la paziente che non aveva ancora espulso la placenta, essendo del tutto irrilevante che le condizioni di salute non sono risultate particolarmente gravi: in questi casi il medico ha comunque l'obbligo di recarsi immediatamente a visitare il paziente al fine di valutare direttamente la situazione, soprattutto se a richiedere il suo intervento sono soggetti qualificati - come è accaduto nella specie - , in grado cioè di valutare la effettiva necessità della presenza del medico; peraltro, che fosse necessario un medico è dimostrato dal fatto che, dopo il rifiuto dell'imputata, è dovuto intervenire il dottor G., primario del reparto e obiettore anch'egli, che l'ha assistita nella fase finale del secondamento eseguita manualmente.
 
4.3. Infondato è, inoltre, il motivo con cui si contesta l'esistenza del dolo. Sul punto i giudici di merito hanno ben evidenziato come l'imputata, sin dalla sua entrata in servizio di guardia medica, abbia precisato che non si sarebbe occupata della interruzione terapeutica di gravidanza della Di Nardo, rifiutando di entrare in sala parto anche dopo l'ordine impartitole prima dal primario, Dott. G., e poi dal direttore amministrativo, Dott. C., che le avrebbe spiegato come fosse suo dovere prestare assistenza alla paziente, dal momento che ciò non significava partecipare all'aborto, già praticato da altro sanitario. In particolare, la Corte territoriale ha escluso la buona fede dell'imputata, rilevando che ciò si risolverebbe nell'invocare quale scusante l'errore sulla legge, situazione che appare inconciliabile con le competenze professionali della M. e con la stessa scelta di esercitare il suo diritto di obiezione di coscienza in base alla legge n. 194 del 1978.
 
Si tratta di una motivazione del tutto logica e razionale, che tiene conto del fatto che l'esercizio del diritto di obiezione di coscienza da parte di un medico presupponga la piena consapevolezza dei limiti entro cui un tale diritto può essere esercitato. In ogni caso, la presunta buona fede ovvero l'ignoranza sulla legge extrapenale da parte dell'imputata non appare minimamente sostenibile in considerazione del fatto che la stessa ha continuato ad opporre un ingiustificato rifiuto ad assistere la paziente nonostante le richieste e le spiegazioni fattele dal primario e dal direttore amministrativo.
 
4.4. Infine, infondato è anche il motivo riferito al trattamento sanzionatorio.
 
Nel negare le circostanze attenuanti generiche i giudici di merito non hanno violato alcuna norma di legge, né sono incorsi in vizi riguardanti la motivazione: tali circostanze sono state escluse in riferimento alla gravità della condotta posta in essere dall'imputata che, in maniera reiterata, nonostante le richieste provenienti da personale sanitario qualificato, ha negato l'assistenza ad una paziente, interpretando le norme della legge sulla obiezione di coscienza in maniera limitata e strumentale, tale da non poter essere giustificata in relazione a convinzioni religiose, comunque in contrasto con gli obblighi derivanti dalla stessa professione medica.
 
5. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato e l'imputata condannata al pagamento delle spese processuali.
 
P.Q.M.
 
Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento della spese processuali.
Così deciso in Roma, il 27 novembre 2013.
Depositato in Cancelleria il 2 aprile 2013
22.04.2013 Cassazione Civile – (contagio HBV e HCV in dialisi: si all’indennizzo L. 210/92)
Il fatto
La Suprema Corte ha confermato la sentenza con la quale il Ministero del Salute è stato condannato alla corresponsione di un assegno una tantum in favore della coniuge di un paziente affetto da insufficienza renale cronica trattata fin dal 1974 con dialisi il quale aveva contratto a causa della terapia dapprima l'epatite B e, quindi, una epatopatia cronica virale HVC, che ne aveva determinato il decesso.
Il Ministero aveva respinto la domanda amministrativa diretta ad ottenere il pagamento  dell'indennizzo ritenendo che le ipotesi contemplate dalla legge non prevedessero anche un contagio del soggetto non collegato ad una trasfusione eterologa bensì dal reinserimento nel corpo, come è tipico della pratica della emodialisi, del suo stesso sangue, che si sarebbe infettato per contatto con sangue eterologo nel c.d. "rene artificiale", prima della reimmissione.
 
Profili giuridici
L’art. 1 comma 3 della legge n. 210 del 1992 che contiene le disposizioni in materia di indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, deve essere interpretato in modo conforme alla Costituzione, nel senso che il rischio per cui prevede l'indennizzo comprende anche l'ipotesi in cui il contagio sia derivato dalla contaminazione del sangue proprio del contagiato durante un'operazione di emodialisi, a causa di una insufficiente pulizia della macchina per emodialisi dalle sostanze ematiche lasciate da altro paziente, con la conseguenza che al contagiato compete l'indennizzo di cui alla norma".
 
Esito del giudizio
La Cassazione ha rigettato il ricorso proposto dal Ministero confermando la pronuncia favorevole alla coniuge del paziente defunto.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
Cassazione Civile – Sez. III; Sent. n. 9148 del 16.04.2013
omissis
 
Svolgimento del processo
 
p.1. Il Ministero della Salute ha proposto ricorso per cassazione contro C.E., nella qualità di erede del defunto B.P., avverso la sentenza del 25 luglio 2006, con la quale la Corte d'Appello di Cagliari, in funzione di Giudice del Lavoro, in accoglimento dell'appello della C. ed in riforma della sentenza resa in primo grado dal Tribunale di Cagliari in funzione di giudice del lavoro il 28 luglio 2004, ha accolto la domanda della medesima intesa ad ottenere nella detta qualità l'assegno una tantum previsto dalla L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 2, comma 3, ed ha condannato il ricorrente alla sua corresponsione con gli interessi legali dal centoventunesimo giorno dalla presentazione dell'istanza in via amministrativa.
 
p.2. Detta domanda era stata proposta dalla C. con ricorso al Tribunale del 1 agosto 2001, adducendosi: che il proprio coniuge B.P., affetto da insufficienza renale cronica trattata fin dal 1974 con dialisi, aveva contratto a causa di detta terapia dapprima l'epatite B e, quindi, una epatopatia cronica virale HVC, che ne aveva determinato il decesso il (OMISSIS); che il Ministero aveva respinto la domanda amministrativa diretta ad ottenere la corresponsione dell'indennizzo ai sensi della detta normativa.
 
p.3. Il Tribunale, sulla base della consulenza esperita, per quanto ancora interessa, aveva rigettato la domanda reputando che le patologie epatitiche contratte dal de cuius fossero state contratte verosimilmente per il tramite del trattamento dialitico, ma che il contagio avvenuto attraverso tale tipologia di trattamento non fosse riconducibile alla fattispecie legale giustificativa dell'indennizzo richiesto, relativa all'emotrasfusione.
 
p.4. La Corte territoriale, sulla base delle risultanze dell'espletamento di una nuova consulenza tecnica d'ufficio, ha ribaltato l'esito del giudizio considerando invece il contagio da emodialisi ricompreso nella suddetta fattispecie.
 
p.5. L'intimata non ha resistito al ricorso.
 
 
Motivi della decisione
 
p.1. Il Collegio, preliminarmente, rileva che, inerendo ad impugnazione di una sentenza resa dal giudice del lavoro e della previdenza ed assistenza, il ricorso avrebbe dovuto assegnarsi alla Sezione Lavoro di questa Corte. Tuttavia, la congiunta considerazione che una rimessione al Primo Presidente del ricorso perchè lo assegni a quella Sezione ritarderebbe, in conflitto con il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, l'esame del ricorso, nonchè dell'assoluta ininfluenza dell'assegnazione alla Sezione Lavoro ai fini del rito processuale da seguirsi in questa sede di legittimità, che non presenta scostamenti da quello da seguire dalle sezioni ordinarie soprattutto ai fini della decisione, induce a dar corso alla decisione.
 
p.2. Con il primo motivo di ricorso si deduce "violazione di legge in relazione all'art. 7, commi 1 e 2, lett. a), nonchè D.Lgs. 31 marzo 1998, n. 112, artt. 112 e 114; art. 360 c.p.c., n. 3".
 
Sulla premessa che si tratterebbe di questione formulabile per la prima volta in questa sede di legittimità, perchè si tratterebbe "di accertare non già l'effettiva titolarità del rapporto sostanziale per cui è causa (questione, questa, che attiene al merito e sarebbe ormai preclusa dalla mancata tempestiva proposizione nei precedenti gradi di giudizio) bensì di accertare - ai fini della verifica della ritualità dell'instaurazione del contraddittorio - l'astratta coincidenza fra le parti in causa (attore e convenuto) e coloro che secondo la legge regolatrice del rapporto controverso - sono destinatali della sentenza", vi si sostiene, con corredo di corrispondente quesito di diritto, che il Ministero non sarebbe stato legittimato passivo all'azione, perchè tale sarebbe stata la Regione Sardegna. Ciò, perchè in relazione ai giudizi, aventi ad oggetto istanze di riconoscimento dell'indennizzo di cui alla L. n. 210 del 1992, presentate in via amministrativa in data precedente il 1 gennaio 2001 ovvero il 21 febbraio 2001 e non ancora definite a quelle date, la legittimazione passiva alla successiva azione giudiziaria sarebbe stata delle Regioni.
 
p.2.1. L'assunto è fondato innanzitutto sull'allegazione che nella fattispecie si tratterebbe di "un caso in cui - come si evince dal ricorso introduttivo - l'istanza è stata infruttuosamente presentata dall'interessato in sede amministrativa in epoca anteriore al (OMISSIS) (data a decorrere dalla quale l'esercizio delle funzioni in materia transita alla regione), e non definita all'epoca del suddetto transito (pag. 2 del ricorso di primo grado, punti da 5 a 7)".
 
La sua illustrazione prosegue, poi, con una serie di argomentazioni, che si sforzano di dimostrare l'assunto ripercorrendo la vicenda normativa in materia, a partire dalla L. n. 59 del 1997, e dal D.Lgs. n. 112 del 1998, art. 114, nonchè dall'art. 7 di tale D.Lgs., e, quindi, evocando il D.P.C.M. 26 maggio 2000, quanto all'art. 3, comma 1, e art. 2, n. 4, l'Accordo Governo/Regioni dell'8 agosto 2001 ed in fine il D.P.C.M. 8 gennaio 2001.
 
p.2.2. Il Collegio osserva che la questione posta nel motivo è ammissibile, ancorchè prospettata per la prima volta in questa sede di legittimità.
 
Lo è sulla base del principio di diritto secondo cui "Il difetto di legittimazione attiva o passiva, da valutarsi in base allo schema normativo astratto al quale si riconduce il diritto fatto valere in giudizio, è questione che, pur risultando decisiva per l'esistenza della titolarità di tale diritto (e, dunque, afferendo in senso lato al merito), è rilevabile anche in sede di legittimità alla duplice condizione che non si sia formata sulla sua esistenza cosa giudicata interna (per essere stato il punto ad essa relativo oggetto di discussione e poi di decisione rimasta priva di impugnazione) e che la questione emerga sulla base dei fatti legittimamente prospettati davanti alla Corte di cassazione e, dunque, nel rispetto dei limiti entro i quali deve svolgersi l'attività deduttiva della parti negli atti introduttivi del giudizio di cassazione". (da ultimo così Cass. n. 23568 del 2011, dove si trova ampia analisi dello stato della giurisprudenza della Corte ed anche si rafforza l'argomentazione al lume di Cass. sez. un. n. 26019 del 2008, in punto di limiti del c.d. giudicato implicito dopo l'arresto di cui a Cass. Sez. Un. n. 24483 del 2008).
 
p.2.3. Il motivo è, tuttavia, inammissibile, perchè si fonda su un atto processuale, il ricorso introduttivo della lite, riguardo al quale non si fornisce l'indicazione specifica nei termini di cui alla consolidata giurisprudenza di questa Corte (inaugurata da Cass. (ord.) n. 22303 del 2008 e subito avallata da Cass. sez. un. n. 28547 del 2008 e di seguito da Cass. sez. un. n. 22726 del 2011 con specifico riferimento all'onere per gli atti processuali): infatti, pur indicando la parte del ricorso introduttivo della lite da cui risulterebbe quanto allegato, non assolve completamente a quanto richiesto dalla norma, in quanto non precisa se e dove sarebbe esaminabile l'atto di cui trattasi ed in particolare non dice se esso sia esaminabile, perchè prodotto, agli effetti dell'art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, nel fascicolo del ricorrente oppure se si sia inteso fare riferimento (come ammesso da Cass. sez. Un. n. 22726 cit.) alla sua presenza nel fascicolo d'ufficio del giudice d'appello (per il che si sarebbe dovuto fornire anche precisazione di dove in esso l'atto sarebbe stato rinvenibile, tenuto conto che esso sarebbe stato, in ipotesi, presente nel fascicolo d'ufficio di primo grado se acquisito dal giudice d'appello).
 
p.2.4. Il motivo sarebbe stato, comunque, ove lo si fosse potuto esaminare, privo di fondamento, al lume del principio di diritto, enunciato a composizione del contrasto anzitempo esistente in seno alla Sezione Lavoro della Corte, da Cass. sez. un. n. 23358 del 2011 nel senso che "In tema di controversie relative all'indennizzo previsto dalla L. 25 febbraio 1992, n. 210, in favore di soggetti che hanno riportato danni irreversibili a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, e da questi ultimi proposte per l'accertamento del diritto al beneficio, sussiste la legittimazione passiva del Ministero della salute, in quanto soggetto pubblico che, analogamente, decide in sede amministrativa pronunciandosi sul ricorso di chi chiede la prestazione assistenziale". Alle motivazioni di questa decisione, che si fa ampio carico delle argomentazioni su cui si fonda il motivo - redatto prima di essa - è sufficiente far rinvio.
 
p.3. Con il secondo motivo si deduce "violazione di legge in relazione alla L. n. 210 del 1992, art. 1, commi 1 e 2", in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3.
 
Il motivo è concluso dal un quesito di diritto che pone alla Corte la questione del se sia indennizzabile, ai sensi del combinato disposto dell'art. 1, primo e secondo comma della L. n. 210 del 1992, il danno da epatite irreversibile cagionato da trattamento dialitico.
 
p.3.1. Il motivo è infondato.
 
Vi si censura la sentenza impugnata perchè avrebbe erroneamente ritenuto compresa la fattispecie nell'ambito della tutela di cui alla L. n. 210 del 1992, art. 1, comma 3, sull'assunto che la previsione in esso contenuta, là dove dispone che "i benefici di cui alla presente legge spettano altresì a coloro che presentino danni irreversibili da epatiti postrasfusionali", ancorchè nella fattispecie, come sarebbe emerso dalla c.t.u. di appello, il contagio fosse derivato non da una trasfusione eterologa bensì dal reinserimento nel corpo del de cuius, come è tipico della pratica della emodialisi, del suo stesso sangue, che si sarebbe infettato per contatto con sangue eterologo nel c.d. "rene artificiale", prima della reimmissione.
 
In pratica si sostiene che la norma dell'art. 1, comma 3, sarebbe applicabile solo nel caso di contagio determinato da trasfusioni di sangue eterologo.
 
p.3.2. Ora, il Collegio non ignora che il motivo sarebbe fondato sulla base dell'unico precedente che risulta nella giurisprudenza di questa Corte e particolarmente della Sezione Lavoro, che, successivamente alla proposizione del ricorso, ha così statuito: "La L. n. 210 del 1992, art. 1, - che prevede l'erogazione di un indennizzo da parte dello Stato a favore di soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie o da trasfusioni di sangue - mira a tutelare il rischio che il donatore sia affetto da una infezione che venga trasmessa al donatario attraverso una trasfusione, nozione che, pertanto, non ricomprende la cosiddetta autotrasfusione ovvero la circolazione extracorporea del sangue, dovendosi escludere che il soggetto a cui venga iniettato il proprio sangue rischi di contrarre infezioni nuove rispetto a quelle di cui è portatore. Nè può ritenersi ammissibile una interpretazione analogica della normativa - che si fonda su specifici presupposti e consente l'attribuzione di benefici economici con onere per le pubbliche risorse - non potendosi invocare, in senso contrario, l'orientamento espresso dalla Conferenza Stato-Regioni, le cui linee guida non costituiscono fonte normativa idonea a modificare la legge formale. (Nella specie, relativa ad un caso di contagio HCV da parte di paziente emodializzato, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha pure rilevato che, ove si ipotizzasse che una patologia fosse stata cagionata in ragione dell'insufficiente "pulizia" della macchina per emodialisi dalle sostanze lasciate da altro paziente, la fonte del risarcimento andrebbe individuata nella responsabilità contrattuale che lega l'azienda ospedaliera al paziente e non nella L. n. 210 del 1992)" (Cass. n. 17975 del 2008).
 
Tale principio di diritto è stato affermato dalla Sezione Lavoro sulla base della seguente motivazione: "La L. n. 210 del 1992, prevede la corresponsione di indennizzi a favore di soggetti danneggiati da vaccinazioni obbligatorie o da trasfusioni di sangue.
 
Per trasfusione deve intendersi il passaggio di sangue da una ad altra persona, o direttamente o previa raccolta e conservazione del sangue e somministrazione dello stesso o di un suo derivato ad un utilizzatore. Non rientra nel concetto di trasfusione il prelevamento del sangue da un soggetto e l'iniezione dello stesso sangue nella stessa persona (autotrasfusione ovvero circolazione extracorporea).
 
In questo caso, manca a tacer d'altro il rischio che la legge ha inteso tutelare, vale a dire il rischio che il donatore sia affetto da una infezione la quale viene trasmessa al donatario. Un soggetto che riceve il suo sangue non può essere soggetto a rischio di contrarre nuove infezioni rispetto a quelle di cui è portatore. Ove si ipotizzi che la macchina destinata a ripulire il sangue dell'emodializzato sia sporca per altre sostanze lasciate da altro paziente, la fonte del risarcimento del danno non sarà la L. n. 210 del 1992, ma la responsabilità contrattuale per danni che lega l'azienda ospedaliera al paziente.
 
9. L'accoglimento della domanda attrice comporta una estensione della legge, secondo il tenore delle parole adoperate dal legislatore, oltre il contenuto della stessa e quindi una interpretazione analogica, che è inammissibile in quanto trattasi di normativa che attribuisce benefici a valere su risorse pubbliche e sulla base di determinati presupposti.
 
10. Le linee guida eventualmente approvate dalla conferenza Stato- Regioni non costituiscono fonte normativa atta a modificare la legge formale e pertanto di esse non può tenersi conto per estendere la portata della legge oltre il suo tenore letterale e ideologico.
 
Trattasi di linee da utilizzare de iure condendo onde venire incontro ad aspettative, peraltro comprensibili, degli emodializzati.
 
11. Il ricorso, per i suesposti motivi, deve essere rigettato".
 
Questo Collegio, peraltro, senza necessità di prendere posizione sulla condivisibilità dell'orientamento interpretativo espresso dalla Sezione Lavoro (che, per la verità, sarebbe stata più che dubbia, atteso che esso omise di considerare le conseguenze sull'esegesi del comma 3, dell'art. 1, della pronuncia di cui a Corte Costituzionale n. 476 del 2002, che aveva dichiarato "l'illegittimità costituzionale della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 1, comma 3, (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati), nella parte in cui non prevede che i benefici previsti dalla legge stessa spettino anche agli operatori sanitari che, in occasione del servizio e durante il medesimo, abbiano riportato danni permanenti alla integrità psico-fisica conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da epatiti", e la lettura delle cui motivazioni avrebbe dovuto suggerire una diversa esegesi della norma o altrimenti di prospettare questione di costituzionalità della stessa), ritiene, però, esso sia stato superato proprio da sopravvenienze normative verificatesi successivamente alla pronuncia le 2008 per effetto di pronunce di incostituzionalità di natura additiva della Corte Costituzionale, le quali hanno fatto assumere alla norma della L. n. 201 del 1992, art. 1, comma 3, un significato che ora, letto alla luce delle addizioni, consente all'interprete di pervenire ad una soluzione opposta a quella della Sezione Lavoro e ciò anche mantenendo la struttura motivazionale che Essa usò nell'affrontare il problema esegetico in allora.
 
La circostanza che alla diversa interpretazione si pervenga ora sulla base delle sopravvenienze normative che si verranno esponendo esclude, d'altro canto, l'opportunità di una rimessione alle Sezioni Unite, dato che non ci pone in contrasto con il suddetto precedente, ma in continuità con esso.
 
p.3.3. Ciò premesso si osserva che Corte Costituzionale n. 28 del 2009 ha dichiarato "l'illegittimità costituzionale della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 1, comma 3, (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni), nella parte in cui non prevede che i benefici riconosciuti dalla legge citata spettino anche ai soggetti che presentino danni irreversibili derivanti da epatite contratta a seguito di somministrazione di derivati del sangue".
 
Il Giudice delle Leggi, per pervenire alla declaratoria di illegittimità, della quale era investito sotto il riflesso che l'art. 1, comma 3, contrastava "con l'art. 3 Cost., per l'irragionevole disparità di trattamento che essa determina tra i soggetti che abbiano contratto l'epatite a seguito di somministrazione di emoderivati, ai quali non è riconosciuto alcun indennizzo, e coloro che abbiano contratto l'infezione da HIV per la medesima ragione, ai quali la legge, invece, accorda il beneficio" nonchè per "la violazione degli artt. 2, 32 e 38 Cost., dal momento che non vi sarebbero ragioni per cui la tutela della salute e l'assistenza sociale correlata siano escluse per i soggetti che subiscano danni irreversibili derivanti da epatiti contratte a seguito di somministrazione di derivati del sangue", ha osservato quanto segue:
 
"2. - La questione è fondata. La L. n. 210 del 1992, art. 1, commi 2 e 3, riconosce una misura di sostegno economico in favore dei soggetti che abbiano subito danni a seguito di taluni interventi terapeutici. In particolare, è previsto un indennizzo in favore di coloro che siano stati contagiati da infezioni da HIV a seguito di somministrazione di sangue e suoi derivati, nonchè in favore degli operatori sanitari che a causa del contatto con sangue e derivati siano stati contagiati dalla medesima infezione. La L. n. 210 citata, art. 1, comma 3, riconosce, altresì, l'indennizzo in favore di coloro che abbiano subito danni irreversibili da epatite contratta a seguito di trasfusione. Con la sentenza n. 476 del 2002 questa Corte ha riconosciuto analogo beneficio anche in favore degli operatori sanitari che in occasione del servizio e durante il medesimo abbiano riportato danni permanenti conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da epatite. Dunque, dalla disciplina complessiva del 1992 emerge che, mentre l'indennizzo è sempre riconosciuto nel caso di soggetti che abbiano contratto infezioni da HIV, siano esse derivate dalla somministrazione di sangue ovvero di emoderivati, ai soggetti che abbiano contratto l'epatite il beneficio è concesso solo nel caso in cui la malattia sia conseguita a trasfusione, ovvero, se si tratta di operatori sanitari, nelle ipotesi di contatto con il sangue o suoi derivati. Resta priva di tutela, invece, l'ipotesi, oggetto del giudizio a quo, in cui l'infezione da epatite sia conseguita alla somministrazione di emoderivati. Dunque, con riguardo a tale caso, si interrompe il parallelismo con la disciplina prevista a favore dei soggetti affetti da infezione da HIV (sentenza n. 476 del 2002). Come già riconosciuto da questa Corte, il beneficio previsto della L. n. 210 del 1992, art. 1, commi 2 e 3, consiste in una misura di sostegno economico fondata sulla solidarietà collettiva garantita ai cittadini, alla stregua degli artt. 2 e 38 Cost., a fronte di eventi generanti una situazione di bisogno (sentenze n. 342 del 2006, n. 226 del 2000 e n. 118 del 1996). Esso trova il proprio fondamento nella insufficienza dei controlli sanitari fino ad allora predisposti in questo specifico settore (sentenza n. 476 del 2002), e come tale si impone anche a favore di coloro che, allo stato dell'attuale legislazione, ne siano irragionevolmente esclusi, nonostante che ricorra la medesima ratio ora indicata. Il mancato riconoscimento dell'indennizzo a favore di coloro che abbiano contratto l'epatite a seguito di somministrazione di emoderivati non trova alcuna ragionevole giustificazione, dal momento che, del tutto immotivatamente, tale fattispecie resta priva di tutela".
 
Ebbene, la pronuncia di incostituzionalità n. 28 del 2009 ha ormai fatto assumere alla norma della L. n. 210 del 1992, art., comma 3, un contenuto che, ammettendo la spettanza del beneficio nel caso di contagio da emoderivati e, quindi, con riguardo ad una fattispecie che prescinde dal concetto stesso di "trasfusione", rende pienamente possibile come interpretazione costituzionalmente orientata ed anzi doverosa sul piano costituzionale, senza bisogno di sollevare una nuova ennesima questione di costituzionalità (tenuto conto che sovente la Consulta sanziona con l'inammissibilità ordinanze di rimessione di questioni incidentali che non praticano l'interpretazione costituzionalmente orientata, se possibile), un'esegesi della norma nel senso di comprendere una fattispecie di contagio da emodialisi, che si presenta con elementi di molto maggiore contiguità rispetto a quella originaria della norma, prima della declaratoria di incostituzionalità e che anzi quella contiguità presentava già con riferimento alla fattispecie introdotta in via additiva da Corte cost. n. 476 del 2002.
 
Si aggiunga che indurrebbe allo stessa conclusione l'ulteriore intervento, sia pure mirato sull'art. 1, comma 1, di cui la Corte costituzionale n. 107 del 2012, che nel dichiarare "l'illegittimità costituzionale della L. 25 febbraio 1992, n. 210, art. 1, comma 1, (Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati), nella parte in cui non prevede il diritto ad un indennizzo, alle condizioni e nei modi stabiliti dalla medesima legge, nei confronti di coloro i quali abbiano subito le conseguenze previste dallo stesso art. 1, comma 1, a seguito di vaccinazione contro il morbillo, la parotite e la rosolia", ha ulteriormente evidenziato che l'impianto generale della L. n. 210 del 1992, alla luce dev'essere letto alla luce dei principi costituzionali e, dunque, in modo da assegnare alle fattispecie astratte il massimo significato possibile.
 
In base alle considerazioni svolte, il motivo risulta allora infondato sulla base del seguente principio di diritto: "La L. n. 210 del 1992, art. 1, comma 3, a seguito della declaratoria di incostituzionalità di cui alla sentenza additiva della Corte Costituzionale n. 28 del 2009, dev'essere interpretato, alla luce del complessivo significato che la norma ha assunto, anche per effetto della combinazione della nuova additiva con la precedente di cui a Corte Costituzionale n. 476 del 2002, ed alla stregua del criterio di esegesi che impone di intendere le norme in modo conforme a Costituzione, nel senso che il rischio per cui prevede l'indennizzo comprende anche l'ipotesi in cui il contagio sia derivato dalla contaminazione del sangue proprio del contagiato durante un'operazione di emodialisi, a causa di una insufficiente pulizia della macchina per emodialisi dalle sostanze ematiche lasciate da altro paziente, con la conseguenza che al contagiato compete l'indennizzo di cui alla norma".
 
p.4. Il ricorso è conclusivamente rigettato.
 
p.5. Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.
 
P.Q.M.
 
La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.
 
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Terza Civile, il 25 febbraio 2013.
Depositato in Cancelleria il 16 aprile 2013
23.04.2013 Cassazione Penale – (la stima e l’apprezzamento del “luminare” possono agevolare la concussione)
Nel giudizio di appello a carico di un sanitario responsabile di unità operativa in relazione a richieste di denaro rivolte ai pazienti affinché eseguisse egli stesso, personalmente, l’indilazionabile intervento chirurgico, si è osservato che il comportamento assume una valenza di intimidazione anche in collegamento alla riconosciuta stima ed apprezzamento provenienti dall’utenza.
 
Trattandosi di interventi al cuore il più delle volte molto delicati, i pazienti preferivano infatti per ovvi motivi che fosse proprio l’imputato ad operarli. Ecco perchè la richiesta di denaro, accompagnata dalla promessa di esecuzione personale della terapia, assumeva una forza di intimidazione notevole specialmente in considerazione della posizione subalterna dei malati, i quali avrebbero dovuto subire un rischioso trattamento. Rifiutare il pagamento della somma significava in definitiva dover rinunciare alla bravura e all'esperienza del medico e a tentare quindi la sorte affidandosi ai sanitari di turno.
La conclusione dei giudici di merito è stata quindi nel senso che molti pazienti, per sottrarsi al pericolo di essere affidati a sanitari non conosciuti, avevano ceduto alle richieste di denaro in uno stato di vera e propria costrizione rilevante ai fini della configurazione del reato di concussione.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
 
Cassazione Penale – Sez. VI; Sent. n. 11793 del 11.02.2013
omissis
 
RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO
A.M. ricorre, a mezzo del suo difensore, avverso la sentenza 15 dicembre 2011 della Corte di appello di Catania, che, in riforma della sentenza del Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale di Catania 6 novembre 2009, qualificato il reato di cui al capo C) della rubrica come violazione dell'art. 340 c.p., ha revocato la condanna al pagamento in favore della parte civile della provvisionale di Euro 100 mila e condannato l'appellante al pagamento delle spese processuali; confermando nel resto; ha altresì condannato l'imputato a rimborsare alla parte civile costituita Azienda Ospedaliera X. " le spese del giudizio di secondo grado che ha liquidato in complessivi Euro 2500,00 oltre spese generali, iva e cpa..
 
1.0) la contestazione del capo C, la motivazione della sentenza impugnata e le ragioni della decisione di questa Corte di legittimità.
L'addebito del capo "C", violazione dell'art. 340 cod. pen. (originariamente contestato come violazione dell'art. 331 cod. pen.: interruzione di un servizio pubblico o di pubblica necessità), trae origine dalla sospensione dell'attività chirurgica in una delle due sale operatorie del X. , disposta dall'imputato - direttore dell'unità operativa di cardiochirurgia - con nota del 1 febbraio 2005, sulla base della segnalazione giunta dal capo tecnico della divisione X.  con la quale quest'ultimo, a seguito dell'interruzione del servizio di assistenza, declinava ogni responsabilità che potesse derivare dall'uso ulteriore di tale macchina.
Il Giudice di primo grado (e la corte distrettuale ha ribadito il fatto riqualificandolo), ha affermato la responsabilità dell' A., assumendo che la cessata interruzione del rapporto con la ditta che curava l'assistenza della macchina non comportava un aumento del rischio per il malfunzionamento, ma solo eventuali aggravi economici nel caso di problemi di natura manutentiva, problemi non di competenza dell' A..
1.1) i motivi di impugnazione e le ragioni della decisione di questa Corte sul capo C. Con un primo motivo di impugnazione viene dedotta illogicità e mancanza di motivazione con riferimento al solo capo C, qualificato come interruzione di pubblico servizio.
In particolare si lamenta: 1) che sia mancata la prova di una compromissione tale da alterare significativamente le prestazioni dovute e gli effettivi disagi per i pazienti (nella specie: V.D. e F.S.); 2) che non si sia valorizzata la nota del tecnico T. che "declinava ogni responsabilità dall'uso ulteriore della macchina": attestazione questa che obbligava l'imputato ad astenersi dall'utilizzare la sala operatoria per l'ipotizzato malfunzionamento della macchina.
Il motivo non ha fondamento.
La corte distrettuale, ribadendo le argomentazioni del primo giudice, ha concluso nel senso che l'imputato aveva dolosamente interrotto il funzionamento della sala operatoria per 16 giorni consecutivi, dal 1 al 16 febbraio 2005, interruzione da ritenersi per più profili arbitraria ed ingiustificata, in quanto:
a) il contratto di manutenzione non era affatto scaduto;
b) anche lo fosse stato, il professor A. non sarebbe stato ugualmente giustificato a chiudere la sala operatoria, perchè il macchinario cuore-polmone era all'epoca efficiente e perfettamente funzionante, considerato anche che lo strumento era stato oggetto di un intervento di manutenzione pochi giorni prima della sospensione dell'attività chirurgica;
c) in ogni caso la scadenza del contratto di manutenzione avrebbe comportato soltanto un maggiore aggravio di spese a carico dell'azienda sanitaria, ove si fossero verificati malfunzionamenti e nessuna conseguenza sarebbe derivata all'attività dell' A., il quale disponeva di un macchinario perfettamente funzionante.
d) la condotta dell'imputato aveva così determinato l'illegittimo rifiuto di ricovero del paziente V.D. e della paziente F.S..
La gravata sentenza ha correttamente inquadrato tale condotta nella norma di cui all'articolo 340 c.p. in quanto il professor A. aveva interrotto per più di due settimane un servizio di pubblica necessità, senza alcuna giustificazione, pur essendo consapevole della sua delicatezza e della sua evidente importanza: un servizio da cui dipendeva la vita dei pazienti come dimostrato dai casi relativi al "cuore" dirottato verso le strutture ospedaliere di X.  e da quello del rifiuto del ricovero della paziente affetta da aneurisma all'aorta.
Per tale tipologia di illecito risulta peraltro maturato il termine massimo di prescrizione in data 1 novembre 2012.
Tanto premesso, avuto riguardo alla regola per cui la formula di proscioglimento nel merito prevale sulla dichiarazione di improcedibilità per prescrizione del reato soltanto nel caso in cui sia rilevabile, con una mera attività ricognitiva, l'assoluta assenza della prova di colpevolezza o, per contro, la prova positiva dell'innocenza dell'imputato (Cass. pen. sez. Unite 35490/2009, Tettamanti) va ora verificato se tale ultima evenienza sia agevolmente rilevabile nella fattispecie.
Il giudizio non può che essere negativo, attesa la narrativa in fatto e le corrispondenti argomentazioni in diritto, ineccepibilmente formulate nella gravata sentenza e dianzi riprese, tali comunque da impedire la favorevole conclusione di cui al capoverso dell'art. 129 cod. proc. pen..
La sentenza della Corte di appello va quindi annullata senza rinvio limitatamente al reato di cui all'art. 340 cod. pen., perchè estinto per prescrizione.
 
2.1) Le concussioni e le tentate concussioni.
Tutte le condotte illecite addebitate al prof. A., già definitivamente condannato per sostanziali identici comportamenti (Cass. pen. Sez. 6, 17234/2010 - rigetta in parte, App. Catania, 10 febbraio 2009 irrevocabile il 22 aprile 2010), hanno come unico comune denominatore la dazione o la promessa di denaro, ottenuta al fine di ottenere, da parte del detto autorevole specialista, la personale esecuzione dell'indilazionabile intervento chirurgico.
Va peraltro precisato, avuto riguardo alla recente novella di cui alla L. n. 190 del 2012, che nelle condotte di cui ai capi "D", "E" ed "F" è contestata "la costrizione o comunque l'induzione", mentre nei capi, concernenti la concussione tentata, e cioè nei capi sub "G" ed "H" l'espressione utilizzata ed oggetto di addebito è soltanto la "costrizione".
 
2.2) la motivazione della Corte di appello sulle concussioni.
Per la Corte di appello l'abuso delle proprie funzioni, alla luce delle chiare deposizioni di numerosissimi testi, appare assolutamente evidente essendo esso consistito nel chiedere una somma di denaro in contanti per operare personalmente i pazienti: la forza di intimidazione derivava dal fatto che lo stesso professor A. godeva di una incondizionata stima ed apprezzamento da parte dell'utenza dell'azienda ospedaliera.
Sostiene la gravata sentenza che, trattandosi di interventi il più delle volte molto delicati al cuore, tutti i pazienti preferivano per ovvi motivi che fosse l'odierno imputato ad operarli. Anche perchè il professor A. aveva acquisito negli anni una esperienza invidiabile nè va taciuto il fatto che sia stato il primo a procedere ad un trapianto di cuore in questa città. Ecco perchè la richiesta di denaro, accompagnata dalla promessa di operare personalmente, assumeva una forza di intimidazione notevole specie se si considera la posizione subalterna dei pazienti, i quali avrebbero dovuto subire un rischioso intervento al cuore. Rifiutare il pagamento della somma significava in definitiva dover rinunciare alla bravura ed all'esperienza del professor A. ed a tentare quindi la sorte affidandosi al medico di turno.
La conclusione dei giudici di merito è stata quindi nel senso che molti pazienti, per sottrarsi al pericolo di essere affidati a mani inesperte, avevano ceduto alle richieste di denaro specie se queste erano precedute da considerazioni molto preoccupanti in ordine alla salute dei pazienti da operare, ritenuti in gravissime condizioni di salute. Le pretese del professor A. erano peraltro temperate da frasi rassicuranti e quindi persuasive aventi ad oggetto la destinazione ad opere di beneficenza della somma incassata. Non solo.
Il professor A. aveva avuto anche l'ardire di spiegare ai suoi interlocutori che le sue richieste economiche erano di gran lunga inferiori al costo di un intervento intramoenia che si aggirava intorno ai Euro 12.000,00.
Da tali circostanze la Corte di appello ha desunto lo stato di soggezione dei pazienti rispetto alla posizione di preminenza del P.U. il quale, consapevole della sua fama, aveva come unico fine quello di monetizzare la sua indubbia perizia ed esperienza chiedendo un compenso illecito per garantire la sua presenza all'intervento chirurgico.
 
2.3) i motivi di impugnazione sulle concussioni e le ragioni della decisione di questa Corte.
Con un secondo motivo la difesa del prof. A. lamenta violazione di legge e vizio di motivazione, per illogicità e mancanza, sulle fattispecie di concussione, considerato che l'imputato avrebbe richiesto i pagamenti contestatigli per l'esecuzione di interventi chirurgici oltre l'orario, cui era contrattualmente tenuto, e che la soluzione argomentativa scelta dalla Corte di appello risulterebbe "decettiva" e cioè fallace ed ingannevole, in relazione al protocollo di intesa tra Regione Sicilia e Università di Catania 18 novembre 2003.
Nella specie si sostiene: a) la mancanza di una più approfondita verifica, per accertare se quella offerta alle parti offese fosse per legge dovuta perchè compresa nel "debito ospedaliere delle 19 ore settimanali" oppure fosse oltre tali tempi stabiliti dall'ordinamento, e, con essa, l'omissione della sussistenza della soggettività richiesta dal delitto in questione; b) la diversa realtà che il prof. A. rappresentò l'intervento "intra moenia" come unica condizione per garantire la sua personale qualità di operatore, con costi aggiuntivi rispetto a quelli proposti, ma mai subordinò la dazione di denaro alla prospettazione di un pericolo, nel caso in cui non si fosse accondiscesi alle sue pretese, essendosi nella specie trattato di un rapporto paritetico chirurgo persona offesa; c) il condizionamento esercitato dal parallelo procedimento a carico del ricorrente e dalla relativa definitiva decisione di condanna a titolo di concussione; d) l'ipotizzabilità della diversa previsione delittuosa della truffa, mancando un nesso causale tra la pretesa del ricorrente e il danno delle vittime.
Tali critiche non possono essere accolte, sia per la loro infondatezza, sia per la loro palese inammissibilità.
Invero: sulle coordinate temporali degli interventi, vi è ragionevole risposta da parte dei giudici di merito, in questa sede non sindacabile.
Sulla pretesa "pariteticità del rapporto" inoltre, la censura formulata è viziata da genericità, in quanto non si confronta affatto con le chiare ed ineccepibili argomentazioni della Corte di appello sul punto.
Il ricorso inoltre sembra non voler considerare, la massima di comune esperienza, conseguente ad un'usuale lettura della realtà, che, nei contesti in cui la richiesta veniva formulata dal "luminare", nella sua qualità di Direttore dell'unità operativa di cardiochirurgia (...paziente in condizioni di tale gravità da esigere un indilazionabile intervento chirurgico ... con prospettazione di imminente pericolo di vita), lo spazio di libertà in capo ai "parenti", destinatari della proposta, era di tale modesta ampiezza e spessore da escludere, in radice, ogni e qualsiasi corrispondente condizione psicologica, equiparabile alla "induzione", versandosi invece in una realtà suscettibile di definizione sotto la specie della "costrizione", rilevante ex art. 317 cod. pen. anche nella nuova formulazione normativa.
Conclusione questa che, non solo rende irrilevante "quoad poenam" la novella 190/2012, ma esclude pure l'ipotizzabilità del delitto di truffa.
Quanto al lamentato "condizionamento", esercitato dalla precedente condanna, trattasi di critica non consentita nel nostro sistema in quanto non concerne "i motivi della decisione espressi nella sentenza" e censurabili ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e), ma tende ad aggredire "i motivi personali del decidente": in altre parole, il pregiudizio di colpevolezza nella psiche del giudice, derivato dalla conoscenza della precedente condanna dell'imputato, condanna peraltro correttamente valorizzabile (e nella specie opportunamente valorizzata dai giudici di merito) in quanto segnale indiscutibile della personalità del reo e della sua vita anteatta (art. 133 cod. pen., comma 2, n. 2).
Con un terzo motivo si prospetta violazione di legge e vizio di motivazione per l'omesso riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, tra l'altro fondato dai giudici di merito sulla precedente condanna irrevocabile (Corte di Cassazione sentenza 17234/2010) per analoghi reati.
La doglianza, al limite dell'inammissibilità, è inaccoglibile.
La sussistenza di attenuanti generiche è infatti oggetto di un giudizio di fatto, e può essere esclusa dal Giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, per cui la motivazione, purchè congrua e non contraddittoria - come nella specie - non può essere sindacata in Cassazione neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell'interesse dell'imputato (Cass. Penale sez. 4^, 12915/2006 Billeci) e tenuto conto che, nella specie, non è stata valorizzata una semplice precedente pronuncia di responsabilità, ma una puntuale recente decisione che ha sanzionato irrevocabilmente identiche condotte lesive dei medesimi beni giuridici, oggi nuovamente reiterate.
Il ricorso pertanto, quanto alle concussioni ed alla sanzione inflitta, risulta infondato, valutata la conformità del provvedimento alle norme stabilite, nonchè apprezzata la tenuta logica e coerenza strutturale della giustificazione che è stata formulata.
Per concludere, la gravata sentenza va annullata senza rinvio, limitatamente al reato di cui all'art. 340 cod. pen., perchè estinto per prescrizione, con eliminazione della corrispondente pena finale di mesi 2 di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso con condanna del ricorrente a rifondere alla parte civile, Azienda ospedaliera universitaria policlinico X. , le spese sostenute in questo grado e liquidate in Euro 4.500.00 oltre i.v.a. e c.p.a..
 
P.Q.M.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di cui all'art. 340 cod. pen. perchè estinto per prescrizione ed elimina la corrispondente pena di mesi 2 di reclusione. Rigetta nel resto il ricorso. Condanna il ricorrente a rifondere alla parte civile Azienda ospedaliera universitaria policlinico X. , le spese sostenute in questo grado e liquidate in Euro 4.500.00 oltre i.v.a. e c.p.a..
Così deciso in Roma, il 11 febbraio 2013.
Depositato in Cancelleria il 12 marzo 2013
 
24.04.2013 Cassazione Civile - (la mancanza del consenso informato non rende nullo il contratto tra il medico e il paziente)
Il fatto
Il consenso informato non attiene alla validità del contratto d'opera professionale e, in particolare, alla diagnosi della situazione del paziente ed alla scelta della terapia, ma al trattamento sanitario necessario per l'attuazione della stessa.
L’inosservanza dell’ obbligo di ottenere il consenso, trova la sua sola sanzione in una responsabilità contrattuale del sanitario anche nel caso in cui, a prescindere da una sua colpa professionale, il trattamento da praticato abbia comportato un aggravamento delle condizioni di salute, il cui rischio il paziente non era stato messo in condizione di valutare.
La Corte di Cassazione ha enunciato il principio a seguito di una azione giudiziaria intrapresa da un odontoiatra per ottenere il pagamento delle proprie competenze.
La paziente ingiunta a sua difesa aveva opposto che la mancanza del consenso informato determinava in ogni caso la nullità del contratto con conseguente infondatezza della pretesa avanzata nei suoi confronti.
 
Esito del giudizio
la Suprema Corte ha rigettato il ricorso proposto dalla paziente.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net
 
Cassazione Civile – Sez. II; Sent. n. 8527 del 08.04.2013
omissis
 
Svolgimento del processo
 
C.S., con atto notificato il 22.2.2011, ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza n. 178/10 depos.30.10.2010, con la quale, il Tribunale di Ragusa, sede distaccata di Vittoria, pronunciando sull'appello proposto da G. B. avverso la sentenza emessa dal G.d.P. di Vittoria, accoglieva in parte l'impugnazione, rigettando l'opposizione proposta dalla stessa C. avverso il decreto ing. n. 52/2005 emesso dallo stesso Gd.P su ricorso del nominato dott. B. per la somma di Euro 1374,37 che si assumeva dovuta per prestazioni odontoiatriche rese in favore della ricorrente. Quest'ultima aveva giustificata la propria opposizione al provvedimento monitorio in esame, sostenendo che nessun incarico professionale era stato affidato al medesimo, atteso che essa C. si era recata presso il suo studio odontoiatrico, per una visita di controllo a causa di un'algia alle arcate dentarie inferiori ed in quella sede il dott. B. si era limitato a limare alcuni denti ed a rilevare il calco dell'arcata dentaria, prospettandole la necessità di più interventi operatori per un costo preventivato in Euro 4550,00.
Il giudice di primo grado, sulla base delle dichiarazioni dei due testi escussi, aveva ritenuta fondata l'opposizione al provvedimento monitorio nel senso che mancava la prova del rapporto professionale in questione, mentre il giudice d'appello, diversamente valutando le stesse emergenze istruttorie, giungeva all'opposta conclusione che era stata allegata la prova del credito azionato, sia nell'an che in punto quantum, richiamandosi a tal fine all'art. 2233 c.c..
Il ricorso per cassazione, notificato in data 22.3.2011, si fonda su 2 mezzi; l'intimato non ha svolto difese.
 
Motivi della decisione
 
1 - Con il primo motivo del ricorso, l'esponente eccepisce la violazione dell'art. 2229 e dell'art. 1418 c.c., deducendo che, la mancanza di consenso informato da parte dell'odontoiatra, aveva comportato la nullità del contratto d'opera professionale.
Il motivo è inammissibile per la novità della questione, in quanto nel giudizio di cui trattasi le parti contrastavano unicamente sul conferimento al dentista dell'ulteriore incarico di realizzare una protesi dentaria, essendo pacifico che la paziente era ricorsa al medico " perchè doveva mettere un dente" o perchè aveva un'algia ad un'arcata dentaria. Ma a prescindere da ciò, va comunque osservato che il consenso informato non attiene alla validità del contratto d'opera professionale e, in particolare alla diagnosi della situazione del paziente ed alla scelta della terapia, ma al trattamento sanitario necessario per l'attuazione della stessa;
l'inosservanza del menzionato obbligo di ottenere il consenso informato, trova la sua sola sanzione in una responsabilità (contrattuale) del sanitario anche nel caso in cui, a prescindere da una sua colpa professionale, il trattamento da lui praticato abbia comportato un aggravamento delle condizioni di salute, il cui rischio il paziente non era stato messo in condizione di valutare; il difetto di consenso informato avrebbe potuto eventualmente giustificare una domanda risarcitoria per l'avvenuta irreversibile limatura dei denti della cui necessità per l'applicazione dell'ipotesi non era stata informata.
Con il 2^ motivo (violazione artt. 2697 e 2712 c.c; artt. 116 e 116 c.p.c.) la ricorrente deduce inattendibilità della prova testimoniale circa il conferimento dell'incarico professionale e la necessità della prova scritta dell'incarico conferito al dentista di applicare la protesi dentaria, ai sensi dell'art. 2721 c.c..
Il motivo è inammissibile nella seconda parte, in quanto costituisce questione nuova nel giudizio, quella riguardante la necessità della prova scritta del contratto e, in ogni caso, la ricorrente non deduce di avere sollevato tempestivamente l'eccezione in sede di assunzione o nella prima difesa successiva.
Il motivo è infondato nella prima parte in quanto la sentenza ha affermato che dalla deposizione testimoniale emergeva la prova della commissione al dentista della protesi dentaria e non risultano violati i principi della disponibilità (art. 115 c.p.c.) e valutazione (art. 116 c.p.c.) delle prove secondo il prudente apprezzamento del giudice, salvo che la legge non disponga altrimenti; la sostanziale censura della valutazione dei mezzi di prova attinge un apprezzamento del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità perchè adeguatamente e logicamente motivata.
Il ricorso dev'essere dunque rigettato. Nulla per le spese.
 
P.Q.M.
 
la Corte rigetta il ricorso.
Così deciso in Roma, il 28 febbraio 2013.
Depositato in Cancelleria il 8 aprile 2013
 
30.04.2013 Corte di Cassazione - Penale (Errore diagnostico: il campo di specializzazione è irrilevante)
Il fatto
Con sentenza di primo grado uno pneumologo è stato condannato per l’omicidio colposo di un paziente, avendo formulato una diagnosi senza acquisire integralmente gli esiti degli esami da lui stesso prescritti, e già disponibili al momento della visita. Ciò non gli ha consentito di rilevare la grave patologia cardiaca in atto, determinando il successivo decesso conseguente a rottura dell'aorta ascendente in soggetto con aneurisma dissecante dell'aorta di tipo A.
A seguito di processo d’appello, il giudice del secondo grado di giudizio ha assolto il medico per non avere commesso il fatto, ritenendolo esente da colpa in quanto esonerato dalla verifica di patologie a carico dell'apparato cardiocircolatorio, in presenza di altro specialista che aveva già esaminato il paziente.
 
Profili giuridici
La Corte di Cassazione ha chiarito che tutte le attività poste in essere da diversi medici convergono verso il fine comune della cura del paziente e che ogni sanitario non può esimersi dal conoscere e valutare l'attività svolta da un altro professionista.
Nel caso di specie emergono profili di imperizia e di negligenza, avendo lo pneumologo formulato una diagnosi - rivelatasi errata - senza attendere e visionare gli esiti degli esami cardiologici, in palese violazione del dovere che grava sul singolo esercente la professione sanitaria, rispetto alla effettuazione della valutazione diagnostica. Infatti, in tema di colpa professionale medica, l'errore diagnostico si configura non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca ad inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza o si addivenga ad un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli ed accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi.  [Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
 
omissis
 
Ritenuto in fatto
1. Il Tribunale di Catanzaro, con sentenza in data 23.11.2009 dichiarava C.A. colpevole del delitto di omicidio colposo e lo condannava alla pena di mesi quattro di reclusione oltre al risarcimento dei danni in favore delle costituite parti civili. All'imputato si contesta di aver provocato, nella qualità di medico specialista in pneumatologia in servizio presso l'Ospedale Pugliese Ciaccio di X. , il decesso del paziente F.G. , decesso conseguente a rottura dell'aorta ascendente in soggetto con aneurisma dissecante dell'aorta di tipo A. Riferisce il giudicante che nel mese di X.  F.G. , di anni 29, aveva lamentato lancinanti dolori al petto, associati a tosse persistente e che il medico curante del giovane aveva ritenuto erroneamente che la descritta sintomatologia fosse riferibile ad uno sforzo fisico praticato dal F. nell'esecuzione di lavori manuali. Stante la persistenza dei sintomi, dopo quattro giorni dalla prima visita, il medico curante prescriveva al F. due visite specialistiche: una cardiologica ed una pneumologica. In data X.  F. veniva visitato dal dott. C. , presso l'Ospedale di X. ; il predetto specialista prescriveva una radiografia toracica, mentre non prescriveva alcuna visita cardiologica, atteso che già il medico curante aveva effettuato tale richiesta. In pari data, F. si sottoponeva a visita specialista cardiologica; ed il cardiologo prescriveva l'effettuazione di una radiografia toracica e di un elettrocardiogramma. In data X.  F. tornava dal dott. C. ed il medico diagnosticava una faringo tracheite. Tanto premesso in punto di fatto, il giudice di primo grado riteneva che la sintomatologia presentata dal F. e gli esiti degli esami acquisiti dallo specialista pneumologo, avrebbero dovuto fare sospettare l'esistenza di una più grave patologia ed imporre l'effettuazione di altri esami, quali l'ecocardiogramma. Il Tribunale osservava, in particolare, che l'ingrandimento dell'ombra cardiaca, evenienza percepibile anche dalla radiografia non visionata dal C. , fosse da riferire alla dissecazione della aorta. Riteneva, pertanto, il C. responsabile della morte del paziente verificatasi il successivo X.  ; ciò in quanto il medico aveva azzardato una diagnosi senza avere acquisito integralmente gli esiti degli esami prescritti, che pure erano già disponibili alla data del X. ; non si era accorto della grave patologia in atto e, non intervenendo adeguatamente, non aveva evitato conseguenze letali, prevedibili ed evitabili.
2. La Corte di Appello di Catanzaro, con sentenza in data 22 febbraio 2012, in riforma della sentenza di primo grado, assolveva l'imputato dal reato ascrittogli, per non avere commesso il fatto.
La Corte territoriale riferiva che gli esiti dell'esame autoptico avevano consentito di stabilire che la morte del giovane era dipesa da tamponamento cardiaco conseguente a rottura dell'aorta; che i consulenti che avevano effettuato l'autopsia avevano evidenziato che il decesso era addebitabile alla condotta colposa dell'odierno imputato, il quale non aveva correttamente valutato gli esiti degli accertamenti disposti ed effettuati e non aveva accertato il procedimento patologico in atto, che a distanza di due giorni avrebbe provocato la morte del paziente; e che i consulenti avevano pure sottolineato che una corretta diagnosi avrebbe consentito di intervenire tempestivamente e di evitare la morte del paziente.
Ciò premesso, la Corte di Appello rilevava che la condotta del sanitario appariva, in realtà, immune da censure. Il Collegio evidenziava che in occasione della visita del X. , C. aveva proceduto all'esame spirometrico, esame che il paziente aveva effettuato senza difficoltà. Soffermandosi sulle dichiarazioni rese dall'imputato in corso di dibattimento, la Corte distrettuale considerava che il medico aveva pure annotato che il giovane aveva riferito di essere stato in precedenza sottoposto ad intervento cardochirurgico; e che C. non aveva a sua volta prescritto un esame cardiologico, atteso che lo stesso paziente aveva dichiarato che avrebbe effettuato la visita cardiologica di lì a poco.
La Corte distrettuale evidenziava che in data 30.04.2003, in occasione della seconda visita, C. aveva visionato gli esiti della visita cardiologica (esami del sangue, emogas, spirometria) indicativi di valori nella norma. Il Collegio evidenziava poi: che rispondeva alle regole di prudenza il fatto che C. avesse richiesto l'esame radiologico toracico, per verificare la complessiva situazione polmonare; e che eventuali patologie di carattere cardiologico erano demandate allo specialista cardiologo, pure interpellato.
La Corte di Appello, discostandosi dalla valutazione effettuata dal giudice di primo grado, osservava che C. in data X. , pur senza attendere l'esito dell'esame radiografico, aveva effettuato una diagnosi interlocutoria, da ritenersi corretta, con riguardo al proprio settore di specializzazione; e che l'imputato era esonerato dalla verifica di patologie a carico dell'apparato cardiocircolatorio, in presenza di altro specialista che aveva già contestualmente esaminato il paziente. Osservava, infine, che F. non presentava sintomi indicativi della reale patologia in atto.
2. Avverso la predetta sentenza ha proposto ricorso per cassazione il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Catanzaro.
La parte, con unico motivo, denuncia la contraddittorietà della motivazione posta a fondamento della sentenza impugnata. Al riguardo, l'esponente osserva che lo stesso Collegio sottolinea che C. , per scrupolo professionale, in data X.  si era accordato con il paziente, per rivederlo una volta che fosse pervenuto l'esito della radiografia toracica; e che, C. , il giorno successivo, ebbe ad effettuare la diagnosi, senza avere visionato l'esito del richiamato accertamento radiografico, L'esponente ritiene che quanto mai contraddittoria risulti la motivazione della sentenza impugnata, laddove i giudici del gravame ritengono corretta la prescrizione di un esame diagnostico e, del pari, corretta l'effettuazione della diagnosi, pur in assenza dell'esito del richiamato accertamento. Il Procuratore generale osserva che la visione della radiografia, come riferito dai consulenti tecnici in corso di dibattimento, avrebbe evidenziato un ingrandimento dell'ombra cardiaca, evenienza che avrebbe indirizzato verso una diagnosi differenziale. E rileva che lo stesso imputato ha ammesso che,se avesse visto la radiografia, avrebbe richiesto una consulenza cardiologica con ecocardiogramma e disposto l'immediato ricovero del paziente.
3. Avverso la richiamata sentenza della Corte di Appello di Catanzaro ha proposto ricorso per cassazione la parte civile F.G. , a mezzo del difensore. La parte denuncia violazione di legge e vizio motivazionale, deducendo ragioni di censura di contenuto sovrapponibile rispetto ai motivi dedotti dalla parte pubblica nel ricorso sopra richiamato. L'esponente rileva che la Corte territoriale ha omesso di applicare proprio i principi di diritto, in materia di colpa professionale nel caso di attività svolta da equipe chirurgica, affermati nei precedenti giurisprudenziali che pure sono stati richiamati nella motivazione della sentenza impugnata. Quanto poi alla rilevanza causale della contestata omissione, il ricorrente osserva che se C. avesse visionato la radiografia ed effettuato la diagnosi differenziale, il paziente si sarebbe sicuramente salvato.
4. Avverso la sentenza in esame hanno proposto ricorso per cassazione F.M. e F.F. , a mezzo del difensore, pure deducendo la violazione di legge e la manifesta illogicità della motivazione. Le parti ricorrenti a loro volta rilevano che la Corte di Appello, contraddittoriamente, da un lato ha ritenuto che C. , correttamente, avesse richiesto l'effettuazione dell'esame cardiologico; e, dall'altro, ha apprezzato come non esigibile, rispetto allo specialista pnemumologo, l'esame del referto radiografico, pur in presenza di una patologia immediatamente rilevabile dalla sola visione della radiografia toracica, come accertato in corso di giudizio.
 
Considerato in diritto
 
5. I ricorsi che occupano, che è dato esaminare congiuntamente, sono fondati. Invero, la motivazione posta a fondamento della sentenza assolutoria pronunciata dalla Corte di Appello di Catanzaro presenta le gravi carenze argomentative evidenziate dalle parti ricorrenti ed i denunciati profili di contraddittorietà.
5.1 Giova in primo luogo rilevare che la giurisprudenza di legittimità ha ripetutamente affermato che la decisione del giudice di appello, che comporti totale riforma della sentenza di primo grado, impone la dimostrazione dell'incompletezza o della non correttezza ovvero dell'incoerenza delle relative argomentazioni con rigorosa e penetrante analisi critica seguita da completa e convincente dimostrazione che, sovrapponendosi 'in toto' a quella del primo giudice, dia ragione delle scelte operate e del privilegio accordato ad elementi di prova diversi o diversamente valutati, (cfr. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 15756 del 12/12/2002, dep. 03/04/2003, Rv. 225564).
5.2 Nel caso di specie, la Corte di Appello ha riformato la sentenza di primo grado ritenendo non condivisibile la valutazione effettuata dal Tribunale, in ordine all'errore diagnostico nel quale era colposamente incorso il C. , per aver espresso una diagnosi senza aver atteso l'esito degli accertamenti clinici che pure erano stati disposti. Sul punto, la Corte territoriale si è limitata a riportare testualmente stralci di arresti giurisprudenziali espressi dalla Suprema Corte sul tema degli obblighi di diligenza che gravano sul medico in ipotesi di cooperazione multidisciplinare, ritenendo poi che, nel caso di specie, non fosse esigibile, a carico dello pneumologo, la verifica di patologie afferenti all'apparato cardiocircolatorio, per l'accertamento delle quali era stato contattato altro specialista.
Deve allora osservarsi, da un lato, che la motivazione posta a fondamento della sentenza impugnata non soddisfa lo specifico obbligo motivazionale sopra richiamato, giacché il Collegio ha del tutto omesso di procedere all'analisi critica delle argomentazioni sviluppate dal primo giudice; dall'altro, che la Corte territoriale non ha, in concreto, applicato alcuno dei principi di diritto astrattamente richiamati, in tema di obblighi di controllo che gravano sul sanitario rispetto alla attività, precedente o contestuale, svolta da altro collega.
5.3 Occorre poi sottolineare, con riferimento al contenuto degli obblighi impeditivi, in caso di pluralità di posizioni di garanzia, che la Corte regolatrice ha da tempo affermato che se più sono i titolari della posizione di garanzia, ciascuno è, per intero, destinatario dell'obbligo giuridico di impedire l'evento (cfr. Cass. Sez. 4, sentenza n. 4793 del 06/12/1990, Bonetti, Rv. 191802); e che la Suprema Corte ha pure chiarito che il principio di affidamento non opera quando colui che si affida versi in colpa, per aver violato norme precauzionali o per aver omesso determinate condotte, confidando che altri, succedendo nella posizione di garanzia, elimini la violazione o ponga rimedio all'omissione (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 18568 del 26/1/2005, dep. 18/5/2005, Rv. 231538).
La Cortedi Appello ha disatteso l'insegnamento ora richiamato, limitandosi ad affermare che l'odierno imputato, specialista pneumologo, non era deputato ad approfondimenti della sfera cardio circolatoria e che l'operato del C. , dal suo punto di vista professionale e settoriale, era corretto. Detta valutazione omette di considerare che tutte le attività, poste in essere da diversi medici, convergono verso il fine comune della cura del paziente e che ogni sanitario non può esimersi dal conoscere e dal valutare l'attività svolta da altro professionista.
5.3.1 Ciò premesso, si deve considerare che, nel caso di specie, dalla condotta posta essere dal C. emergono profili di imperizia e di negligenza, che la Corte di Appello ha del tutto omesso di considerare. Risulta, infatti, accertato che l'odierno imputato ebbe a formulare una diagnosi - rivelatasi errata - senza attendere e visionare gli esiti degli esami cardiologici, che erano stati prescritti e che già erano disponibili alla data della seconda visita, in palese violazione del dovere che grava sul singolo esercente la professione sanitaria, rispetto alla effettuazione della valutazione diagnostica, come correttamente considerato dal primo giudice. Questa Suprema Corte ha invero chiarito che, in tema di colpa professionale medica, l'errore diagnostico si configura non solo quando, in presenza di uno o più sintomi di una malattia, non si riesca ad inquadrare il caso clinico in una patologia nota alla scienza o si addivenga ad un inquadramento erroneo, ma anche quando si ometta di eseguire o disporre controlli ed accertamenti doverosi ai fini di una corretta formulazione della diagnosi (Cass. Sez. 4, Sentenza n. 46412 del 28/10/2008, dep. 17/12/2008, Rv. 242250).
Orbene, come pacificamente accertato, C. , all'esito della visita effettuata in data X.  , si accordò con il paziente per procedere ad una nuova visita, una volta che fosse pervenuto anche l'esito della radiografia toracica; ed in data X. , C. , senza visionare l'esito degli esami di cui si tratta, azzardò la diagnosi di faringo tracheite, non individuando il reale processo patologico in atto, che a distanza di due giorni avrebbe provocato la morte del giovane paziente.
La Corte di Appello, con motivazione insanabilmente contraddittoria, a fronte di tale quadro fattuale, ha ritenuto corretto il comportamento dello specialista il quale, dopo avere evidenziato la necessità di acquisire ulteriori informazioni diagnostiche, ebbe a smentire se stesso procedendo ad effettuare una diagnosi basata su dati clinici incompleti, cioè a dire senza visionare l'esito dell'esame radiografico, che pure sarebbe risultato idoneo a rivelare la grave disfunzione organica in atto, come chiarito dai consulenti tecnici.
5.4 A questo punto della trattazione deve osservarsi che, alla data del 2.11.2010, è spirato il termine prescrizionale massimo relativo alla fattispecie di omicidio colposo per cui si procede, pari ad anni sette e mesi sei. Pertanto, ai sensi dell'art. 129, comma 1, cod. proc. pen., la sentenza impugnata deve essere annullata senza rinvio, ai fini penali, perché il reato ascritto all'imputato è estinto per prescrizione.
La sentenza deve essere annullata a fini civili, a causa delle evidenziate lacune motivazionali, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello, come stabilito dall’art. 622 cod. proc. pen., stante l’accoglimento dei ricorsi delle parti civili. Al giudice civile viene pure rimesso il regolamento delle spese tra le parti del presente giudizio.
 
P.Q.M.
 
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata, ai fini penali, perché il reato ascritto all’imputato è estinto per prescrizione.
Annulla la medesima sentenza ai fini civili, con rinvio al giudice civile competente per valore in grado di appello cui rimette anche il regolamento delle spese tra le parti del presente giudizio.
 
02.05.2013 Tribunale di Reggio Emilia (Fase post-operatoria: condanna della Casa di Cura al risarcimento del danno biologico)
 
Il fatto
A seguito di intervento chirurgico di artoprotesi totale all'anca destra presso una Casa di Cura, una donna ha avuto gravi problemi di deambulazione, che hanno reso necessario la sottoposizione a nuovi interventi e cure presso altri ospedali.
La paziente evidenzia soprattutto una responsabilità medica per ritardo diagnostico, poiché ha effettuato cinque controlli post operatori dal medico che l’aveva operata, senza che le venisse comunicata la necessità di sottoporsi a revisione chirurgica, espianto ed impianto protesico.
 
Profili giuridici
Il giudice del Tribunale, facendo proprie le conclusioni cui è giunta la consulenza medico-legale, ha ritenuto sussistente la responsabilità della struttura sanitaria e del medico, escludendo però la condanna nei confronti di quest’ultimo perché richiesta dalla donna solo tardivamente.
Il perito, infatti, ha accertato una carenza nella tempestività della diagnosi e terapia della mobilizzazione protesica, presente sin dalla fase successiva all’intervento, ma trattata solo diversi anni dopo, mentre la Casa di Cura non ha dedotto, o quantomeno offerto di provare, di avere diligentemente adempiuto la propria obbligazione tramite la segnalazione della necessità di una nuova operazione.
 [Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]
 
Tribunale di Reggio Emilia – Sent. n. 618 del 03.04.2013
 omissis
 
FATTO
Promuovendo la presente controversia, l'attrice M.C. espone che nel 1997 è stata sottoposta ad intervento chirurgico di artoprotesi totale all'anca destra presso l'ospedale di V.V.; che l'intervento e la successiva fase post operatoria non sono stati gestiti correttamente, causando seri problemi e la sostanziale impossibilità di deambulazione; che ha quindi dovuto successivamente sottoporsi a nuovi interventi e cure presso altri ospedali, per rimediare all'errata prestazione sanitaria inizialmente ricevuta; che tali successivi interventi hanno potuto solo in parte ovviare agli errori inizialmente commessi. Sulla base di tale narrativa, evoca in giudizio la casa di Cura V.V., per ottenerne la condanna al risarcimento del danno non patrimoniale, espressamente indicato in una lesione biologica del 10%, in una invalidità temporanea assoluta di tre mesi, in una invalidità temporanea parziale di tre mesi, in un danno estetico ed in un danno alla vita di relazione (cfr. pag. 6 citazione), per un totale di euro 200.000.
Costituendosi in giudizio, resiste la casa di cura V.V., chiedendo il rigetto della domanda; chiedendo ed ottenendo la chiamata in causa del medico autore dell'intervento chirurgico, T.B., sul presupposto che "la causa è a lui comune", ma senza svolgere domanda nei suoi confronti (cfr. pag. 4 comparsa di risposta); altresì chiedendo ed ottenendo la chiamata in causa della propria assicurazione, Cattolica Assicurazioni, al fine di essere manlevata in denegata ipotesi di condanna.
Ritualmente evocato in giudizio, si costituisce anche il dottor B., evidenziando che nessuna domanda di garanzia, manleva o regresso, è stata spiegata nei suoi confronti.
Si costituisce anche Cattolica Assicurazioni, deducendo l'insussistenza della responsabilità medica e comunque la prescrizione quinquennale del diritto; in ogni caso, osservando poi che la polizza assicurativa stipulata dalla casa di cura è stata ripartita per quote anche con altre assicurazioni, e che pertanto, in denegata ipotesi di condanna, atteso che nel rapporto di coassicurazione l'art. 1911 c.c. esclude il vincolo di solidarietà, Cattolica sarebbe tenuta a manlevare la Casa di Cura nella misura prevista del solo 40%, con franchigia del 10% e con il minimo contrattuale di lire 5 milioni.
A seguito delle difese di Cattolica Assicurazioni, l'attore domanda ed ottiene l'autorizzazione alla chiamata in giudizio delle coassicurazioni Milano, Generali ed Allianz, le quali si costituiscono ritualmente in giudizio resistendo alle domande attoree, in particolare eccependo in rito la tardività della chiamata, nel merito l'assenza di responsabilità o comunque la responsabilità solo parziale e pro quota ex art. 1911 c.c.
La causa è istruita con i testi e l'interpello richiesti dall'attrice, nonché con una CTU medico-legale affidata al dottor C..
 
 
MOTIVI DELLA DECISIONE
 
a) Va innanzitutto evidenziato che solo in sede di precisazione delle conclusioni (cfr. foglio allegato a verbale d'udienza del 17/11/2011), la difesa attorea ha chiesto la condanna, oltre che della Casa di Cura, anche del dott. B., mentre detta richiesta, invece, non è mai stata formulata prima dello scadere delle preclusioni assertive di cui all'articolo 183 comma 5 ratione temporis vigente.
Deriva, in tutta evidenza, la tardività di tale domanda, e quindi la sua inammissibilità, correttamente eccepita da controparte (cfr. verbale d'udienza sempre del 17/11/2011, ove si dichiara di 'non accettare il contraddittorio') e comunque pacificamente rilevabile d'ufficio, atteso che il regime di preclusioni introdotto nel rito civile ordinario deve ritenersi inteso non solo nell'interesse di parte, ma anche nell'interesse pubblico all'ordinato e celere andamento del processo, con la conseguenza che la tardività delle domande, eccezioni, allegazioni e richieste, deve essere rilevata d'ufficio dal giudice indipendentemente dall'atteggiamento processuale della controparte al riguardo e dall'eventuale accettazione del contraddittorio (Cass. n. 25598/2011, Cass. n. 16541/2011, Cass. n. 10063/2011, Cass. n. 14625/2010, Cass. n. 24442/2009, Cass. n. 20859/2009, Cass. n. 7270/2008, Cass. n. 11305/2007, Cass. n. 11298/2007, Cass. n. 6639/2007, Cass. n. 4901/2007, Cass. n. 26691/2006, Cass. n. 25242/2006, Cass. n. 24606/2006, Cass. n. 20953/2006, Cass. n. 17152/2006, Cass. n. 19453/2005, Cass. n. 11318/2005, Cass. n. 23127/2004, Cass. n. 5539/2004, Cass. n. 16921/2003, Cass. n. 378/2002, Cass. n. 4376/2000).
Né può opinarsi che la domanda attorea possa considerarsi automaticamente estesa al B. in quanto chiamato in causa da parte del convenuto.
Infatti, l'automatica estensione al terzo della domanda attorea, si ha allorquando il convenuto chiami in causa il terzo al fine di ottenere la propria liberazione e l'individuazione del chiamato quale unico e diretto responsabile, sicché la chiamata assolve il compito di supplire al difetto di citazione in giudizio da parte dell'attore del soggetto indicato dal convenuto come obbligato in sua vece (Cass. n. 20610/2011, Cass. n. 12317/2011, Cass. n. 5057/2010, Cass. n. 25559/2008, Cass. n. 17954/2008, Cass. n. 6883/2008, Cass. n. 13374/2007, Cass. n. 13165/2007, Cass. n. 13131/2006, Cass. n. 1522/2006, Cass. n. 254/2006, Cass. n. 1748/2005, Cass. n. 15563/2004, Cass. n. 3643/2004, Cass. n. 14060/2003, Cass. n. 7273/2003, Cass. n. 5164/2003, Cass. n. 4740/2003, Cass. n. 4145/2003, Cass. n. 1294/2003, Cass. n. 11371/2002, Cass. n. 11366/2002, Cass. n. 6771/2002, Cass. n. 6026/2001, Cass. n. 2471/2000), mentre nel caso di specie il convenuto ha evocato in giudizio il terzo semplicemente deducendo che la causa è "a lui comune" (pag. 4 comparsa di risposta), e quindi non al fine di ottenere la propria liberazione e l'individuazione del chiamato quale unico e diretto responsabile.
Resta confermata, quindi, l'inammissibilità della domanda di condanna del terzo formulata dall'attore per la prima volta in sede di precisazione di conclusioni, trattandosi di domanda tardiva e di domanda che non può essere qualificata come automaticamente estesa al terzo al momento della sua chiamata.
Discende che unico destinatario delle pretese di pagamento dell'attore è il convenuto Casa di Cura V.V..
b) Venendo al merito di tale domanda, la causa può essere decisa sulla base della CTU, svolta con motivazione convincente e pienamente condivisibile, neppure contestata dalle parti, dalla quale il Giudicante non ha motivo di discostarsi in quanto frutto di un iter logico ineccepibile e privo di vizi, condotto in modo accurato ed in continua aderenza ai documenti agli atti ed allo stato di fatto analizzato.
Ha sul punto spiegato il CTU che, dopo l'intervento chirurgico effettuato presso V.V., vi è stata una "carenza nella tempestività della diagnosi e terapia della mobilizzazione protesica, presente sin dal 1999 ma trattata solo nel non 2003" (pag. 15 perizia), atteso che l'attrice "attese fino a 2003 per procedere alla revisione chirurgica, espianto ed impianto protesico, che già dal 1999 doveva ritenersi opportuna e non concretamente evitabile" (pag. 14 perizia).
Ciò detto, occorre verificare se tale ritardo sia addebitabile a parte convenuta; ed a tale quesito, ritiene il Giudice debba darsi risposta positiva.
Infatti, risulta per tabulas che l'attrice, dopo l'operazione del 1997, è stata visitata a pagamento presso V.V. dal dottor B. almeno per cinque controlli post operatori (cfr. pag. 8 e 13 perizia), ed almeno in uno di essi, il 18/9/2000, successivamente ai radiogrammi del 24/5/99 ed 11/9/2000 che rendevano necessaria ed inevitabile la nuova operazione, poi effettuata solo nel 2003 (cfr. pag. 8 e 13 perizia).
Tanto premesso, era onere della Casa di Cura provare di avere correttamente adempiuto alla propria obbligazione tramite il tempestivo suggerimento alla Marciani di sottoporsi al nuovo intervento chirurgico.
Infatti, secondo la giurisprudenza da anni consolidata, il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura ha natura contrattuale, e la responsabilità contrattuale della casa di cura nei confronti del paziente può conseguire, ai sensi dell'art. 1218 c.c., all'inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell'art. 1228 c.c., all'inadempimento della prestazione medico-professionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche 'di fiducia' dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto (Cass. n. 24742/2008, Cass. n. 13953/2007, Cass. n. 23918/2006, Cass. n. 1698/2006, Cass. n. 571/2005, Cass. n. 13066/2004).
Detto della responsabilità contrattuale della Casa di Cura anche per l'attività del medico, l'applicazione del principio posto in termini generali da Cass. Sez. Un. n. 13533/2001 in tema di responsabilità contrattuale alla responsabilità medica, porta a ritenere che il paziente deve provare l'esistenza del contratto e l'aggravamento della situazione patologica, restando a carico dell'ente ospedaliero la prova che la prestazione professionale è stata eseguita in modo diligente e che gli esiti peggiorativi sono stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile (Cass. Sez. Un. n. 577-581/2008; conforme la successiva Cass. n. 10743/2009).
Ciò, nel caso di specie, non è avvenuto, atteso che parte convenuta non ha provato, ed in realtà nemmeno dedotto o quantomeno offerto di provare, di avere diligentemente adempiuto la propria obbligazione tramite la segnalazione, quantomeno a partire dalla vista del 18/9/2000, della necessità di un immediato intervento chirurgico.
Consegue la sussistenza della dedotta responsabilità medica per ritardo diagnostico e l'inadempimento di parte convenuta alle obbligazioni assunte nei confronti dell'attrice.
b1) In ragione di quanto sopra, può muoversi ora allo scrutinio circa la sussistenza di un danno riconducibile all'inadempimento di parte convenuta, nonché alla quantificazione di tale danno.
Sul punto e nuovamente riportandosi alla CTU, va evidenziato che il sopra riportato ritardo diagnostico ha reso necessario, nel 2003, "un intervento molto più invasivo ed indaginoso di quanto sarebbe stato altrimenti necessario" (pag. 14 perizia) laddove "la diagnosi di mobilizzazione e il relativo consiglio di revisione fosse stata più tempestiva" (pag. 15 perizia), ciò che ha "comportato altresì esiti invalidanti permanenti più gravi di quelli che sarebbero verosimilmente altrimenti residuati" (pag. 15 perizia).
Non è quindi revocabile in dubbio che, a seguito dell'errore medico integrato dal ritardo diagnostico e terapeutico di cui trattasi, parte attrice ha subìto un danno, che può essere ragionevolmente quantificato nel 10% di danno biologico, nonché in una invalidità temporanea parziale al 33% per un periodo di tre anni (cfr. pag. 15 perizia).
Ciò detto, va evidenziato che, prima dello spirare delle preclusioni assertive di cui all'articolo 183 comma 5 c.p.c. ratione temporis vigente, l'attrice ha richiesto il risarcimento relativamente ad un danno biologico del 10%, ad una invalidità temporanea assoluta di tre mesi, ad una invalidità temporanea parziale di tre mesi, ad un danno estetico ed un danno alla vita di relazione (cfr. pag. 6 citazione), e quindi è solo con esclusivo riferimento a tali domande che le pretese attoree possono essere scrutinate.
Tanto premesso, deve ritenersi fondata la domanda di risarcimento di un danno biologico del 10%, essendo detto danno esattamente quello indicato come sussistente dal CTU; deve essere accordato il risarcimento danno da invalidità temporanea parziale nella misura del 33% ritenuta sussistente dal CTU, ma solo per un periodo di 60 giorni, poiché tale periodo di invalidità è quello dedotto dalla difesa attorea, e non già per il maggior periodo di tre anni indicato dal CTU, a pena di violazione del principio della corrispondenza tra il richiesto ed il pronunciato ex art. 112 c.p.c.; deve infine essere rigettata la richiesta di ulteriore risarcimento del danno estetico ed alla vita di relazione, in quanto, secondo la giurisprudenza pacificamente formatasi a partire da Corte Cost. n. 184/1986, trattasi di mere voci del già liquidato danno biologico.
Pertanto, sulla base dei parametri liquidatori cd. del Tribunale di Milano aggiornati all'attualità - che qui si intendono applicare in quanto condivisibili ed adeguati, e comunque ritenuti dalla stessa Suprema Corte il metro della corretta liquidazione del danno non patrimoniale (in questi termini Cass. n. 12408/2011, nella sostanza confermata e ribadita dalle successive Cass. n. 14402/2011, Cass. n. 17789/2011, Cass. n. 2228/2012, Cass. n. 12464/2012, Cass. n. 19376/2012, Cass. n. 134/2013) - tenuto conto di un'età di 73 anni al momento dell'errore medico nel 1999, spetta a parte attrice un complessivo risarcimento per danno non patrimoniale, già comprensivo delle sofferenze biologiche, morali ed esistenziali, di euro 21.027 (ed in particolare, euro 18.827 per danno biologico permanente del 10%; sulla base teorica di euro 110 giornaliere per ITT, somma ricompresa tra quella minima di 91 e massima di 136, euro 2.200 per 60 giorni di ITP al 33%).
Su tale somma capitale, che integra all'evidenza un debito di valore in quanto posta risarcitoria, così come da domanda ed in base ai principi generali, vanno riconosciuti, secondo la pacifica giurisprudenza, rivalutazione ed interessi sulla somma stessa via via rivalutata, dalla data del fatto, id est il 1999, al saldo. Tuttavia, essendo la somma capitale già calcolata all'attualità ed in ragione della difficoltà di procedere alla devalutazione, in piena aderenza all'insegnamento dalla Suprema Corte, gli interessi possono essere calcolati sulla somma integralmente rivalutata, ma da un momento intermedio tra il fatto e la sentenza, id est il 1/1/2006.
c) Detto della condanna, nei termini di cui supra, di parte convenuta, deve ora muoversi all'esame delle posizioni dei terzi chiamati e delle relative domande di manleva proposte nei loro confronti.
Sul punto, va innanzitutto evidenziato che, così come correttamente evidenziato dalla difesa del B. sin da pagina 6 della propria comparsa di risposta, nessuna domanda di manleva, garanzia o regresso, è stata proposta dalla convenuta nei confronti del medico, essendosi la difesa della Casa di Cura singolarmente limitata a ritenere la causa "a lui comune", ma non avendo nei suoi confronti spiegato alcuna domanda (cfr. comparsa di risposta e citazione del terzo), atteso che l'unica domanda di manleva formulata è quella nei confronti delle assicurazioni (cfr. nuovamente citazione del terzo).
Pertanto, nonostante l'istruttoria abbia comprovato la sua responsabilità medica per ritardo diagnostico, nessuna statuizione di condanna può essere effettuata nei confronti del dottor B., atteso che, in ragione di quanto sopra, l'attrice ha solo tardivamente proposto domanda di condanna verso di lui, e la convenuta non ha mai svolto nei suoi confronti domanda di regresso.
d) Resta da esaminare le posizioni delle assicurazioni, con riferimento alla domanda di manleva proposta dalla Casa di Cura V.V..
In proposito, va innanzitutto evidenziato che la difesa di parte convenuta, in sede di precisazione delle conclusioni, si è riportata solamente alla propria comparsa di risposta.
Ciò comporta che l'unica domanda di manleva che deve essere analizzata è quella formulata, per l'appunto in comparsa di risposta, nei confronti della Cattolica Assicurazioni, non potendosi statuire sulle ulteriori domande inizialmente proposte nei confronti delle presunte coassicurazioni, in quanto formulate nell'atto di citazione del terzo le cui conclusioni non sono state richiamate in sede di udienza di precisazione.
Quanto sopra, all'evidenza, consente di ritenere assorbite le difese di merito svolte da Milano, Generali, Allianz, che hanno resistito in rito e nel merito, per il dirimente rilievo che, come detto, neessuna conclusione risulta verso di loro proposta.
e) Ribadito che l'unica domanda di manleva conclusivamente proposta è allora quella verso Cattolica, la domanda stessa è solo parzialmente fondata.
In proposito, va innanzitutto disattesa l'eccezione di prescrizione sollevata dalla Cattolica sin dalla comparsa di risposta e reiterata in tutti i successivi atti, relativa alla pretesa prescrizione del diritto risarcitorio azionato da parte attrice, per il decorso di cinque anni previsto in tema di responsabilità extracontrattuale. Sul punto, basta osservare che, diversamente da quanto opinato dalla difesa della terza chiamata e così come invece chiarito dalla giurisprudenza da anni pacifica sul punto e più sopra citata, la responsabilità medica rientra nell'alveo della responsabilità contrattuale, e pertanto la prescrizione è decennale e non già quinquennale. L'eccezione di prescrizione, quindi, è manifestamente infondata, riferendosi i fatti per cui è processo al periodo 1997-1999 ed essendo la causa stata promossa nel 2005.
Nel merito della domanda di garanzia, si evidenzia che, sulla base della polizza prodotta agli atti, Cattolica assicura solo il 40% del danno, e pertanto, in ragione dell'articolo 1911 c.c., essa è tenuta a rispondere nei confronti dell'assicurato solo per tale quota, con detrazione di una franchigia contrattuale pari al 10% delle somme dovute e con un minimo di lire 5 milioni (cfr. all. 2 fascicolo di parte convenuta).
Discende che, solo in tali limiti è accoglibile la domanda di garanzia formulata da parte convenuta verso Cattolica Assicurazioni, che dovrà quindi essere condannata a rifondere a Casa di Cura V.V. il 40% di quanto pagato a Clelia Marciani, in dipendenza della presente sentenza, per somma capitale, interessi, rivalutazione spese di lite, con una franchigia pari al 10% e con un minimo di lire 5 milioni di lire, pari ora ad euro 2.582,29.
f) Circa le spese di lite, occorre distinguere tra i vari rapporti processuali.
Nei rapporti tra attore e convenuta, non vi sono motivi per derogare ai principi generali codificati dall'art. 91 c.p.c., e pertanto le spese, liquidate come da dispositivo in assenza di nota e con riferimento al D.M. n. 140/2012, in ragione della previsione di retroattività posta dal suo articolo 41 ed atteso che l'attività degli avvocati si è esaurita dopo la caducazione delle tariffe il 23/7/2012 (cfr. Cass. Sez. Un. nn. 17405-6/2012, Cass. n. 18920/2012), sono poste a carico della soccombente parte convenuta ed a favore della vittoriosa parte attrice, tenendo a mente il valore medio per ciascuna delle quattro fasi di studio, di introduzione, istruttoria e decisoria, con riferimento peraltro al decisum e non già al disputatum.
Allo stesso modo, anche nei rapporti tra convenuta e terza chiamata Cattolica Assicurazioni, non vi sono motivi per derogare ai principi generali codificati dall'art. 91 c.p.c., e pertanto le spese sono poste a carico della soccombente terza chiamata ed a favore della vittoriosa parte convenuta, sempre tenendo a mente il valore medio delle quattro fasi, con riferimento al decisum e non già al disputatum.
Possono invece essere compensate le spese di lite del dottor B., rinvenendosi i giusti motivi di cui all'articolo 92 comma 2 c.p.c. ratione temporis vigente, nel fatto che le domande nei suoi confronti sono state rigettate solo per motivi procedurali, mentre risulta dalla CTU che l'errore medico che ha dato origine alla presente causa sia a lui addebitabile.
Parimenti da compensare sono le spese di lite delle tre coassicurazioni evocate in giudizio, cioè Milano, Generali ed Allianz, rinvenendosi i giusti motivi di cui all'articolo 92 comma 2 c.p.c. ratione temporis vigente, sia nel fatto che la domanda nei loro confronti è stata rigettata per motivi procedurali; sia altresì nel fatto che l'attività difensiva si è svolta con un'unica comparsa di risposta, redatta dallo stesso difensore che ha curato la difesa di Cattolica.
Le spese di CTU, già liquidate in corso di causa, possono essere definitivamente poste a carico di Cattolica Assicurazioni, sostanzialmente e conclusivamente soccombente nella presente controversia.
Si dà atto che il presente fascicolo è per la prima volta pervenuto a questo Giudice, trasferito al Tribunale di Reggio Emilia il 11/4/2012, all'udienza del 21/3/2013, ed in tale udienza è stato deciso con sentenza contestuale ex art. 281 sexies c.p.c.
 
P.Q.M.
 
il Tribunale di Reggio Emilia in composizione monocratica
definitivamente pronunciando, nel contraddittorio tra le parti, ogni diversa istanza disattesa
dichiara inammissibile la domanda di condanna formulata da M.C. verso T.B.;
condanna Casa di Cura Privata Villa Verde a pagare a M.C. euro 21.027, oltre interessi legali dal 1/7/2006 al saldo;
condanna Cattolica Assicurazioni a rifondere a Casa di Cura Privata Villa Verde il 40% di quanto pagato a M.C. in dipendenza della presente sentenza per somma capitale, interessi, rivalutazione e spese di lite, con una franchigia del 10% ed una misura minima di tale franchigia in euro 2.582,29;
condanna Casa di Cura Privata Villa Verde a rifondere a M.C. le spese di lite del presente giudizio, che liquida in euro 550 per rimborsi, euro 2.500 per compensi, oltre IVA e CPA come per legge;
condanna Cattolica Assicurazioni s.p.a. a rifondere a Casa di Cura Privata Villa Verde le spese di lite del presente giudizio, che liquida in euro 50 per rimborsi, euro 2.500 per compensi, oltre IVA e CPA come per legge;
compensa le spese di lite di B.T., Milano Assicurazioni s.p.a., Generali Assicurazioni s.p.a. ed Allianz Assicurazioni s.p.a.;
pone le spese di CTU, già liquidate in corso di causa, definitivamente a carico di Cattolica Assicurazioni s.p.a.
Reggio Emilia, 3/4/2013
Il Giudice  dott. Gianluigi MORLINI